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Spaghetti western, ogni volta è un grande piacere

Parole chiave: tv (241)

di Mauro Banchini

«Vestaglione di flanella e rutto libero». Nulla più dell'atteggiamento fantozziano davanti alla telecronaca di Inghilterra-Italia rende meglio rispetto allo spirito con cui noi, amanti del western spaghetti, ci accingiamo a vedere per l'ennesima volta «Il buono, il brutto, il cattivo».

Lo passano in una rete orfana di Emilio Fede e dunque destinata alla più desolata insignificanza se non fosse, appunto, per questi cicli che vengono riproposti alla nostra goduria di eterni fanciulli.

Superato il ribrezzo della Sandra (che poi è la mi' moglie. Finirà la serata chiusa in un comprensibile silenzio a leggersi un volume sulle erbacce) eccoci davanti ai mitici tre: Biondo, Tuco, Sentenza.

Faccio parte con orgoglio della categoria di chi conosce a mente le battute. Dal mio barbiere c'era un gruppetto di buontemponi – oggi quasi tutti al cimitero – che entrava non per barba/capelli ma solo per ripetersi le battute migliori. E nella storiaccia dei 200 mila dollari di battute memorabili ce ne sono molte. Una fra le mie preferite riguarda gli speroni: quelli che «si dividono in due categorie – sostiene Tuco davanti a un sorpreso Biondo – perché qualcuno passa dalla porta e qualcuno dalla finestra».

C'è una sola cosa che disturba nel ripassaggio su una rete commerciale di un film peraltro già lungo di suo: gli spot. Ma ci si può adattare. D'altronde il Biondo ne avrebbe parecchio bisogno, cotto dal sole nel deserto, di quella magica crema che «combatte i segni dell'invecchiamento». E magari Sentenza, cattivo com'è, può essere interessato a sapere che «i grillini conquistano Parma».

Nella storia, un dettaglio lo trovo gigantesco: per rendere pan per focaccia al nemico/amico che poco prima lo aveva costretto a traversare da solo e a piedi il deserto, Tuco (ovviamente Ramirez) ripete l'operazione con il Biondo ma stando a cavallo e disponendo di molta acqua (perfino ... per lavarsi i piedi in una tinozza di legno) mentre il povero Biondo se la fa a piedi masticando amaro. Ma ecco il dettaglio: a un certo punto, sul cavallo, Tuco («Dicono – prende per i fondelli – che alla pelle dei biondi il sole non fa bene») apre un delizioso ... ombrellino rosa che non si capisce dove l'abbia rubato ma lo ripara dal sole.

«Adesso mangiamo. Cioè: io mangio e tu fai la cura del sole». E giù a ridere mentre lo spot spiega (e qui c'è poco da ridere) come fare per sapere quanto pagheremo di IMU.

La storia si dipana. Arriva la diligenza scossa. Dentro c'è Bill Carson (chi fra noi non ha mai sognato di chiamarsi «Bill Carson»?) con il segreto dei 200 mila dollari chiusi in chissà quale tomba di chissà quale cimitero.

Da qui ripartono pezzi magici, frasi storiche («Io dormirò tranquillo perché so che il mio peggior nemico veglia di di me»), situazioni neppure troppo stupide.

Si va dal rapporto (amaro) fra quel delinquente di Tuco e quel santuomo del fratello francescano («Tu ti sei fatto frate perché sei troppo vigliacco per fare ciò che faccio io») all'incontro con una pattuglia di nordisti che sembrano sudisti solo perché pieni di povere e quel fesso di Tuco gli urla «Morte ai nordisti, Dio è con noi, anche lui odia i nordisti» mentre il Biondo capisce tutto ma solo qualche secondo dopo («Dio non è con noi perché anche lui odia gli imbecilli»).

E poi gli orrori della guerra. Il campo di lavoro. Le ruberie pilotate da Sentenza. Le torture con le grida coperte dalla musica. Il capitano buono. Il sergente stronzo («I tipi grossi come te mi piacciono perché quando cascano fanno tanto rumore». E chi se la scorda una frase come questa?). E, su tutto, la magia di Morricone.

Il sergente farà una brutta fine perché mentre sta portando Tuco all'impiccagione, meditando già cosa fare dei 3 mila dollari della taglia, al Tuco gli scappa la pipì e minaccia di farsela addosso. «Puzzi già abbastanza. È meglio non peggiorare la situazione». Ma, per il sergente, la situazione si fa tragica e i tre nostri eroi, sempre attraversando le oscenità della guerra (di grande efficacia antibellica il pezzo dell'inutile carneficina attorno a quel ponte), finalmente arrivano al cimitero.

Qui tutti sappiamo cosa accade. L'apoteosi. La corsa per trovare la tomba giusta. Il duello a tre: 5 minuti che uno se li rivedrebbe chissà quante volte. Fino alla domanda finale («Ehi, Biondo: sai di chi sei figlio tu?») cui Tuco si incarica di dare una risposta molto netta.

Dite quello che vi pare, ma io son già pronto per rivederlo. «Vestaglione di flanella e rutto libero». Of course.

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