Risponde il teologo
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Chiese vuote dopo la pandemia? Ci siamo dimenticati la «casa della comunità»

IN questi mesi di pandemia, scrive una lettrice, molti fedeli si sono allontanati dalla chiese. LA risposta del liturgista, padre Lamberto Crociani.

Percorsi: Vita Chiesa
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In questi mesi di pandemia molte persone si sono allontanate dalle chiese. Abbiamo cercato in questo l'aspetto positivo, il fatto che si può pregare anche a casa o in altri luoghi. «Dio è ovunque» dice chi afferma di pregare più volentieri in modo personale. Adesso però che la situazione si va normalizzando, è giusto ricordare che pregare in chiesa, partecipare alla liturgia insieme alla comunità, resta irrinunciabile. Come fare perché non si dimentichi il valore dei luoghi sacri?
Alessandra Bonaiuti

Risponde padre Lamberto Crociani,
docente di Liturgia
Di notevole interesse è quanto scrive la nostra lettrice, esprimendo una perplessità giusta e ben ponderata. Ma il suo intervento va ben oltre la constatazione amara e l’interrogativo che pone.
Sicuramente la pandemia, con l’iniziale lockdown e poi con le parziali riaperture, non solo ha modificato in profondità le nostre «abitudini» di cristiani, ma ha anche posto allo scoperto dei mali da tempo soggiacenti alla nostra esperienza di fede.
L’inizio della pandemia ha rivelato il dramma, da molti profondamente sentito, dell’assenza della tavola di comunione eucaristica, anche con accuse dirette allo stesso episcopato, che ha continuato a favorire la preghiera in famiglia, cercando di ricordare, attraverso sussidi ben preparati, che non si doveva vivere l’esperienza soltanto a livello familiare e tanto meno a livello personale, ma in comunione con tutti i fratelli e sempre e comunque come manifestazione di vita ecclesiale, anche se frustrata dalla mancanza di partecipazione diretta alla celebrazione eucaristica fonte autentica di unità e di comunione.
Quando poi finalmente, e con le dovute attenzioni di fronte alla pericolosità dei contagi, le comunità hanno ripreso a celebrare i santi misteri si sono verificate due opposte tendenze, giustificate tanto spesso dalla «paura» del virus.
La prima ha visto una parte dei fratelli partecipare alle celebrazioni ma senza accostarsi alla tavola di comunione con due diverse motivazioni: la paura del contagio, il senso di indegnità a ricevere la comunione sulla mano e portarla poi alla bocca. Questo secondo atteggiamento è stato favorito anche da alcuni membri del clero e ha generato usi strani. Spesso mi è capitato di osservare che al momento della distribuzione delle specie eucaristiche al popolo parecchi uscivano di chiesa.
La seconda tendenza, sempre giustificata dalla paura, è stata quella di disertare l’assemblea dei fratelli, adducendo la motivazione che si può pregare dovunque senza bisogno di «andare in chiesa», tanto il Signore è presente in ogni luogo, realtà che non nego affatto e che era ribadita dallo stesso catechismo di Pio X, ma che fin dalle origini non è restata isolata dalla riunione dei fratelli, secondo la stessa parola del Signore.
Ambedue gli atteggiamenti, ma soprattutto il secondo, hanno manifestamente messo in luce una piaga che per un millennio ha caratterizzato la vita ecclesiale, cioè il devozionismo privato tanto sostenuto da frange ecclesiali anche attuali. Questo atteggiamento rifiuta categoricamente uno degli aspetti fondamentali della riforma liturgica e cioè la «partecipazione attiva e consapevole» alla celebrazione.
Tutto questo i porta ad affrontare l’interrogativo del lettore sulla rivalutazione dei luoghi sacri cercando di comprendere il senso di questa espressione che sicuramente ha radici profonde legate non solo al mondo ebraico ma anche al mondo pagano, La definizione «spazio sacro» implica l’idea che esistono luoghi dove è verificabile una presenza della divinità rispetto ad altri che non la contengono: ciò che sta nello spazio del tempio e ciò che sta al di fuori o di fronte a questo. Tale concetto era già combattuto non solo dalla preghiera di consacrazione del tempio fatta da Salomone, ma anche da molta letteratura profetica e sapienziale. Dovremmo ribadire che il mondo cristiano non conosce nella sua essenza la sacralità, ma la santità.
Dobbiamo allora domandarci che cosa sia una chiesa, da troppo tempo ormai considerata alla stregua del tempio. Prima di tutto va ricordato che questa parola è l’abbreviazione di un’espressione che permette di rivalutare il significato di questo luogo. L’espressione completa era domus ecclesiae ossia casa della comunità, luogo dove si incontrano i fratelli in una sinassi (riunione) che esprima l’esperienza della carità e della comunione fraterna e che trova il suo culmine nella celebrazione del Mistero eucaristico che pone la comunità celebrante in comunione col Signore Risorto e mediante lui nello Spirito Santo col Padre. Luogo pertanto della gioia e della festa quando i fratelli si riuniscono per ascoltare la Parola del Signore, per pregare e cantare le lodi di Dio e la bellezza dell’essere insieme, manifestando nella loro unità/comunione la presenza del Risorto.
La casa della comunità è pertanto il luogo della comunione che trova la sua pienezza nella partecipazione alle specie eucaristiche. E anche si deve sottolineare che tale partecipazione non è, come altre volte ho scritto, un dato intimistico e di devozione personale, ma essa comporta sempre una ecclesialità, coscienti che la comunità celebrante, che comunica ai segni, è manifestazione piena del Risorto, perché nel pasto sacro diventiamo tutti concorporei e consanguinei con lui.
A questo proposito il vescovo Agostino non solo ricorda che nell’Eucaristia è significata la Chiesa, ma anche quando la comunità celebrante è dispersa per tornare alle proprie realtà quotidiane l’unità non è spezzata ma continua nella lode e nel rendimento di grazie che si traduce nella vita di ogni giorno.
Già l’autore della lettera agli Ebrei raccomandava ai cristiani di non disertare le riunioni per la preghiera comunitaria e questo sicuramente secondo il pensiero del Signore stesso. Infatti proprio al termine del discorso nella sinagoga di Cafarnao al capitolo 6 dell’evangelo di Giovanni, Gesù stesso dopo che in modo negativo e positivo ha ribadito l’urgenza di mangiare la sua Carne e bere il suo Sangue conclude offrendone la motivazione a partire dalla sua stessa esperienza di relazione col Padre nel mistero della salvezza, sostiene infatti che solo chi mangia di lui vivrà per lui.
In conclusione ritengo che non si tratti di rivalutare il senso dello «spazio sacro», ormai infatti il velo del tempio è squarciato da cima a fondo, ma di recuperare l’urgenza della presenza nella casa della comunità per fare memoria del Mistero del Cristo e per essere riuniti dallo Spirito Santo nell’unico corpo per la partecipazione attiva e consapevole al Corpo e al Sangue del Signore.

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