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Io, per una volta dall'altra parte del video

Parole chiave: tv (241)

di Mauro Banchini

«Attenzione. Fave fresche in studio». Mi stavo chiedendo perplesso che volesse dire quel foglio all'ingresso dello studio televisivo «Dear», in via Nomentana. In effetti la scorsa settimana ero lì, a Roma, girando fra gli studi Rai in attesa mi chiamassero dentro per parlare della mia pensione e per parlarne (non capita a tutti …) con il potente presidente del primo istituto previdenziale: Antonio Mastrapasqua che non solo è presidente Inps, ma colleziona cariche in decine di varie società.

C'ero capitato, nei mitici studi prima cinematografici e ora televisivi (da qui parte pure «Domenica In»), per un caso. Sempre a causa delle mie private vicende pensionistiche, grazie a una legge di Tremonti adesso difesa da Fornero, sono incappato nella storiaccia delle «ricongiunzioni onerose». Per riunire due situazioni previdenziali devo ripagare un sacco di soldi. Una sorta di «pizzo» chiesto dallo Stato. Come me, centinaia di migliaia di altri disgraziati.

Qualche mese fa riuscii a telefonare a un'altra trasmissione («Mi manda Rai3») che poi subito chiusero, ma escludo sia stata colpa mia. Da quella redazione hanno passato la mia storia ai colleghi di A prescindere – la trasmissione mattutina di Michele Mirabella – ed è da lì che mi chiamarono, al telefono, per sapere se ero disposto a raccontare di nuovo. Lo sciagurato, cioè io, rispose.

E dunque eccomi a Roma. Biglietto FS pagato (in prima classe!) anda e rianda. Ma anche un'auto di lusso, con tanto di autista, a mio servizio per Termini/Dear/Termini. Ho così avuto modo, io che mi diletto a scrivere evidenti bischerate davanti al teleschermo, di vedere sia pure per un'ora come funziona un vero studio televisivo.

Fuori molti giovani che aspettano di essere chiamati (e presumo pagati) per fare i «figuranti»: cioè quei bischeri che fanno «il pubblico» e applaudono a comando. Appena entrati ti fanno firmare un foglio (la liberatoria) che tutti firmano a occhi chiusi e pure io ho fatto così. Poi ti fanno entrare in un mini stanzino con un divanaccio giallino non molto invitante, dove un cartello indica «Sala VIP».

Nel caso in questione i VIP, me compresi, eravamo tre: oltre ad Antonio anche Livia (che poi è la Turco). Lei entra subito perché ha la prima mezzora in diretta con Mirabella (a proposito di Michele: mi ha dato l'impressione di uno che non se la tira; ha fatto perfino finta di ricordarsi di una conferenza tenuta una dozzina d'anni fa sull'informazione sanitaria durante la quale mi capitò di incontrarlo).

Mi imbatto nella Turco che sono ancora turbato per il cartello delle «fave». E lei ha una grande furia. Allora mi metto dietro a una scolaresca di Venezia: entrano in una stanza e sono vestiti da ragazzi normali, escono e sono tutti tabogati da cuochi. Acuto come pochi, capisco: sono davanti allo studio dove sta per iniziare «La prova del cuoco» e l'attenti alle fave avverte soltanto dai rischi del favismo. Girottola, e non è cosa strana, pure la Clerici Antonella. Leggo un altro cartello, affisso più in basso, con le regole per i «signori figuranti» («non entrare né in minigonna né in abiti troppo scintillanti»).

La mia ora si avvicina. Torno nella «Sala VIP» dove nel frattempo è arrivato il mio amico Antonio con un suo capo stampa. Fanno vedere anche a lui la scaletta (a me l'avevano fatta vedere prima) e sento che lui, Antonio, non desidera rispondere a una domanda forse giudicata impertinente.

Qualche convenevole con il presidente super-Inps. Da toscano che non ha ancora capito la inopportunità di fare battute, gliene stampo una che lo lascia freddino ma che fa subito alzare le orecchie al collaboratore. Capisco che la distanza tecnica è abissale: lui domina una materia nella quale io, onestamente, capisco nulla. Ingannare me su «ricongiunzioni» e «totalizzazioni» è facile come un copia-incolla.

Mi prende una sorta di panico temendo una deriva (mia) fracchiesca davanti a qualche milione di italiani, però ormai ci sono. Ci portano dentro lo studio. Tanto è scintillante e colorato lo studio, tanto è deludente e buio quello che ci sta prima: un budellino di corridoio, pure sporco, dove si accalcano varie persone. Uno mi mette il microfono. Una signora mi spazzola la giacca. Pensavo me lo mettessero, ma niente cerone.

Ci fanno sedere su due sgabelli davanti a Elsa, la conduttrice bionda. Come noto, quando sto davanti al teleschermo, ho la tendenza a innamorarmi delle conduttrici: qui ce l'ho dal vivo e la passione (mia) scatta subito.

Sia Elsa che Mirabella leggono dal «gobbo»: enorme foglio retto da una ragazza. Mi guardo attorno mentre Mirabella finisce con la Turco e lancia un servizio sulla Svizzera. Ed ecco il momento: le 6 telecamere 6 si girano tutte verso di noi. Elsa mi presenta (accidenti: hanno anche preparato un cartello con la sintesi della mia vicenda pensionistica. Azzeccano pure il cognome evitando quel «Bianchini» che mi perseguita sempre in casi simili) e cominciano i nostri 20 minuti.

Chi ha visto la diretta dirà che ero sciolto, che tutto è andato ok, che ci sembravo «nato». Qualche riserva solo… sulla maglietta bianca della salute che si intravedeva sotto la camicia senza cravatta: mi hanno garbatamente preso in giro perché – sostengono loro – quando si va in tv, non ci si fa vedere con la maglietta bianca della salute. Sciolto, in effetti, mi sentivo. Alla fine mi son pure permesso una battuta (quello sullo Stato troppe volte forte con i deboli e debole con i forti) su cui il mio amico Antonio fa finta di essere superiore.

Ma è quando sono di nuovo sull'auto di lusso, con autista che mi racconta di come la moglie l'ha appena piantato, che mi viene in mente ciò che avrei potuto, e dovuto, dire ad Antonio per ribattere un suo passaggio. Ehi, Elsa e Michele, mi invitate ancora?

Io, per una volta dall'altra parte del video
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