Risponde il teologo
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Il terremoto può essere una punizione divina?

Una lettrice ci scrive a proposito del collegamento fatto tra terremoti e castigo divino fatto da un padre domenicano nel corso di una trasmissione su Radio Maria. Dichiarazioni che lo hanno poi portato all'allontanamento dall'emittente. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

Effetti del terremoto su una chiesa del Centro italia (Foto Sir)

Ho seguito le dichiarazioni del frate che, a Radio Maria, ha dichiarato che il terremoto che ha colpito l’Italia è stato una punizione divina. Ho visto che il Vaticano è intervenuto, e anche Radio Maria ha preso le distanze. Eppure una posizione del genere è stata sostenuta, in passato; e in fondo non sarebbe possibile leggere certi «segni» come messaggi che Dio lancia all’uomo? Nell’Antico Testamento ci sono passi che potrebbero anche avallare una interpretazione di questo tipo. Mi potete aiutare a fare chiarezza?

Stefania Moretti

Non entro nel merito della vicenda che ha suscitato la domanda. Come tanti ho appreso il fatto dai media e non ho avuto il tempo, né a dire il vero un grande interesse, di approfondire il contenuto delle affermazioni fatte, delle obiezioni e delle prese di distanza che ne sono seguite.

Rispondo, su richiesta della redazione, in tempi ristretti e senza avere potuto operare una ricerca adeguata sulle reali posizioni che i teologi hanno elaborato in passato circa la possibilità di interpretare i terremoti come messaggi o magari punizioni di Dio. Certamente certe letture delle calamità naturali (terremoti, alluvioni, pestilenze, carestie) e delle tragedie provocate dalle scelte umane (guerre, genocidi, dissesti economici) come messaggi puntuali o specifiche punizioni di Dio non sono mancate e hanno potuto trovare fondamento in una lettura fondamentalista dei passi apocalittici dell’Antico ma anche del Nuovo testamento. Sono tuttavia convinto che sia inopportuno riprendere oggi senza alcuna mediazione critica questi modelli interpretativi almeno per due buone ragioni.

La prima è che il progresso delle scienze empiriche ci ha messo in grado di conoscere che molti eventi disastrosi come terremoti, eruzioni vulcaniche e uragani sono fenomeni evidentemente legati alle leggi della natura; altre calamità, come guerre, povertà e crisi economiche (e non dimentichiamo l’attuale tragedia dei richiedenti rifugio) o, come pensa qualcuno, anche certi disastri climatici, possono essere invece ricollegabili in varia misura a scelte umane più o meno colpevoli. Che il terremoto o un eruzione vulcanica siano da interpretare in se stessi come eventi naturali e non come effetti del peccato dell’uomo è testimoniato dal fatto che questi fenomeni erano presenti sul nostro pianeta prima della comparsa dell’uomo, e quindi del peccato, come è documentato dalla paleontologia. Inoltre è noto che esistono zone ad alto rischio simico, come Italia Grecia e Turchia, e zone in cui il rischio è praticamente assente come il Nord Europa. I terremoti dipendono dalla conformazione della terra, attribuirli ad un diretto intervento di Dio, magari dovuto ad una sua motivata reazione di ira nei confronti degli uomini poteva apparire una spiegazione ipotizzabile all’interno di una concezione cosmologica prescientifica. Mi pare una spiegazione improponibile oggi.

La seconda ragione riguarda invece l’immagine di Dio presupposta dall’interpretazione di questi eventi come puntuali segni o punizioni. L’immagine da cui si deve partire per comprendere chi è Dio e che illustra la sua perfezione è a mio avviso quella di Mt 5,43-48 dove Gesù dice «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». È a partire da questa immagine del Padre che non si adira con gli ingiusti, ma li ama non ostante tutto e dona loro la pioggia (che nella Palestina del tempo di Gesù era essenzialmente un’immagine di benedizione) che si dovrebbero interpretare anche i passi apocalittici presenti nei Vangeli e soprattutto nell’ultimo libro della Bibbia.

Sono convinto, confortato anche da autorevoli studi esegetici, che i passi apocalittici presenti nella Scrittura andrebbero interpretati essenzialmente come messaggi di consolazione ai credenti per i tempi di crisi. In effetti la lettura e la meditazione dei testi apocalittici - come il Vangelo che abbiamo ascoltato nella XXXIII Domenica anno C (Lc 21,5-19) - può essere davvero un aiuto prezioso per affrontare anche la crisi di oggi e, davvero, non dovrebbe diventare il pretesto per diffondere terrore.

In questa prospettiva si può recuperare anche il significato profondo e autentico dell’idea che ciò che accade nella storia può essere interpretato come un messaggio di Dio. Ma non nel senso che Dio ce lo mandi come puntuale punizione o specifico avvertimento, ma nel senso più profondo che «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8,28) e che, se contemplo le cose belle e non belle o anche terribili che accadono con sguardo di fede, posso giungere a comprendere nell’esperienza della fragilità il significato della vita affidandomi a Dio, trasfigurando così la crisi in opportunità; opportunità di amare donandomi sull’esempio di Gesù.

Tutto questo ci conduce a misurarci con il mistero della morte, perché alla fine è quello il problema serio dell’esistenza cristiana e umana.

Il discorso ci porterebbe lontano. Per esempio ci condurrebbe a dover considerare la spinosa questione della relazione della morte con il peccato, con specifico riferimento al peccato originale. Non avendo né il tempo né lo spazio materiale di affrontare una questione di simile portata in questa sede, mi limito a citare la voce di un autorevole teologo domenicano scomparso qualche anno fa. Spero che il suo pensiero possa risultare almeno in parte illuminante: «Se è innegabile che l’evento della morte […] è una necessità di natura, è non di meno evidente, di un’evidenza intuitiva, che la morte […] non sarebbe quello che è senza la ferita della libertà umana e l’incoerenza fondamentale del peccato. Essa esisterebbe ma diversamente. La Morte non sarebbe quello che di fatto è diventata a causa della colpa dell’uomo: la finitezza della creazione, che implica l’evento della morte, avrebbe potuto non entrare nella nefasta alleanza con il peccato che spiega non la morte di Abele ma l’assassinio di Abele» (J.-M.R. TILLARD, La morte enigma o mistero?, Magnano (Biella) 1998, 141).

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