Risponde il teologo
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Il sacerdote, un «altro Cristo» intermediario fra cielo e terra

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Durante una omelia, in occasione di un venticinquesimo di sacerdozio, il concelebrante che teneva il discorso omiletico, ha affermato a un certo punto che: «il Sacerdote è Dio», io sono letteralmente sobbalzato per tanta superficialità nel dare messaggi sbagliati, sic et sempliciter, a gente che stava ad ascoltare. Vorrei un suo parere in merito.

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Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria
La frase che ha fatto sobbalzare il lettore lascia sconcertati nel suo senso immediato. Piacerebbe averla ascoltata nel contesto dell'intera omelia, sperando che la foga e le circostanze felici abbiano preso la mano al predicatore. Potremmo pensare ad un'espressione metaforica, inclusa in un particolare discorso e recitata ad effetto. Tuttavia, le metafore sono sempre pericolose, specialmente quando si prestano a deduzioni argomentative di altro genere.

Prendiamo allora spunto dalla domanda per ricomprendere in sintesi quale sia il dono del ministero sacerdotale, nei suoi rapporti con Dio e gli uomini. Con questa frase abbiamo già introdotto il quadro di riferimento fondamentale: chi riceve il dono del ministero ordinato entra in una nuova relazione con Dio e gli uomini, una relazione che lo costituisce nel suo agire una presenza sacramentale di Cristo nella sua Chiesa e nel mondo. Questa presenza ha ricevuto forme sempre diverse lungo i secoli. I primi successori degli apostoli non erano i vescovi insediati nei territori dell'impero romano.

I parroci del medio evo o dell'epoca moderna hanno un ruolo sociale diverso da quello dei nostri tempi. Sempre la Chiesa ha rivestito il cuore del ministero con abiti adatti alle varie trasformazioni culturali, che sono dipese anche da fattori esterni alla vita della Chiesa stessa. Nel secolo passato alcune espressioni del Magistero possono aver indotto a derive che hanno portato alla frase ascoltata nell'omelia.

Nelle parole «un altro Cristo» (alter Christus) Leone XIII vede la sintesi della tradizione sul sacerdote: «tutta la tradizione della Chiesa è una voce sola nel proclamare che il sacerdote è un altro Cristo e che il sacerdozio si esercita bensì in terra, ma va meritatamente annoverato fra gli ordini del cielo». Sulla stessa linea abbiamo espressioni simili, per le quali il sacerdote è intermediario tra il cielo e la terra (Leone XIII), intercessore presso Dio a favore degli uomini (Pio XI), conciliatore fra Dio e gli uomini (Pio XI e Pio XII), inferiore a Dio ma superiore al popolo (Pio XII). Pio X giunge ad affermare che tra la vita di un sacerdote e quella di un semplice uomo deve esserci la stessa differenza tra il cielo e la terra. Tutte queste espressioni vanno inserite nel loro contesto, morale più che dogmatico e vogliono spingere verso uno stile di vita adeguato alla grandezza del compito ricevuto.

Si aggiunga poi che la dinamica sacramentale della chiesa, in una visione individualistica, può favorire una conseguente interpretazione. Attraverso le parole del sacerdote si riceve il perdono di Dio, pane e vino sono trasformati nel Corpo e Sangue di Cristo. Raccogliendo tutto questo in modo acritico si può giungere a frasi come quella sentita nell'omelia: attraverso le azioni del sacerdote, Dio agisce… il sacerdote è Dio.

In realtà, il Concilio Vaticano II e il magistero seguente hanno ben precisato compiti e figura sacerdotale, nella loro relazione essenziale a Cristo e alla Chiesa: «il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, ognuno a suo proprio modo, partecipano all'unico sacerdozio di Cristo» (Concilio Vaticano II, Lumen gentium 10). Il modo specifico e proprio con cui i ministri partecipano al sacerdozio di Cristo avviene attraverso il conferimento del sacramento dell'ordine. Per questo dono spirituale i preti sono «nella chiesa e per la chiesa una ripresentazione sacramentale di Gesù Cristo capo e pastore, ne proclamano autorevolmente la parola, ne ripetono i gesti di perdono e di offerta della salvezza, soprattutto col battesimo, la penitenza e l'eucaristia, ne esercitano l'amorevole sollecitudine, fino al dono totale di sé per il gregge, che raccolgono nell'unità e conducono al Padre per mezzo di Cristo nello Spirito» (Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis 15).

Sta qui la grande missione del prete, in una presenza che attraverso le sue azioni permette allo Spirito santo di operare nei cuori degli uomini e farli partecipi del Regno di Dio. Questa presenza è detta sacramentale perché la persona e le azioni del ministro sono il povero e umile segno umano attraverso il quale Dio agisce e si rende presente nella vita degli uomini. Parlare di presenza sacramentale mette in gioco l'idea di relazione, come si esprimeva limpidamente sant'Agostino parlando ai suoi fedeli: «Con voi sono cristiano, per voi sono vescovo». Il prete resta sempre un fratello nella fede, ma per i suoi fratelli diventa l'uomo che è chiamato a prendersi cura della loro fede. Sta qui la grandezza della sua missione e il dovere di viverla in modo sempre trasparente. Per tornare allo spunto dato dalla frase di partenza, siamo tutti in cammino verso la pienezza di Dio, l'unico assoluto e con il quale nulla può essere confuso: secondo la promessa della Scrittura, solo un giorno, «quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è» (1Gv 3,3,2).

Il sacerdote, un «altro Cristo» intermediario fra cielo e terra
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