Risponde il teologo
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Dal n. 40 del 7 novembre 2004

Come accogliere le coppie conviventi?

Caro don Ciardella,
approfitto di questa sua interessante rubrica per uno sfogo, che spero mi perdonerà. Ultimamente mi sono chiesta (anche per via di una vicenda che mi ha coinvolto indirettamente) se la Chiesa abbia cambiato la sua dottrina nei confronti delle coppie conviventi. Da una durezza, forse anche eccessiva, nel passato, si è passati ad una «tolleranza» molto ampia: fidanzati che vivono insieme da anni vengono ammessi al matrimonio senza battere ciglio. Nella mia parrocchia sono stati addirittura battezzati bambini figli di conviventi non sposati. La convivenza è una prassi ormai consueta, un «periodo di prova» dal quale quasi tutti i ragazzi passano prima di pensare a sposarsi, e i parroci sembrano essersi adeguati a questa moda. Capisco che la Chiesa deve essere accogliente e misericordiosa: ma non si finisce così per svilire ancora di più il matrimonio?
Lettera firmata

risponde PIERO CIARDELLA
Cara signora, il suo motivato «sfogo» centra un problema che, le assicuro, rappresenta una vera preoccupazione anche per i pastori. Naturalmente la dottrina della Chiesa in materia non è affatto mutata, anzi, il fenomeno delle «unioni di fatto», in continua crescita e con sempre più richieste di riconoscimento giuridico, è seguito con apprensione dal Magistero sia per le negative ricadute che ha sul piano sociale ed ecclesiale, che per il retroterra culturale sottostante. Ciò che sicuramente è cambiato - a ragione - è l'atteggiamento della Chiesa nei confronti di quanti scelgono la convivenza: da un totale rifiuto e da un giudizio escludente, si è passati ad un atteggiamento accogliente, di comprensione e di concreto aiuto. Anche se, dobbiamo constatare, rimane ancora una disparità di prassi pastorale tra i sacerdoti che genera non poche incomprensioni e disorientamento.
Questo cambiamento non è certo motivato da un rassegnato adeguamento alla «moda», ma per ragioni, a mio modo di vedere, condivisibili. Innanzitutto, oggi si richiede un serio e sereno discernimento che tenga conto delle motivazioni che inducono alla scelta della convivenza. In un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia di qualche anno fa (Famiglia, matrimonio e unioni di fatto), si legge chiaramente che «l'espressione “unioni di fatto” abbraccia un insieme di realtà umane molteplici ed eterogenee» e per questo non è consentito fare, come si dice, di ogni erba un fascio. «Siamo di fronte a persone concrete - continua il documento -, con una visione propria della vita... con la loro storia. Dobbiamo considerare la realtà esistenziale della libertà individuale di scelta e della dignità delle persone, che possono sbagliare». Dunque, se la convivenza è sempre un errore che mina nel profondo la stessa natura dell'amore umano che chiede stabilità ed ha inevitabili dimensioni sociali, occorre saper discernere le motivazioni delle singole persone. C'è infatti chi sceglie la convivenza per una opposizione radicale e ideologica al matrimonio, chi per timore di legarsi «per sempre» ad una persona, ma c'è anche chi la vive come soluzione forzata e temporanea.

Il documento citato, inoltre, invita a tener conto anche delle cause culturali che sono all'origine della crisi del matrimonio sia civile che religioso. Oggi dobbiamo prendere atto che soprattutto le nuove generazioni sono spesso vittime di una cultura che impone loro il mito del continuo cambiamento, che rifiuta certezze e valori che impegnano stabilmente per il futuro. Per questo, come ha di recente riaffermato il sociologo Bauman nel saggio dedicato alla odierna fragilità dei legami affettivi: Amore liquido, l'uomo contemporaneo, se da una parte ha l'estremo bisogno di relazione, al contempo «ha paura di restare impigliato in relazioni stabili e teme che un legame stretto comporti oneri che non vuole né pensa di poter sopportare». La consapevolezza di questa istanza epocale deve motivare i pastori e i laici cristiani ad una maggiore comprensione verso le singole persone, ed insieme ad «approfondire gli aspetti positivi dell'amore coniugale, per poter inculturare la Verità del Vangelo» (famiglia, matrimonio…).
In altre parole, qualunque siano i motivi per cui i giovani scelgono la convivenza, la Chiesa ha il dovere di accogliere nel rispetto delle loro scelte ognuna di queste persone, non nascondendo o falsificando la verità, ma mettendo in atto concreti cammini di accompagnamento per aiutarle a maturare una scelta più responsabile.
Con molta sapienza pastorale e in maniera sintetica il Direttorio di pastorale familiare della CEI afferma: «L'individuazione precisa delle vere ragioni che hanno condotto alla semplice convivenza permetterà di offrire contributi più efficaci e mirati per aiutare queste persone a chiarire la loro posizione, a superare le difficoltà incontrate… Attraverso un fraterno dialogo e una paziente opera di illuminazione, di caritatevole correzione, di testimonianza familiare cristiana, i pastori e i laici che fossero a conoscenza di tali situazioni si adoperino, quindi, affinché esse, quando sono unioni con un solido fondamento di amore reciproco, si risolvano con la celebrazione del matrimonio».
Il documento «Famiglia, matrimonio e unioni di fatto» (26-07-2000)(II)

Come accogliere le coppie conviventi?
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piera 29/07/2009 00:00
voglio commentare la lettera della signora che non conosce il problema (beata lei) delle persone che sono costrette a convivere per anni e non per loro espressa volontà! convivo da ben 15 anni per gravissimi problemi economici e quando sai che lo stato ti toglie la pensione di vedovanza che ti serve per non finire di sprofondare nei debiti.....rinunci al giorno più bello della tua vita e tiri avanti con un dolore nell'anima che ti lacera......ho avuto dei figli in questo percorso di vita che ho battezzato, comunicato e cresimato....perché ho fede, perché era giustissimo che i figli ricevessero i sacramenti e sono felice di non essere incappata in preti bigotti come credo sia la signora!!!!!come fa a pensare che tutto sia superficiale come crede lei? in questi 15 anni non c'è stato un solo giorno che io non abbia chiesto perdono al Signore per questa scelta di vita, ma io so che lui mi ha ascoltata e mi ha mandato in dono 2 splendidi figli, che sono il mio miracolo vivente!! finalmente questa tortura sta per finire e tra qualche mese io e il mio compagno saremo marito e moglie e davanti a Dio come la mia fede mi impone... come vede cara signora non siamo carne da macello ma semplicemente esseri umani ma soprattutto figli di Dio proprio come lei!!!!!! pensi bene prima di sparare sentenze!!!!!
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giovanna levi 15/04/2009 00:00
comunque questo atteggiamento da "popolo eletto" di convertire, convertire, convertire, mi sembra l'anticamera di tanta violenza! la storia me lo dice... la chiesa è una monarchia di tipo teocratico e come tale va trattata, non ha nulla a che vedere con le parole del vangelo! basta intermediari terreni tra anima e mondo dello spirito!
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Dante Pastorelli 10/09/2007 00:00
Il dovere primo della Chiesa, credo, deve essere quello di annunciare a tutti Cristo e a promuovere la conversione degli erranti, ogni genere di erranti: eretici, scismatici, atei, increduli d'ogni sorta e peccatori tutti, noi cattolici compresi. E' la sua missione, è il comandamento che gli Apostoli han ricevuto dal Dio incarnato.
La Verità dev'essere presentata nella sua interezza senza niente velare o addirittura tacere o negare.
I conviventi, è inutile tergiversare, vivono in continuo stato di peccato mortaale in sé, reso anco più grave e pernicioso dallo scandalo: son pubblici peccatori.
La Chiesa non può escluderli, siamo d'acordo, deve convertirli accogliendoli ma parlando chiaro: voi vivete nel peccato ed inducete altri nel peccato.
Come può la Chiesa rispettare le "scelte delle persoene" se queste scelte sono un'offesa a Dio ed al male invogliano? Rispetto per la persona che si deve amare, condanna della scelta peccaminosa.
Dinnanzi alla Verità lasciamo perdere il buonismo del sociologismo e dello psicologismo.
Quali che siano le ragioni razionalmente valutate ed assunte per iniziare e proseguire una convivenza in contrasto con la morale divino-naturale, il peccato va condannato ed i peccatori ammoniti ed invitati, certo con carità, a riconciliarsi con Dio per tornar membra vive del Corpo Mistico.
Il sacerdoti li immetta in un cammino di redenzione che non può durare a lungo: se i conviventi non intendono rinunciare alla loro condizione e santificarsi nel matrimonio, allora c'è da scuotersi la polvere dai calzari e rivolgersi altrove. Come fece S.Francesco col sultano e come è imposto dal Vangelo.
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Dante Pastorelli 10/09/2007 00:00
Leggo solo ora l'intervento di Busato. Non ne condivido una sola parola.
Il matrimonio è di istituzione divina, è un sacramento. La Chiesa non può né deve, salvo tradire la sua stessa essenza, prospettare altri progetti di matrimonio; niente deve modificare in merito del suo Deposito di Fede; niente ha da rimproverarsi e niente ha da rinnegare per un velleitario ecumenismo sulla base di una riscoperta dei valori di Lutero. E quali sarebbero questi valori? La distruzione della base sacramentaria della Chiesa? L'accusa di "abominio" rivolta alla S.Messa? La stessa scandalosa vita privata dell'eresiarca?
L'appiglio ad incaute parole di circostanza di un papa amante della popolarità è prodromo di caduta nel baratro dell'indifferentismo e di un neomodernismo che si inventa una religione i cui principi fondamentali dovrebbero adeguarsi ai tempi.
La Parola è immobile perché Verità Assoluta: sono i tempi che ad essa devono adeguarsi.
Il matrimonio è o non è. Tertium non datur.
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Alberto Busato 12/12/2004 00:00
Presentazione: Ritengo sia necessaria una nuova riformulazione del "matrimonio", sia in termini di Diritto Civile che di Diritto Canonico. Per questo faccio un excursus storico del matrimonio dal tempo di Roma fino ai giorni nastri. L'ultima parte col "Progetto" dovrebbe essere chiarita e sviluppata. Grazie, don Ciardella per l'opportunità di esporre il mio pensiero. ("Chi mi riconoscerà di fronte agli uomini, io lo riconoscerò di fronte al Padre mio" - Questo meraviglioso anacoluto è il mio motto!)
Cordialissimi saluti, AB



EVOLUZIONE STORICA DEL MATRIMONIO


Epoca romana. Un?analisi del ?matrimonio? nella sua evoluzione storica parte da questa definizione fondamentale: dicesi ?matrimonio? l?unione di un uomo e di una donna legittimata da leggi civili o religiose o dalle consuetudini?. Già secondo i Giuristi dell?antica Roma il matrimonio era una ?istituzione? che traeva il suo fondamento dal ?diritto naturale?, intendendosi per diritto naturale ciò che l?uomo sente appartenergli come indicazione ?a priori? (innata) in virtù della propria natura umana. L?organizzazione sociale dell?uomo impone poi di dare veste giuridica al matrimonio fondato sul diritto naturale.
In epoca repubblicana romana il matrimonio comportava la sottomissione della moglie all?autorità del marito come conseguenza del fatto che le donne erano soggette all?autorità dell?uomo e tale autorità (patria potestas) col matrimonio veniva trasferita dal padre della sposa allo sposo. Questo tipo di matrimonio fu progressivamente sostituito da quello libero fondato unicamente sul consenso degli sposi (formulato dal giurista Ulpiano). E? chiaro come ?il Consenso degli sposi?, posto a base del matrimonio, mettesse sullo stesso piano l?uomo e la donna. Così, il ?ripudio?, prerogativa dell?uomo, veniva sostituito dal divorzio consensuale, o di iniziativa anche della sola donna. Il ?consenso? e il riconoscimento della volontà individuale e paritetica dei coniugi, aveva come conseguenza il non intervento dell?autorità pubblica nei casi di divorzio.

Epoca del primo cristianesimo. La prima Chiesa cristiana ?esordì? riconoscendo le unioni contratte secondo il Diritto Romano, proponendo, però, una propria visione etico-religiosa della vita matrimoniale. Nacque il concetto di ?remedium concupiscentiae? (concetto estraneo al diritto naturale e dal ?sapore? non paritetico). Questo concetto si trova già in S.Paolo nella lettera ai Corinzi, il quale però sembra correggerlo nella lettera agli Efesini, ove il matrimonio è presentato come un simbolo dell?unione di Cristo con la chiesa. (E? chiaro che in questa visione del matrimonio si vengono a individuare (e tracciare) in esso elementi di promozione e salvezza).
L?allontanamento dal Diritto Romano della Chiesa in fatto di matrimonio, avvenne con l?Editto di Milano del 313 d.C. Furono sollecitate alcune modifiche e in particolare il divieto di divorzio e di secondo matrimonio per i vedovi. Tali sollecitazioni (?raccomandazioni? si direbbe oggi) furono però prese in considerazione solo nel 542 d.C. dall?Imperatore Giustiniano, il quale ridusse i motivi di legittimo divorzio unilaterale e soppresse quello consensuale. Questa ?stranezza? fu, però, subito corretta nel 566 d.C. dal suo successore Michele III, il quale reintrodusse il divorzio consensuale.

Epoca medievale. Nell?epoca medievale la Chiesa sostanzialmente accettò in materia matrimoniale, le regole del Diritto Germanico, benché fossero completamente diverse da quelle del Diritto Romano, dato che non riconoscevano alcuna autonomia alla volontà degli sposi. Il Matrimonio si perfezionava in due tappe, la prima (desponsatio) era un atto contrattuale stipulato tra le famiglie degli sposi, nel quale il padre della sposa trasferiva al futuro marito la potestà sulla donna, ricevendone un prezzo in contropartita (nel Diritto Romano avveniva l?inverso, il padre della sposa costituiva ad essa una dote); la seconda (nuptiae) era la cerimonia che si concludeva con l?accompagnamento della sposa nella camera nuziale (traditio puellae). In questo periodo, però, la Chiesa si opponeva a due aspetti del Diritto Germanico, lo scioglimento delle famiglie per ripudio o divorzio consensuale, e il concubinato con mogli di grado inferiore, ammesso dal Diritto Germanico accanto al matrimonio principale. (Carlo Magno arrivò ad avere fino a quattro mogli-concubine).
Nel frattempo la Chiesa riconsiderava la propria visione della vita matrimoniale. Fu solo nell?anno 866 d.C. che fu affermata per la prima volta la consensualità dei coniugi come fondamento matrimoniale con una lettera del papa Niccolò I. Ma tale norma divenne pienamente operante solo attorno al 1000-1100 d.C.
Durante i secoli VII - XI la Chiesa ?si perdette? in lunghe disquisizioni riguardanti fino a qual grado di parentela poteva vietarsi il matrimonio tra consanguinei, arrivando ad una estensione così assurda del concetto di incesto da comprendervi non solo remote parentele, ma perfino l?affinità. Ciononostante, si facevano passi avanti circa la dottrina del consenso e quella della natura sacramentale del matrimonio, e quando questi concetti trovarono la definitiva maturazione da parte di teologi, giuristi e papi, il ?vero matrimonio? cessò di essere la desponsatio germanica (contratto tra famiglie) per diventare cerimonia religiosa, previo accertamento, da parte del prete, della assenza o idoneità di parentela e dell?esistenza della libera volontà degli sposi.
Il matrimonio divenne così materia di Diritto Canonico, e il canonista Graziano (1140 ca.) poteva dare la seguente definizione di matrimonio: ? Unione dell?uomo e della donna atta a formare tra loro una comunità di vita?. Rimaneva aperta ancora una questione: ?Secondo quale preminenza si ponevano per la validità del matrimonio, il ?consenso? e l?effettiva unione sessuale??
La soluzione fu che il matrimonio ?rato?, cioè valido secondo le procedure canoniche, ma non consumato, rientrava tra quelli annullabili.

Il Matrimonio dopo la Controriforma. Martin Lutero aveva riaffermato un?origine divina del matrimonio (esso fa parte del disegno di Dio sull?uomo), ma ne aveva negato l?aspetto sacramentale, in quanto nella sua istituzione, sul fine della salvezza predomina la necessità dell?ordine naturale dei rapporti umani. Di conseguenza, Lutero aveva reinserito il matrimonio nel diritto civile, ammettendo il divorzio in certi casi. Inoltre, secondo Lutero, era illegittima qualunque opposizione all?unione di uomo e donna, dalla parentela troppo allargata, al celibato imposto a preti e suore.
Con la Controriforma. la Chiesa cattolica condannò queste tesi protestanti e col Concilio di Trento (1563 d.C.), operando una nuova sistemazione della materia matrimoniale, definì solennemente la natura sacramentale del matrimonio. Inoltre il Concilio di Trento riaffrontò la questione dei matrimoni ?clandestini?, cioè dei matrimoni celebrati da coniugi consenzienti, ma senza la dovuta pubblicità, già proibiti dal Concilio Laterano IV. Ma per capire come tutta la questione matrimoniale rimaneva ?dottrinalmente? in alto mare, basti pensare che la riaffermazione del consenso degli sposi per la validità del matrimonio, la conseguente condanna della subordinazione al consenso dei genitori, e l?obbligo delle forme di pubblicità, passarono a maggioranza e non all?unanimità nel consesso dei Padri conciliari. Il Decreto conciliare non fu mai pubblicato in Francia, pur non essendo espressamente rifiutato. Addirittura, in diverse occasioni, tra il 1579 e il 1730, le ordinanze reali imposero per le nozze di uomini di meno di trent?anni e per le donne di meno di venticinque, l?esplicito consenso dei genitori. E i contraenti matrimonio clandestino, parificato al rapimento, incorrevano nella pena di morte!
Nel frattempo, mentre nei paesi protestanti si affermava il matrimonio civile con l?inclusione del divorzio in alcuni di essi, in quelli cattolici il matrimonio restò di competenza del Diritto Canonico fino alla Rivoluzione francese. Col decreto rivoluzionario del settembre 1792, la materia matrimoniale passava al Diritto Civile, venivano aboliti il consenso dei genitori e gli impedimenti canonici, e veniva introdotto il divorzio. Il Codice Civile napoleonico, dopo la Rivoluzione, ristabilì il potere del padre sui figli e quello del marito sulla moglie, ma non toccò il principio del matrimonio civile. Esso finì con l?estendersi nell?Europa del XIX secolo e fu recepito nel Codice Civile italiano del 1865. I Patti Lateranensi del 1929, istituirono poi il ?doppio regime?, riconoscendo effetti civili ai matrimoni celebrati secondo il rito cattolico.

Il matrimonio al giorno d?oggi. I cenni storici sopra riportati mostrano come il ?matrimonio? nel corso dei secoli sia andato incontro ad una molteplicità di revisioni, sia sotto l?aspetto giuridico, che sotto quello religioso. Il fatto che solo col Concilio di Trento, cioè più di millecinquecento anni dopo la ?diatriba? evangelica tra Cristo e i discepoli, ne sia stata sancita la sacralità da parte della Chiesa Cattolica, e quindi affermata l?indissolubilità, la dice lunga sul ?tormentoso? percorso ideologico posto in atto per giungere ad una ?corretta? visione di ?giuste nozze?! D?altra parte ciò è naturale, perché sia il diritto civile che quello ecclesiastico non possono prescindere dai mutamenti che la società umana compie nel suo progressivo sviluppo. Lo sviluppo della Società umana è un dato di fatto col quale devono fare i conti sia le leggi civili che i canoni religiosi. Questa verità è sancita da Gesù Cristo in persona, e costituisce l?essenza della differenza tra Cristianesimo e Islam. Cristo riconosce un dinamismo nella Storia ( ?Io vi dico quello che ora potete comprendere, ma in seguito verrà lo Spirito di Verità a rivelarvi molte altre cose che ora non potreste comprendere?). Maometto, invece, sembra indirizzare (e imperniare) il Suo insegnamento su di una società statica e immutabile. (Il Corano viene ritenuto dai mussulmani dettato direttamente da Dio, e quindi non soggetto ad interpretazioni oltre quelle lessicali e contingenti. Di qui la difficoltà dei mussulmani ad accettare il mondo occidentale cristiano in grande trasformazione nella tecnologia e nei costumi).
Rifacendoci all?excursus storico del matrimonio, è lecito chiedersi a che punto è oggi quel ?tormentoso percorso ideologico? di cui sopra parlavamo. Ebbene, è facile capire che la Società si è trasformata al punto, da non recepire più né i canoni del Concilio di Trento, né la sistemazione, sia pur recentissima, che ha avuto la materia matrimoniale nel Diritto Civile (in Italia). Prova di ciò è l?affermazione che si è andata sviluppando, delle cosiddette ?coppie di fatto? (o coppie conviventi). Esse, proliferando sul terreno di una società che ha sviluppato i valori della libertà e dell?accet-tazione (anche a livello religioso), dimostrano come una cartina di tornasole, la vetustà dell?istituzione matrimoniale, rifiutando tanto il matrimonio religioso che quello civile. E? lecito chiedersi cos?è che non va in questi matrimoni.

Critica dell?istituzione matrimoniale nell?attuale società. La critica fondamentale che viene rivolta dall?attuale società all?istituzione matrimoniale è la sua complessità, sia legislativa che canonica soprattutto nelle conseguenze che l?atto matrimoniale comporta nei suoi futuri sviluppi, se attivati. In una società in cui il concetto dei ritmi immutabili di vita, scanditi come il susseguirsi immutabile e prevedibile delle stagioni, non è più vero neppure per le stagioni, un ?impegno matrimoniale? che può sfociare nel divorzio con le sue complicatissime implicazioni morali ed economiche, oppure scontrarsi con il muro dell?indissolubilità, fa letteralmente paura. Non dobbia-mo a questo punto obbiettare che gli ostacoli si superano con l?educazione all?amore e alla scelta giusta del coniuge come molti sanno fare e portare ad alte idealità e conquiste, ma dobbiamo osservare le cose come stanno e si evolvono, ritenendo sempre valido il principio secondo il quale l?organizzazione di una comunità rivolta a promuoverne il bene (lo Stato), richiede comunque una adeguata sistemazione giuridica del matrimonio. Questa sembra ottenersi riformulando la definizione stessa di ?Matrimonio?. Pur essendo ovvio che il matrimonio trae il suo fondamento dal diritto naturale, una definizione che affermasse che il matrimonio pone a sua base un PROGETTO che i due futuri sposi concordano di realizzare, sembrerebbe ricca di ?ricadute? virtuose e la più adatta a rispecchiare la funzione del matrimonio nella società odierna.
Da questa definizione deriva come conseguenza che, quando la coppia si accorga che il progetto di vita (inteso alla elevazione morale ed economica, alla promozione e alla realizzazione delle persone (coniugi e prole) non si rivela più realizzabile, la coppia stessa faccia un?analisi del quadro situazionale prendendo i provvedimenti opportuni in modo consenziente o meno. I quali provvedimenti possono sfociare nella separazione. A questo punto, è un bene per la comunità che sia predisposto alla coppia che si separa, un terreno facile, cioè un iter semplice atto a dare a ciascuno degli ex coniugi l?opportunità di tentare un nuovo ?progetto?.
I ?progetti? (matrimoni) per il cui buon fine la comunità è chiamata a ?investire? in facilitazioni, fanno crescere la comunità stessa elevandola moralmente. Questa ?filosofia? salva il concetto di famiglia, entro il cui nucleo si realizza il progetto matrimoniale, recupera le coppie di fatto. Per quanto riguarda l?indissolubilità del matrimonio cattolico, conseguente al suo dichiarato aspetto di ?sacramento?, va riconsiderata da parte della Chiesa questa materia ripercorrendone criticamente tutto il suo iter storico, per poterne dare una definizione moderna consona ai tempi, e conscia la Chiesa del fatto che una rivalutazione di Martin Lutero quale è stata fatta recentemente dal Papa Giovanni Paolo II, non può contestualmente non comportare una revisione critica della Controriforma. E ciò alla luce della sempre affermata meta ecumenica della Cristianità.




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