Risponde il teologo
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Dopo la Cresima i ragazzi se ne vanno. Che fare?

Parole chiave: risponde il teologo (228), catechesi (40), cresima (5)

Ho notato da tempo che nella mia parrocchia (ma penso che succeda anche nelle altre) il numero di ragazzi che partecipano alla Messa si riduce drasticamente dopo aver ricevuto la prima comunione e la cresima. Le cause possono essere molte: il fatto che questi ragazzi non ricevono dalla famiglia un'educazione cristiana; il fatto che l'ora di catechismo, così come è impostata da tanti anni, non basta più, il fatto che i ragazzi prima trovavano in parrocchia una delle poche possibilità di aggregazione, mentre adesso hanno mille altre attrattive. Forse però è anche vero che pochi ragazzi, quando passano a cresima o a comunione, hanno un'idea precisa di cosa significhino questi sacramenti. Ritardare la cresima a un'età più matura, in maniera che arrivi quando i ragazzi hanno avuto un'educazione alla fede più ampia e siano più consapevoli, potrebbe in parte rispondere al problema?

Francesco Benini

Risponde mons. Gilberto Aranci, docente di Catechetica
Purtroppo il fenomeno dell'abbandono dei ragazzi dopo aver ricevuto i sacramenti è ormai sotto gli occhi di tutti. È da tempo riconosciuto che la catechesi cosiddetta di «iniziazione», quella rivolta ai fanciulli, ragazzi e adolescenti, in realtà non «inizia» ma, paradossalmente «conclude». Si sa che spesso il sacramento della confermazione, da alcuni detto «il sacramento dell'addio», costituisce per molti ragazzi la fine della pratica religiosa, se non addirittura anche della fede.

Siamo di fronte ad un aspetto particolare di una più grande crisi, quella che investe i processi educativi e formativi. Si sono inceppati i meccanismi di trasmissione delle credenze e dei valori. Stando ad alcune ricerche, se una volta le agenzie educative, come la famiglia, la scuola, la chiesa, incidevano pressappoco nella proporzione del 30% ognuna, oggi si deve considerare che la loro influenza incide non più del 10% ciascuna. Sono invece soprattutto la cultura ambientale e i mezzi di comunicazione sociale ad avere il sopravvento.

Allora giustamente ci si domanda: perché tutto questo? Perché il «sistema» catechistico funziona così male? Le cause in parte sono già dette nella lettera: la latitanza e la controtestimonianza della famiglia, l'insufficiente tempo per il catechismo e l'impostazione del catechismo stesso. A questo si può aggiungere il cambiamento culturale e sociale, già accennato. Ma credo che non si possano dare risposte semplici e perentorie, come quelle che attribuiscono la colpa proprio al rinnovamento catechistico postconciliare, reo di aver abbandonato lo stile tradizionale della catechesi dottrinale. Il problema, in effetti, non è solo catechistico ma coinvolge molti altri aspetti e settori della pastorale della Chiesa. La crisi è molto più generale è riguarda la religione, la Chiesa e il cristianesimo nel suo complesso.
Il Direttorio generale per la catechesi (1997) – documento che accompagnava il Catechismo della Chiesa Cattolica – molto giustamente collocava la soluzione del problema nel contesto della missione evangelizzatrice della Chiesa. Anche i Vescovi italiani sia negli orientamenti pastorali relativi all'iniziazione cristiana degli anni 1997, 1999 e 2003, sia nel documento programmatico per la pastorale di questo primo decennio del secolo avevano riproposto l'attenzione sull'iniziazione cristiana degli adulti e dei ragazzi e sull'annuncio del Vangelo «in un mondo che cambia». Le parole dei vescovi indicavano già linee operative per affrontare le sfide, le crisi e i problemi mediante una necessaria conversione della pastorale: da conservativa a missionaria.

Penso quindi che le soluzioni legate all'età dei ragazzi per ricevere i sacramenti, anche se tentate in passato e continuate oggi in qualche parrocchia, non siano sufficienti. Occorre che ogni chiesa locale e ogni comunità cristiana abbia il coraggio di porsi nell'ottica della conversione pastorale e seguire con più attenzione gli orientamenti dei vescovi riguardo all'iniziazione cristiana dei ragazzi. Questi proponevano che l'iniziazione cristiana fosse adattata «alle esigenze dei fanciulli e dei ragazzi, nel quadro della missione evangelizzatrice della Chiesa e dell'inserimento del cammino di iniziazione nella pastorale ordinaria, offrendo criteri per un'efficace azione di annuncio e catechesi, per una pertinente educazione alla testimonianza e per una corretta celebrazione dei sacramenti dell'iniziazione, chiedendo il coinvolgimento delle famiglie e della comunità parrocchiale nelle scelte dei fanciulli e dei ragazzi» (1999).

Alcune diocesi si sono già mosse in questa linea di rinnovamento pastorale e catechistico basato sul «catecumenato» per i fanciulli e i ragazzi, indicando e proponendo percorsi di iniziazione/formazione diversificati, senza per questo abbandonare quello del catechismo tradizionale. Tutto questo deve portare, seppure gradualmente, a reimpostare tutta la prassi dell'iniziazione cristiana intesa come «apprendistato della vita cristiana» e itinerario sistematico ed organico del diventare cristiani. Diventa così chiaro che il catechismo non può essere finalizzato immediatamente alla recezione dei sacramenti, come normalmente si pensava e si pensa. La catechesi è una dimensione importante, non la sola, dell'itinerario formativo per diventare dei cristiani coscientemente conformati a Cristo. Il cammino dell'iniziazione cristiana è quindi un tempo costituito da tappe liturgiche, da periodi di ricerca e di riflessione catechistici che scandiscono i processi di maturazione umana e cristiana. E poiché si deve dare il tempo necessario per crescere nella fede e diventare discepoli del Signore, non si dovrebbe, come principio, stabilire scadenze per i sacramenti. Ci vuole flessibilità, fondata sul rispetto delle persone e sui loro tempi di crescita. Ma questo suppone lo sviluppo di una nuova sensibilità pastorale.
Come si può vedere si tratta di una attuazione esigente ed innovativa. È urgente soprattutto dare inizio, come si sta facendo da qualche parte, ad esperienze che, con creatività e sapienza pastorale, aiutino con il tempo a perfezionare il progetto. Pedagogicamente, ogni tipo di formazione alla fede, specie quella rivolta a fanciulli e ragazzi, rischia di naufragare, se non è sostenuto dalla testimonianza e dall'impegno di servizio degli adulti e delle comunità cristiane. Non è più una questione di quantità: numero più o meno alto di praticanti, ma di qualità: veri credenti e testimoni di Cristo.

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Dante Pastorelli 11/09/2007 00:00
Il prof. Aranci ha molte e appuntite frecce al suo arco: tutto bene, tutto condivisibile nell’analisi generale.
Ma io voglio scendere più terra terra, al mio livello, e chiedere: cosa si insegna oggi “a catechismo”?
La domanda è lecita, vista la mia negativa esperienza di padre e nonno. Quando i miei figli (anni 70-80) tornavan dalla parrocchia ed io chiedevo loro cosa avessero studiato, mi rispondevano immancabilmente: abbiamo giocato, abbiamo guardato un film western ecc. Catechismo ludico.
La stessa esperienza han fatto tanti miei amici.
La negatività di tale esperienza in merito si è dilatata nella mia vita di professore e preside di scuole superiori: gli allievi non avevano il minimo bagaglio catechetico per cui era pressoché impossibile spiegar in modo adeguato ed in ottica cattolica non dico autori quali Machiavelli o Galileo, ma Dante, Manzoni ecc. Mi toccava rimboccarmi le maniche e parlar loro dei vizi capitali, dei sacramenti, della virtù teologali e cardinali, dei doni dello Spirito ecc. Così dovevo affrontar lo studio di periodo storici come la Riforma, ad es. e soffermarmi a insegnare le differenze dottrinali tra cattolicesimo e protestantesimo con annesso approfondimento di alcuni dogmi. Tutti argomenti che noi ormai vecchi o quasi, da ragazzetti padroneggiavamo a sufficienza.
Nessun aiuto da parte dei professori di Religione che preferivano andar per altre strade e sprezzavano “il nozionismo”, come se si potesse costruire un edificio religioso senza le basi fornite dalle nozioni.
Ricordo, però, con estremo piacere la fattiva collaborazione nella formazione umana, religiosa e culturale dei giovani con don Mario Leporatti a Pistoia, don Mario Bonacchi a Prato e don Sergio Baldini a Firenze. Ma per il resto il deserto o quasi.
Quando a don Ajmo Petracchi, allora responsabile della pastorale scolastica, facevo le mie rimostranze, mi rispondeva: lo so, son professori da corridoio non da cattedra.
Ricordo con sgomento un frate servita che, jeans e maglietta gialla o rossa, entrava in sala professori urlando: “La Chiesa è una grande puttaniera” ed altre simili “facezie”. Ed altri che irridevano la dottrina delle indulgenze, la necessità della purificazione nel Purgatorio e via ereticando.
Non nascondo che anche come presidente di commissione per l’immissione in ruolo dei docenti di Lettere rinviavo ad altro esame i candidati che non sapevano convenientemente commentare brani Dante ed altri autori che implicavan conoscenze religiose, che i miei alunni, sia pur dopo aver sudato le classiche sette camicie, erano in grado di ben argomentare. Ognuno deve pur far la propria parte.
Io son felice d’aver imparato da bambino ed adolescente il catechismo da pie donne e bravi sacerdoti. Queste nozioni, mandate a memoria mi sono state poi le linee guida per l’approfondimento personale senza pericolo di dispersione e deviazione, su libri ortodossi e con l’ausilio di eclesiastici di grande levatura: e qui ringrazio pubblicamente il mio assistente FUCI (allora abitavo a Prato) mons. Brunero Gherardini, il massimo teologo italiano vivente.
Nozioni mandate a mente! Che follìa! Che follìa il catechismo di S.Pio X così arido nelle domande e nelle risposte! O vacui catechisti, o velleitari preti, un grande professore universitario di Letteratura Italiana, il Maggini, affermava in continuazione che è veramente nostro solo ciò che sappiamo a memoria e che possiam ripeter in silenzio anche per strada; ed il catechismo di S. Pio X ha educato milioni di cattolici intrepidi e la sua forza formatrice era ed è ancor oggi tale che il card. Ratzinger ha voluto seguirne l’impostazione nel ridurre a compendi il diffuso CCC.
Abbandoniamo allora, “a catechismo” e nelle scuole il ricorso ai massimi sistemi, forniamo ai giovani le informazioni necessarie senza cui non ci può esser formazione: torniamo insomma, alla serietà dell’insegnamento. E ridoniamo loro il senso del sacro e del mistero che per strada sì è perso negli ultimi 40 anni ed a cui i giovani aspirano e non trovano nelle chiese attuali, a cominciar dall’architettura che fa somigliar i tempio di Dio a fabbriche e capannoni che non invitano affatto ad alzar lo sguardo al cielo. E riportiamo la Croce ed il tabernacolo al posto d’onore che loro spetta.
Se i giovani torneranno ad avere fondamenta religiose solide, potranno sviarsi, allontanarsi, cadere, ma il patrimonio che custodiscono nell’anima sarà la leva per il loro ravvedimento, per il loro ritorno, per la riappropriazione del grande tesoro della Fede.

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