Risponde il teologo
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Dal n. 19 del 16 maggio 2004

Filippo, il quinto Apostolo

DI BENITO MARCONCINI
Filippo: questa parola greca che significa «amante dei cavalli» compare nella Bibbia otto volte. Per i due libri dei Maccabei, hanno portato il nome quattro persone: il padre di Alessandro Magno (+ 323 a.C.), un suo successore nel regno di Macedonia e due personaggi contemporanei di quell'Antioco IV Epifane (175-164 a.C.) che provocò la grande persecuzione religiosa, perno di tutto il libro di Daniele. I sinottici (Mt 14,3-4; Mc 6,17-18; Lc 3,19-20), in occasione della morte del Battista provocata dalle pretese dell'ambiziosa Erodiade, parlano di due figli di Erode il Grande: Erode Filippo (doppiamente sfortunato per la mancanza di un regno e per il matrimonio con Erodiade) e Filippo, Tetrarca delle regioni settentrionali della Palestina. Gli Atti degli Apostoli conoscono Filippo, uno dei sette diaconi (6,5), evangelizzatore della Samaria e dell'eunuco etiope, mentre i sinottici menzionano Filippo apostolo e lo collocano sempre al quinto posto negli elenchi del Collegio apostolico (Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14; At 1,13). È dell'apostolo che qui si intende parlare, secondo la presentazione del vangelo di Giovanni che lo colloca, pieno di iniziativa, al centro di quattro episodi.

Nativo di Betsaida, presso il lago di Galilea (o Tiberiade), dello stesso paese di Pietro e Andrea, Filippo è uno dei primi discepoli di Gesù (Gv 1,43) e cerca di superare i pregiudizi di Natanaele su gli abitanti di Nazareth con un argomento semplice ed efficace: «vieni e vedi», cioè fai l'esperienza di Gesù e poi decidi. Al momento della moltiplicazione dei pani, interpellato direttamente da Gesù (Gv 6,5-7), prende coscienza delle difficoltà per sfamare tanta gente: può così apprezzare meglio il «segno». Nel giorno dell'entrata solenne in Gerusalemme conduce, assieme ad Andrea, da Gesù i greci (Gv 12,21-.23).

Il momento più significativo è prima della passione, quando Filippo fa una domanda a Gesù che sta pronunciando i discorsi di addio. «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù «da tanto tempo sono con te e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: mostraci il Padre?» (Gv 14,8-9). La risposta di Gesù, in un lungo monologo, riafferma un'unione così intima del Padre e del Figlio da essere l'uno nell'altro e formare una cosa sola (Gv 10,30). Questo rapportarsi vicendevole è scoperto nella fede. Il credente intravede nelle parole di Gesù quelle udite dal Padre e nelle opere di lui la volontà del Padre: Gesù «porta a compimento» (Gv 17,4) l'opera del Padre.

Da ciò emerge che ogni apostolato è prolungamento del dire e dell'agire unitario del Padre e del Figlio, è opera divina e umana. La verità rivelata da Gesù è anche appello agli operatori pastorali ad essere unanimi e concordi e a trasmettere fedelmente quanto il Signore ha rivelato.

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