Risponde il teologo
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«Aspetto la resurrezione dei corpi»: come sarà la vita eterna?

Una domanda su un'affermazione contenuta nel Credo c. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia Centrale.

Resurrezione, Beato Angelico, Museo di san Marco (Firenze)

Mi permetto di riproporre una questione teologico/dottrinale. Il Credo post Vaticano II adopera la formula «aspetto la resurrezione dei morti»; quello precedente si esprimeva «credo … la resurrezione della carne». A mia memoria, nei decenni preconciliari la Chiesa, ritengo sulla scorta di quell’articolo di fede, condannava la cremazione delle salme. Adesso la consente. Ed è un primo interrogativo. Ma, ben più consistente e decisiva è la questione implicata dalla fede nella resurrezione dei corpi: la vita eterna si prospetta, allora, come una prosecuzione senza fine della vita terrena, liberata dal male e quindi dal peccato e dal dolore?

Giuseppe Mandorli

Prima di rispondere è opportuno premettere alcune precisazioni. La formulazione del Credo in cui si afferma «aspetto la resurrezione dei morti» non è affatto un «Credo post Vaticano II». Si tratta, al contrario, di una formulazione risalente al IV secolo, denominata Simbolo niceno-costantinopolitano in relazione ai due Concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381) nell’ambito dei quali fu redatta. Nella liturgia latina precedente la riforma del Vaticano II questa la formulazione era utilizzata nelle Messe solenni, come ben sa chi frequenta il canto gregoriano.

L’altra formulazione a cui il lettore fa riferimento e nella quale si dice «credo ... la resurrezione della carne» è invece il Simbolo degli Apostoli, che non risale in vero agli Apostoli stessi, ma è comunque più antico del Simbolo niceno-costantinopolitano: si ritiene che possa risalire, almeno in alcune sue parti, al II-III secolo, sebbene non vi siano attestazioni scritte dell’intero Simbolo precedenti il IV secolo. Questo Simbolo, per la sua maggiore brevità, è stato spesso preferito dai redattori dei catechismi per essere inserito fra le formule da mandare a memoria. Esso era in effetti presente, tradotto in italiano, anche nel catechismo di San Pio X, assai diffuso e memorizzato prima del Concilio Vaticano II. Il Simbolo niceno-costantinopolitano invece, è diventato forse maggiormente familiare nella traduzione italiana ai più, con la riforma liturgica e la Messa in italiano, dopo il Concilio. Ma, come si può facilmente comprendere, le due formulazioni, entrambe antiche e utilizzate dalla Chiesa fin dall’antichità, sia nelle trasmissione della dottrina che nella preghiera liturgica, non esprimono affatto, una cambiamento dottrinale o di sensibilità relativo al prima e al dopo il Vaticano II.

Per quanto riguarda la posizione della Chiesa sulla cremazione si deve certo riconoscere, con il lettore, che la fede circa risurrezione (che la si definisca «della carne» o «dei morti» forse non fa molta differenza) ha giocato un ruolo rilevante. Infatti, se nell’immaginario precristiano la distruzione del corpo col fuoco poteva essere compresa come un’opportunità di liberazione e purificazione dell’anima, nella sensibilità cristiana l’inumazione intendeva piuttosto esprimere l’attesa della risurrezione. Per la fede dei primi cristiani, come attesta Paolo in 1Ts 4,13, i morti erano «coloro che dormono», ovvero giacciono in attesa di risorgere al momento della «venuta del Signore» (1Ts 4,16).

La riflessione dei Padri della Chiesa chiarì che l’eventuale incenerimento del cadavere non limitava in nessun modo l’onnipotenza di Dio nell’operare la risurrezione. La presa di distanza della Chiesa dei primi secoli dalla cremazione non era dunque dipesa da considerazioni su supposte condizioni necessarie per la risurrezione, bensì da valutazioni di carattere simbolico ed espressivo: il corpo veniva collocato in una posizione che evocava il sonno, ed era oggetto di rispetto in attesa del suo risveglio nella speranza della gloria futura. 

Se guardiamo alla storia della cultura funeraria cristiana, notiamo tuttavia che il giudizio sulla cremazione è cambiato nel tempo. Grosso modo possiamo distinguere infatti quattro periodi: 1) quello della Chiesa primitiva, che si è distaccata dalla prassi pagana dell’incenerire i cadaveri, optando per la sepoltura, in continuità con il costume giudaico che non conosceva la cremazione; 2) quello che va dal IV al XIX secolo, durante il quale la prassi della cremazione era contemplata nell’ambito della cristianità in situazioni di emergenza, come nei casi di epidemia; 3) quello caratterizzato da un atteggiamento di netta condanna, maturato verso la fine del sec. XIX, in opposizione al favore accordato alla pratica dalla massoneria in ostilità alla Chiesa; condanna espressa a più riprese e, per così dire, condensatasi nei canoni 1203 e 1240 del Codice di Diritto Canonico del 1917, con cui si negavano le esequie ecclesiastiche a chi avesse optato per la cremazione; 4) infine, quello attuale inaugurato dall’Istruzione Piam et constantem promulgata dalla Sacra Congregazione del Sant’Uffizio il 5 luglio 1963 e caratterizzato da un atteggiamento ben riassunto dal can. 1176, § 3 del Codice del 1983, attualmente in vigore: «La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti; tuttavia non proibisce la cremazione, a meno che questa non sia stata scelta per ragioni contrarie alla dottrina cristiana»; posizione ripresa recentemente dall’Istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede Ad resurgendum cum Christo del 2016, nella quale si è inteso ribadire e motivare che «la Chiesa continua a preferire la sepoltura dei corpi poiché con essa si mostra una maggiore stima verso i defunti» (n. 4).

La nuova posizione della Chiesa sulla cremazione a partire dal 1963, nel clima segnato dal Concilio Vaticano II, non è certo dipesa da mutamenti dottrinali circa il modo di intendere la risurrezione; piuttosto può essere intesa, questo sì, come uno dei segnali di un nuovo modo di porsi della Chiesa di fronte al mondo, nel segno del dialogo piuttosto che dello scontro. L’atteggiamento che emerge non è più quello sanzionatorio, che mira a difendere la fede comminando pene a chi agisce contro la prassi tradizionale, ma è piuttosto quello di chi si pone in ascolto per comprendere le ragioni di chi agisce e operare un discernimento.

Sulla seconda questione posta, ovvero su come intendere la vita eterna in rapporto alla risurrezione, sottoscrivo volentieri l’idea conclusiva del lettore di una vita «liberata dal male e quindi dal peccato e dal dolore», mi convince invece meno il definire la vita eterna «come una prosecuzione senza fine della vita terrena». Senza addentrarmi in argomentazioni complesse, riporto quanto, a questo proposito, dice lo stesso Gesù ai sadducei in Lc 20,27-40, laddove riaffermando la verità di fede della risurrezione dei morti, pone certo la vita futura in continuità con quella presente, ma ne mette anche in evidenza gli elementi di discontinuità: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Gianni Cioli

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