Risponde il teologo
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Comunione ai divorziati: quali i criteri per cui viene negata o concessa?

Parole chiave: divorzio (55), eucarestia (55), sacramenti (45), matrimonio (93)

La mia domanda potrà apparire un po' provocatoria, ma mi piacerebbe conoscere il parere di una persona competente su una questione che mi sta a cuore. Mio figlio, divorziato e in seguito risposatosi civilmente, non può accedere alla Comunione, cosa di cui si dispiace moltissimo, mentre alcuni mesi fa, in occasione della morte di Raimondo Vianello, la televisione ha mostrato il Presidente del Consiglio, divorziato, risposato civilmente e di nuovo divorziato, attualmente nell'occhio del ciclone a causa di alcuni scandali sessuali, mentre faceva coram populo (e non in una cappella privata) la santa Comunione, senza alcuna vergogna. Forse il Presidente ha un confessore di manica larga, mentre i sacerdoti con cui ha parlato mio figlio ce l'hanno strettissima. Spero di avere una risposta su Toscana Oggi; intanto ringrazio e saluto.

Paola Maria Ottolini

Risponde padre Francesco Romano, docente  di Diritto Canonico
Gentile Lettrice, la sua domanda «un po' provocatoria», come lei stessa tiene a precisare, è in realtà molto utile per risponderle con la dovuta chiarezza. Questa rubrica più volte è tornata sullo stesso argomento che lei ora ci sottopone.

La decisione di suo figlio, per consiglio di vari sacerdoti, di non ricevere suo malgrado la Comunione, risponde alla situazione in cui si è posto, contraendo il matrimonio civile, di infedeltà continuativa rispetto al primo vincolo coniugale assunto con la celebrazione del matrimonio sacramento. Non si tratta, questo, di un peccato occasionale, di una infedeltà per leggerezza o per abitudine che la coscienza richiama, comunque, al dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato e dalle occasioni che conducono a esso.

Il criterio che guida i ministri sacri nel dispensare i sacramenti riguarda la buona disposizione del fedele e l'assenza di proibizioni dal diritto a riceverli (can. 843). Ora, la buona disposizione, essendo una dimensione interiore, si deve sempre presumere se non ci sono elementi concreti che dimostrino il contrario. La proibizione di dare i sacramenti riguarda, invece, la posizione in cui dovesse trovarsi un fedele, per esempio a seguito di una censura irrogata (cann. 1331 e 1332). Pertanto, l'esclusione per legge canonica viene sintetizzata dal can. 915: «Non si ammettano alla sacra comunione gli scomunicati e gli interdetti dopo l'irrogazione o la dichiarazione della pena, e quanti dovessero persistere ostinatamente in un manifesto peccato grave». Ovviamente, il giudizio e l'esclusione dalla Comunione non dipende dalla commissione del peccato in sé, per quanto grave e manifesto che sia, per il quale ognuno può sempre ricevere il perdono se ricorrono le dovute condizioni, ma sulla sua irriducibile ostinazione, cioè sulle circostanze esterne che inducono a ritenere che il fedele non voglia retrocedere, come nel caso di una convivenza more uxorio, di pubblico abbandono delle fede cattolica, di adesioni a ideologie inficiate di materialismo o ateismo ecc. Ovviamente, il ministro sacro nel distribuire la comunione non può sapere se il fedele si sia veramente convertito, se abbia fatto il proposito di non ricadere in quel peccato, se abbia preso le distanze dalle circostanze che l'hanno indotto a peccare. Nel caso specifico non è la condizione di divorziato che impedisce l'accesso alla Comunione, ma il permanere in una eventuale unione illegittima successiva al matrimonio sacramento.

Tuttavia, tutti i fedeli che si considerano veri cristiani e veri cattolici, anche se non implicati nella circostanza particolare presentata dalla lettrice, dovrebbero guardare al proprio curriculum di peccati di cui forse è costellata la propria esistenza. Spesso sono peccati che si ripetono. Eppure, sembra che non basti mai l'esperienza del perdono gratuito che facciamo nel sacramento della penitenza quando il dolore per il peccato commesso e, necessariamente, il proposito di non commetterlo più ci fa riottenere la grazia di Dio. Se questo per noi va bene, per gli altri non dovrebbe funzionare così; devono esserci dubbi o sospetti sul loro reale stato di grazia; mentre noi ci sentiamo in regola davanti a Dio, gli altri non sarebbero sufficientemente idonei a ricevere il perdono di Dio, secondo il nostro giudizio sul prossimo. Come vede, Signora, è il nostro stesso giudicare prima di ogni altro a condannarci.

L'insegnamento della Chiesa vale per tutti, senza distinzioni. Lei, Signora, allude nella sua lettera a un personaggio ben identificato che a noi non interessa per la sua notorietà e posizione. Forse lei ha ragione che in certi casi sarebbe più prudente non provocare il giudizio altrui, ma il punto dove lei sbaglia è di voler misurare l'agire morale di suo figlio sull'apparente comportamento di un'altra persona «spiata dalle panche della chiesa» mentre si approssima a ricevere la Comunione. Oggi lei parla e giudica in tal modo la coscienza di un personaggio alla ribalta della cronaca, ma se questo è il suo criterio, quante occasione di giudizio non le saranno sfuggite anche nella sua parrocchia osservando e giudicando gli altri fedeli immersi nelle varie vicende umane! Ponendo la questione, lei conosce benissimo le motivazioni per cui suo figlio non può ricevere la Comunione. Però, le pare che venga fatto un torto a suo figlio se il suo confessore lo illumina con chiarezza sulla sua posizione personale senza commisurarla con i peccati altrui? Oppure sarebbe più contenta se il medico prescrivesse a tutti una stessa medicina senza guardare al bene del malato?

Il giudizio nella sua lettera si estende inevitabilmente anche a un ipotetico confessore da lei definito «di manica larga» come se fosse sicura che esista, nell'esempio da lei addotto, un confessore che abbia dato dei consigli e, soprattutto, come se conoscesse il contenuto della confessione. Se lei è in grado di addentrarsi nella vita spirituale di suo figlio, come sembra, si sforzi almeno di credere quanto sia difficile giudicare il prossimo dalle apparenze, a meno che non si voglia includere nelle categorie politiche anche la fede, i sacramenti ecc. visti come privilegi o eccezioni ad personam.

La Chiesa è sacramento di salvezza per tutti gli uomini e guarda soprattutto ai peccatori con la sollecitudine che le è propria. Essa, nella verità, tutela e dispensa i beni salvifici che il Signore le ha affidato. Non è compito dei sacerdoti coartare le coscienze, né assecondarle, ma solo illuminarle e guidarle. Ciascuno, poi, è padrone insostituibile delle proprie azioni prese nel supremo tribunale della sua coscienza assumendosene, però, la responsabilità sia che profani i sacramenti, sia che conduca una vita dissoluta, sia che giudichi il prossimo.

Concludo la risposta alla sua domanda «un po' provocatoria» parafrasando le parole di San Paolo ai Romani, non meno provocatorie, però sempre costruttive: «Colui che mangia, non disprezzi chi non mangia; colui che non mangia, non giudichi male chi mangia perché Dio ha accolto anche lui. Chi sei tu per giudicare un servo che non è tuo? Stia in piedi o cada, ciò riguarda il suo padrone; ma starà in piedi, perché il Signore ha il potere di farcelo stare».

Comunione ai divorziati: quali i criteri per cui viene negata o concessa?
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elvia 25/01/2012 00:00
Mio figlio 12 anni fa ha sposato con rito civile una ragazza divorziata, hanno avuto un figlio che ora ha 10 anni , e da 5 annni è separato. Lei vive con un altro uomo mentre mio figlio vive da solo. Il prossimo anno il bambino farà la comunione e la cresima , potrà il padre fare la comunione insieme al bambino?La ringrazio per la risposta che vorrà gentilmente darmi
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rosalba 25/03/2011 00:00
Salve, sono anche io una persona che si ritrova nella condizione di tante altre persone, che in questi tempi confusi e problematici, a vivere la condizione di avere sulle spalle il peso di un matrimonio cattolico, finito "male", ma proprio perché siamo tutti in peccato davanti agli occhi di Dio Padre, non dobbiamo e non possiamo dare giudizi su i nostri"fratelli e sorelle", qualunque sia la loro posizione sociale i privata,
e in questo concordo con il padre Francesco Romano, perché non ci è dato conoscere cosa hanno e portano nei loro cuori, pensieri e vita tra le mure domestiche.
E' facile e comune cadere nell'errore di guardare cosa fanno gli altri e dare giudizi, è forse nella nostra natura, ma senza cognizione di causa qual'è la loro utilità?
Chiedo scusa per la mia ignoranza in merito, ma forse sarebbe più utile che la Sacra Romana Chiesa prendesse in considerazione questo cambiamento sociale, vagliando la serietà di ogni singolo caso e dispensare l'annullamento, così che il singolo non si trovi a vivere in continuazione con una "spada di Damocle" sulla testa per tutta la vita e potersi accostare alla Santa Comunione con serenità di spirito, anche perché noi abbiamo bisogno del Corpo e Sangue di Gesù, per avere più salute spirituale, per essere più forti nel vivere la nostra vita da veri cristiani.
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Piera 16/03/2011 00:00
Sono la mamma di due bambini, che ha subito il divorzio, dopo anni mi sono riaccompagnata e vivo in prima persona il problema.
In sincerità Padre anche a me è capitato “di spiare fra le panche” anch’io ho giudicato degli amici che pur trovandosi nelle mie stesse condizioni con molta naturalezza si avvicinano alla Comunione. Grazie Padre, il suo articolo mi è stato di vero aiuto, una vera lezione.
Non dovremmo mai porci di fronte ai nostri fratelli con un atteggiamento giudicante o condannante; anche perché dall’esterno non sempre è possibile conoscere e valutare la complessità della vita di una persona. Questo vale per tutti, anche per coloro che ricoprono un particolare ruolo pubblico.
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Bianca 12/03/2011 00:00
Condivido la risposta del P. Francesco, sempre chiara e puntuale, nella forma e nella sostanza. Sono rimasta amareggiata dalle critiche ideologiche di alcuni lettori che non chiedono alla Chiesa di essere illuminati, ma di confermare le loro convinzioni, qualunque esse siano. Anch’io, che un tempo fui catechista, voglio ricordare l’obbligo di insegnare a qualunque costo la verità, che non è mai un “pesante fardello”, ricorrendo alle parole stesse di Gesù riferite da San Matteo 5, 19: Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli.

Bianca Ristori
Pisa
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Carlo Adini e Marta Stefanini 08/03/2011 00:00
La lettura della risposta del teologo, nel n. 9 di Toscana Oggi, circa la comunione ai divorziati, ha provocato in noi e in quelli a cui l’abbiamo mostrata, sconcerto e profondo dolore. Soprattutto perché al termine della dottissima dissertazione si finisce per mettere in stato di accusa chi poneva un interrogativo e un disagio molto comune fra i credenti.
Ci è apparsa l’attualità del cap. 23 del Vangelo di Matteo dove Gesù mette in luce il comportamento dei “teologi” di allora che “Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro …”; e li rimprovera: “ ...voi che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello …”. Il moscerino degli ultimi e il cammello dei potenti.
Non ci saranno anche questi tra i motivi per cui la gente, e specialmente i giovani, non ci ascoltano più?
Precisiamo che non siamo coinvolti nel problema neppure indirettamente; siamo sposati da quarantacinque anni e cerchiamo di vivere la fede con umiltà.

Carlo Adini e Marta Stefanini Borgo San Lorenzo
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Fabio Silvi 04/03/2011 00:00
Bella, bellissima risposta. Esauriente e pertinente col Magistero.
Ho in mente certe prese di posizione (riguardo l'argomento) di Famiglia Cristiana. Questa è la risposta cristiana.
Complimenti a Padre Francesco
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Carla Poggianti 04/03/2011 00:00
Il problema sottileato dalla Signora non è di giudicare lei stessa la coscienza altrui, ma di constatare che la Chiesa sembri accettare il fatto che nessuno ha rifiutato la Comunione al Personaggio noto, senza neanche sottolineare il cattivo esempio che viene pubblicizzato attraverso i Media. Come si fa a non dire che "si predica bene e si razzola male"?

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