Risponde il teologo
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Da San Paolo a Papa Francesco, dall’essere «Fratelli in Cristo» all’idea di «fraternità universale»

San Paolo si rivolge nelle sue lettere ai "Fratelli in Cristo". Un lettore chiede se l'idea di fraternità universale non sia invece più vicina alla "fraternité" della Rivoluzione francese. La risposta del teologo.

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San Francesco e il Sultano

Nel brano di San Paolo che abbiamo ascoltato nella Messa alcune settimane fa, dalla prima Lettera ai Tessalonicesi, appare evidente la distinzione fra «la gente», gli «altri» e «voi fratelli». Sorge quindi spontaneo questo interrogativo: c’è differenza tra l’essere fratelli in Cristo e la «fraternité» della cultura illuministico massonica?
Marco Fioravanti

Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura

E' certo che per San Paolo c’è una bella differenza tra quelli che egli chiama «fratelli» in tutte le sue lettere e gli «altri», chiunque essi siano. Qual è in effetti la differenza? All’inizio della stessa Prima Lettera ai Tessalonicesi lo evidenzia: Vi siete convertiti dagli idoli al Dio, per servire al Dio vivo e vero (1Ts 1,9). I «fratelli» per Paolo sono tutti coloro che in forza dell’annuncio del Vangelo hanno accolto nella fede tale annuncio e - nel battesimo - sono stati inseriti nel novero dei figli di Dio nel suo Figlio Gesù. Il motivo dell’appellativo «fratelli» in Paolo è chiarissimo ed è attinente alla grazia di essere diventati, come dirà nella lettera ai Romani, figli adottivi: Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo "Abbà, Padre!".
Si può dire con una certa sicurezza che l’idea di una fraternità universale che non sia dipendente dal sangue, dall’etnia, o dalla tribù o razza, o dal ceto, o da altre distinzioni, è un’idea cristiana. Ma molto più che una idea, è una realtà alla quale la storia ha assistito: quale grande amore il Padre ci ha dato per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! (1Gv 3,1). Già Gesù indicava questa nuova realtà che nasce dalla coscienza di avere un unico Padre di tutti: uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8). La novità cristiana, del resto, è subito riconosciuta come tale in quanto unisce persone di estrazioni e diverso status: sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. Tutti voi, infatti, siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio o femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,26-28).
Da tale esperienza di unità che i cristiani hanno vissuto fin dalle prime generazioni nel tempo si è fatta strada la concezione - già presente nel Nuovo Testamento - per la quale la fraternità non è solo appannaggio del gruppo dei cristiani, ma è chiamata universale. Di fatto il cristianesimo è l’albore della umanità rinnovata in Dio, quindi l’esperienza di fraternità cristiana è solo il segno e lo strumento - come afferma il Concilio Vaticano II (la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano, Lumen Gentium 1) - della chiamata di tutti a formare una sola famiglia, la famiglia umana in cui tutti possono dirsi fratelli.
Detto questo, la domanda posta è interessante per due ragioni.
La prima è che da quello che brevemente abbiamo detto, si può affermare che l’idea illuminista di fraternité non nasce da un’istanza diversa da quella cristiana. Anzi, è solo in forza della incidenza nella cultura occidentale del cristianesimo, che è stata formulata un’idea di fraternità universale, dove tutti e indistintamente hanno gli stessi diritti e doveri in forza della comune partecipazione alla stessa natura umana con tutta l’esigenza di solidarietà che ne consegue.
D’altro canto, è vero però che c’è una bella differenza tra la fraternità cristiana e quella di stampo illuminista. La differenza, mi sembra, tuttavia che si ponga sostanzialmente sul fatto che la fraternità cristiana è un’esperienza di vita in atto, in forza dell’azione dello Spirito nei credenti; mentre la fraternité illuminista - che ha uno stesso obiettivo - è un’idea che occorre realizzare con le forze umane. L’una si basa sulla potenza divina della Pasqua di Gesù che genera una nuova umanità in chi vi partecipa a mezzo della fede; l’altra si fonda su un progetto umano (mutuato dal cristianesimo) da realizzare con le umane energie di volontà e intelligenza.
Di per sé non sono incompatibili e trovano numerosi punti di contatto, ma l’idea illuminista di fraternità rischia di essere un’illusione ideologica, perché non ha una sorgente vitale a cui attingere se non l’idea stessa da realizzare.
Alla fine, senza Dio come principio vivo di generazione della fraternità, è difficilmente - anche se lodevole come sforzo - realizzare una vera fraternità.
A questo proposito non posso non ricordare che Papa Francesco, proprio ultimamente, ci ha offerto un bellissimo contributo - tutto da scoprire ancora - nella sua ultima enciclica Fratelli tutti che mette proprio a tema ciò che la domanda ha fatto emergere.
Proprio da questa enciclica ci viene un’ultima osservazione che riguarda il dovere di trovare le strade necessarie perché quello che potrebbe essere ritenuta una contrapposizione (tra la fraternità cristianamente intesa e quella di stampo illuminista) diventi invece il campo di una ricerca comune. Segnalo solo a modo di conclusione due brevi passaggi di tale enciclica.
Il primo chiarisce il punto di partenza di Papa Francesco nello scrivere l’enciclica, ma anche il suo ampio orizzonte di finalità: Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà (n° 6).
La seconda invece apre uno squarcio sulla vera posta in gioco qualunque sia il nostro retaggio culturale e religioso riguardo la fraternità: Invito alla speranza, che ci parla di una realtà che è radicata nel profondo dell’essere umano, indipendentemente dalle circostanze concrete e dai condizionamenti storici in cui vive. Ci parla di una sete, di un’aspirazione, di un anelito di pienezza, di vita realizzata, di un misurarsi con ciò che è grande, con ciò che riempie il cuore ed eleva lo spirito verso cose grandi, come la verità, la bontà e la bellezza, la giustizia e l’amore. La speranza è audace, sa guardare oltre la comodità personale, le piccole sicurezze e compensazioni che restringono l’orizzonte, per aprirsi a grandi ideali che rendono la vita più bella e dignitosa (n° 55).

Da San Paolo a Papa Francesco, dall’essere «Fratelli in Cristo» all’idea di «fraternità universale»
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