Risponde il teologo
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Come va usato l’altare della chiesa? Ecco cosa può starci sopra (e cosa no)

Durante i matrimoni, l'altare non può essere usato per la firma degli atti al termine della Messa. È una delle spiegazioni di padre Valerio Mauro su come può essere usato l'altare di una chiesa, e cosa invece è vietato.

Percorsi: Liturgia - teologia
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Tante volte ho assistito alle celebrazioni eucaristiche durante i quali i religiosi facevano la professione solenne (i voti). Al termine del rito, nella celebrazione, il religioso firmava i documenti sull'altare. Ha un senso fare questo sull'altare che rappresenta Cristo? Stessa domanda si riferisce anche al matrimonio, quando gli sposi firmano i documenti sull’altare. Durante una catechesi nella chiesa, una catechista usava l'altare come se fosse un tavolino e metteva all'altare dei fogli e una fotocamera. Qual è il significato dell'altare nella celebrazione eucaristica e soprattutto fuori di essa?
Renato Galic

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria
L’interesse del lettore, nel suo riferimento a riti e situazioni diverse, si concentra sul significato dell’altare, sia all’interno che al di fuori della celebrazione eucaristica. Partiamo da quanto prescrivono le rubriche liturgiche per giungere a un quadro di riferimento, che potrebbe persino suscitare ulteriori domande.
L’Ordinamento generale del Messale Romano (Ogmr), nella sua terza edizione del 2000, si esprime in modo chiaro: l’altare rappresenta Cristo, «pietra viva» secondo la Scrittura (1Pt 2,4; Ef 2,20) ed è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia. Inoltre, secondo la prospettiva liturgica, nella struttura architettonica di una chiesa dovrebbe essere «il centro verso il quale spontaneamente converga l’attenzione dei fedeli» (Ogmr 296-299). La centralità dell’altare ha un’evidente simbologia cristologica, perché si presenta come il cuore della celebrazione eucaristica, memoriale dell’evento della croce, nel quale in Cristo si trovano unificate le dimensioni distinte dai sacrifici antichi. Come recita la liturgia, Cristo «offrendo il suo corpo sulla croce, diede compimento ai sacrifici antichi, e donandosi per la nostra redenzione divenne altare, vittima e sacerdote» (V prefazio del tempo pasquale). Le norme previste, quindi, tendono a mettere in evidenza questa simbologia, preservandola da ogni banalizzazione. Le rubriche prescrivono in modo chiaro che sull’altare si possono disporre solo le cose strettamente necessarie alla celebrazione e solo al momento opportuno: «sopra la mensa dell’altare possono disporsi solo le cose richieste per la celebrazione della Messa: l’Evangeliario dall’inizio della celebrazione fino alla proclamazione del Vangelo; il calice con la patena, la pisside, se è necessaria, il corporale, il purificatoio, la palla e il Messale siano disposti sulla mensa solo dal momento della presentazione dei doni fino alla purificazione dei vasi» (Ogmr 306). La Conferenza episcopale italiana ha aggiunto un invito esplicito «a non ridurre l’altare a un supporto di oggetti non strettamente necessari alla liturgia eucaristica. Anche i candelieri e i fiori siano sobri per numero e dimensione» (Cei, Precisazioni all’uso del Messale, 15).
Purtroppo, volgendo lo sguardo alla situazione reale, la precisazione della Cei appare tanto necessaria quanto spesso disattesa. Per i motivi più disparati, per pigrizia o ignoranza, per sciatteria o negligenza, l’altare viene usato come supporto per gli oggetti più disparati, compresi gli attuali flaconi per l’igienizzazione delle mani. Nè mi sembra adeguato lasciare sull’altare il promemoria settimanale dei defunti per i quali si celebra la Messa. Anche quanto necessario per l’amplificazione della voce dovrebbe avere dimensioni modeste. La medesima sobrietà è richiesta per le candele e gli eventuali fiori. Il significato dell’altare, poi, resta tale al di fuori della celebrazione. Usarlo in modo strumentale per collocarvi oggetti vari, come accenna il lettore nel caso indicato, non appare rispettoso della sua simbologia e offre un segnale contraddittorio alla comunità. Dovremmo riflettere con serietà sull’uso che facciamo delle «cose» della liturgia, dei suoi tempi e dei suoi movimenti. Non è necessario avere tutto sotto mano, anzi. La liturgia è fatta anche di spostamenti, da luoghi centrali a periferici o viceversa, come la processione dei doni che converge verso l’altare. Assemblare tutto in prossimità del celebrante toglie respiro al ritmo della celebrazione.
La domanda del lettore, tuttavia, è partita dal riferimento alla firma sull’altare del documento della professione religiosa. Esaminiamo le rubriche. Il rito della Professione religiosa perpetua, inserito nella Messa, prevede che neo-professi/e, dopo aver pronunciato la formula della professione, scritta di proprio pugno, la depongano sull’altare firmandola lì sopra (Cf Rituale romano per la professione religiosa, n. 160). La norma è ripresa nei rituali propri delle varie famiglie religiose, per esempio nel rito romano-serafico, comune a tutti gli ordini francescani del 2001 e in quello per i Missionari comboniani del Cuore di Gesù, del 2008. In aggiunta a questa rubrica, nel rituale dei Servi di Maria la pergamena firmata viene deposta sull’altare dove poi sarà steso il corporale per la celebrazione eucaristica (cf Rituale dei Servi di Maria, n. 213). Di senso contrario è la rubrica per la liturgia del matrimonio, in forza della quale le firme, previste al termine della celebrazione, non vanno poste sull’altare: «Si dà lettura dell’atto di matrimonio. Quindi gli sposi, i testimoni e il sacerdote lo sottoscrivono: le firme possono essere apposte sia davanti al popolo sia in sacrestia; mai però sull’altare» (Rito del matrimonio, versione del 2004, n. 94). Le indicazioni così divergenti suscitano qualche perplessità, perché ci troviamo di fronte a due celebrazioni assimilabili tra loro nel loro riferimento simbolico sponsale. Perché questa distinzione? E si potrebbe aggiungere che il matrimonio è un rito propriamente sacramentale, mentre non lo è la professione religiosa.
Proseguendo il confronto, si potrebbe chiamare in causa la definitività dell’impegno richiesto, secondo la fede cattolica. Il sigillo sacramentale sponsale è indissolubile e nella sua forma piena e compiuta è sottratto a un possibile intervento da parte della Chiesa. L’impegno della professione religiosa perpetua, rivolto direttamente a Dio stesso, può essere sciolto dall’autorità apostolica. Di fronte a queste ulteriori osservazioni, si rafforza l’interrogativo sul perché la questione del luogo di firme che sottolineano impegni analoghi, altrettanto seri e definitivi, ricevano una soluzione così diversificata: da una parte il divieto esplicito di firmare all’altare, dall’altra l’invito formale a firmarvi sopra. Non si tratta di avere una risposta dalla ricerca storica su come si sia giunti alla situazione attuale, ma di valutare cosa potrebbe essere più opportuno oggi. La teologia della vita consacrata e del sacramento del matrimonio hanno ricevuto approfondimenti significativi che potrebbero far rivedere alcune rubriche dei rispettivi rituali. Con queste osservazioni ci siamo un po’ allontanati dalla richiesta formulata del lettore. La liturgia si presenta come dimensione rituale della fede, unificando ed esprimendo in modalità simbolica i vari aspetti del credo. Attraverso le «cose» della liturgia la coscienza credente si configura sempre più nel «noi crediamo» ecclesiale. Rispettare il significato cristologico dell’altare aiuterebbe a comprendere attraverso la sua simbologia la centralità dell’evento della croce per la nostra fede.

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