Risponde il teologo
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I santi sono tutti uguali?

Esistono gerarchie tra i santi? Risponde padre Francesco Romano, docente di Diritto Canonico alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Santi

I santi sono tutti uguali? Ci sono categorie di santi? Perché alcuni vengono pregati più di altri?

Leonello

La parola «santo», in latino «sanctus», ha la sua etimologia nel participio passato del verbo latino «sancire», stessa radice di «sacer», richiamando il significato di ciò che è inviolabile per essere stato stabilito in modo autoritativo per legge o decreto. Il termine può essere riferito alla divinità, a persone canonizzate o degne di venerazione. Quindi, nel suo significato etimologico la parola «santo» racchiude l’idea di inviolabilità tutelata da una legge religiosa che promana da chi ha potestà legislativa. Il termine «santo» si usa anche in riferimento alla Chiesa e a quanto è consacrato al culto, così si parla di Terra Santa, Santo Sepolcro, Porta Santa, Anno Santo, Settimana Santa, Oli santi ecc.

Alle origini del cristianesimo la parola «santo» indicava qualsiasi cristiano «consacrato», cioè «distinto» o «separato» per mezzo del battesimo. San Paolo si rivolge ai cristiani chiamandoli con il titolo di «santi»: «ai santi che sono in Efeso»; «a tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi»; «ai santi e fedeli fratelli in Cristo dimoranti in Colossi»; «tutti i santi» nella Lettera a Filemone.

Secondo la dottrina cattolica il termine santo indica il fedele battezzato che ha vissuto, anche solo una parte della sua esistenza fino alla morte, sull’esempio di Gesù e secondo il suo insegnamento distinguendosi per aver esercitato le virtù in modo eroico, cioè a un livello eminente, oppure, come nel caso del martirio, colui che ha versato il suo sangue testimoniando la sua fede nel Signore nell’accettare la morte inferta da chi gli toglieva la vita in odium fidei.

La costituzione dogmatica «Lumen gentium» insegna che la santità è la vocazione di tutti i membri della Chiesa in quanto figli di Dio (LG 39-40); «nella vita di quelli che sebbene partecipi della nostra natura umana, sono tuttavia più perfettamente trasformati nell’immagine di Cristo, Dio manifesta vividamente agli uomini la sua presenza e il suo volto» (LG 50 b); «non però veneriamo la memoria dei Santi solo per il loro esempio, ma più ancora perché l’unione della Chiesa nello Spirito sia consolidata dall’esempio della fraterna carità» (LG 50 c).

Agli albori del cristianesimo i cristiani uccisi per essersi rifiutati di rinnegare la fede in Cristo e avere salva la vita furono indicati con il nome di «martire» che nella lingua greca significa «testimone», quindi testimone della fede con il supremo sacrificio della propria vita. Martirio è la «massima testimonianza d’amore», «dono eccezionale», «suprema prova della carità» (LG 42). Con il titolo di «confessori» sin dal IV secolo sono indicati quei cristiani che, pur non avendo versato il loro sangue, hanno vissuto con coerenza eroica nella testimonianza della fede per la vita vissuta secondo il Vangelo. Il martirio del sangue in questo caso è sostituito dal martirio della coerenza della vita evangelica. A diverso titolo i beati e i santi vengono classificati con il nome di «dottori della Chiesa», «pastori», «religiosi», «vergini», «santi della carità», «santi educatori» ecc. In epoca contemporanea assistiamo in modo sempre più frequente alla beatificazione di laici secolari, sposati o meno, presi a volte anche come coppia di coniugi, adolescenti.

All’origine di una causa di beatificazione c’è lo stesso popolo di Dio che percepisce intimamente che un fedele è morto in «odore di santità» ed è già ammesso a partecipare alla comunione dei Santi. Questa opinione, benché personale e strettamente privata, prende il nome di «fama di santità» perché nel popolo di Dio tende a dilatarsi in modo spontaneo, non artificioso, e costituisce ancora solo un indizio che dovrà trovare il riscontro probatorio seguendo un iter che assume la forma processuale. È l’eroicità delle virtù che genera la vera fama così che il giudizio su questa comporta, anche se in maniera indiretta, incipiente e imperfetta, il giudizio sull’altra.

La beatificazione è una istituzione più recente rispetto alla canonizzazione ed è andata formandosi quando i Pontefici, soprattutto con Alessandro III e Gregorio IX, riservarono a sé il diritto esclusivo di pronunciarsi. Con Urbano VIII si perfezionò la procedura delle cause di canonizzazione concedendo, prima che venissero ultimate, l’autorizzazione del culto pubblico in onore del servo di Dio, ma circoscritto a determinati luoghi come una diocesi, una famiglia religiosa ecc. Questa concessione prese il nome di beatificazione che secondo Benedetto XIV, oltre a riferirsi alla limitazione del culto pubblico, significava che essa tendeva alla canonizzazione intesa come sentenza finale e definitiva riguardo alla santità.

Il termine canonizzazione, dal latino «canonizatio», indica l’atto pontificio finale con cui il Papa iscrive il nome del beato nel catalogo dei santi con la proclamazione della sua santità. Si tratta di un atto che possiede un valore magisteriale che si esprime nella dichiarazione «Sanctum esse decernimus et definimus» con cui la persona è presentata a tutti i fedeli come modello sicuro da imitare e che può intercedere presso Dio, andando oltre la semplice e insicura sentenza processuale. L’introduzione del culto pubblico, invece, viene sancito in modo precettivo e questo si ha con un atto pontificio riconducibile alla potestà legislativa con cui il Papa stabilisce l’obbligo che il santo sia venerato in tutta la Chiesa: «statuentes eum in universa Ecclesia inter Sanctos pia devotione recoli debere».

La beatificazione, a differenza della canonizzazione, è solo la concessione fatta dal Papa che autorizza il culto pubblico limitato a una diocesi, a una determinata località, a un Istituto di vita consacrata, oppure a determinati atti di culto come la celebrazione della Messa o l’Ufficio. Al contrario, l’attribuzione del culto pubblico che promana dalla dichiarazione di canonizzazione è sancita in modo precettivo e per questo è riconducibile alla potestà legislativa del Papa che ne stabilisce la venerazione per tutta la Chiesa universale.

Beatificazione e canonizzazione non devono essere considerate due cause diverse, ma due momenti della stessa causa in cui la beatificazione non è ancora un atto pontificio finale, ma può tendere alla canonizzazione. La beatificazione è un atto della potestà del Papa con cui riconosce che un servo di Dio ha esercitato le virtù cristiane in grado eroico e concede che gli venga tributato il culto pubblico, anche se limitato. Con la canonizzazione, invece, il pronunciamento del Papa ha valore magisteriale che la Congregazione per la Dottrina della fede definisce un «factum dogmaticum» anche se non rientra nelle verità infallibili.

Al di là delle varie tipologie con cui i beati e i santi vengono presentati dalla Chiesa alla venerazione dei fedeli, concedendo loro il culto pubblico da celebrare secondo la distinzione liturgica tra «memoria», «festa» e «solennità», ritengo che per rispondere alla domanda del nostro Lettore riguardo alla spiegazione per cui alcuni santi vengono pregati più di altri, sia da tenere presente anche l’importanza della dimensione strettamente personale che dispone il singolo fedele alla venerazione di un santo o di un beato per quel rapporto intimo e privilegiato che lo fa sentire unito alla sua vita e lo sostiene nei suoi bisogni spirituali.

Francesco Romano

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