Risponde il teologo
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L’«Atto di dolore» dopo la confessione, una preghiera ancora valida e attuale

L'Atto di dolore: una preghiera che abbiamo imparato a recitare da bambini. Oggi, scrive un lettore, questo testo che parla di castighi divini e offese a Dio pare superato. La risposta di don Diego Pancaldo, docente di teologia spirituale.

confessione

Da bambino ho imparato l’atto di dolore, e ancora oggi a volte mi viene chiesto di pronunciarlo al termine della confessione. Sinceramente però questa preghiera che parla di castighi divini e del peccato come offesa a Dio mi sembra un po’ lontana dal Dio misericordioso che il Vangelo e la Chiesa ci propongono. Mi chiedo se venga ancora insegnato ai bambini, e se non sia il caso di trovare altri modi per dichiarare il proprio pentimento e chiedere il perdono di Dio. Ad esempio, si potrebbe fornire il testo del Salmo 50 da leggere al termine della confessione.
Lettera firmata

Risponde don Diego Pancaldo, docente di teologia spirituale
Il rito della Penitenza prevede varie formule di preghiera attraverso cui il penitente è chiamato a esprimere la propria contrizione. Una di queste è tratta proprio dal salmo 50. La Chiesa dunque, maternamente, ci offre varie possibilità di esprimere il proprio dolore per i peccati e la propria richiesta di perdono. Essa include saggiamente anche la formula dell’Atto di dolore a cui il lettore fa riferimento, che ha certamente solide basi bibliche e teologiche.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce al n.1850 il peccato come «un’offesa a Dio» e ricorda al n. 2090 che la speranza, oltre all’«attesa fiduciosa della benedizione divina e della beata visione di Dio; è anche il timore di offendere l’amore di Dio e di provocare il castigo». Successivamente il Catechismo mette in guardia dalla tentazione di disperare del perdono dei peccati (2091), così come di presumere di salvarsi da soli, «oppure di presumere della onnipotenza e misericordia di Dio (sperando di ottenere il suo perdono senza conversione e la gloria senza merito)» (2092). Dunque una misericordia e un perdono «a caro prezzo», che non possono essere banalizzati. Lo esige la serietà e la radicalità dell’amore di Dio per noi.
Joseph Ratzinger nel libro Guardare a Cristo sottolineava anni fa che l’autentico amore non significa affatto un debole lasciar andare: «Il vero amore è pronto a comprendere, ma non ad approvare, dichiarando buono ciò che non si può approvare e non è buono. Il perdono ha la sua strada interiore: perdono è guarigione, cioè esige il ritorno alla verità. Quando non lo fa, il perdono diventa un’approvazione dell’autodistruzione, si mette in contraddizione con la verità e in tal modo con l’amore… Un Gesù che approva tutto, è un Gesù senza la croce, perché allora non c’è bisogno del dolore della croce per guarire l’uomo».
Credo inoltre che per comprendere adeguatamente l’espressione «ho meritato i tuoi castighi», possiamo far riferimento anche a una catechesi sulla preghiera di Abramo per Sodoma del 18 maggio 2011, in cui Benedetto XVI afferma: «essere salvati non significa semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: ’La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore tuo Dio’ (Ger 2,19). E’ da questa tristezza e amarezza che il Signore vuole salvare l’uomo liberandolo dal peccato. Ma serve dunque una trasformazione dall’interno, un qualche appiglio di bene, un inizio da cui partire per tramutare il male in bene, l’odio in amore, la vendetta in perdono».
Giovanni Paolo II nell’esortazione apostolica Reconciliatio et Paenitentia ha scritto che il peccato è sempre un «atto suicida. Poiché col peccato l’uomo rifiuta di sottomettersi a Dio, anche il suo equilibrio interiore si rompe e proprio al suo interno scoppiano contraddizioni e conflitti. Così lacerato, l’uomo produce quasi inevitabilmente una lacerazione nel tessuto dei suoi rapporti con gli altri uomini e col mondo creato» (n. 15). In tal modo il peccato «finisce per rivoltarsi sempre contro colui che lo compie con una oscura e potente forza di distruzione» (n.17). La grande letteratura in figure come quelle dell’Innominato ne I promessi sposi o di Raskolnikov in Delitto e castigo di Dostojevskji ci descrive come proprio questa condizione di sofferenza inerente al peccato possa aprire l’uomo alla misericordia di Dio, a un processo di conversione. A maggior ragione questo ci è documentato nell’esperienza di tanti santi, di uomini e donne che si sono aperti a Dio a partire dal profondo dolore per il proprio peccato. Basti pensare a Jacques Fesch, di cui è in corso il processo di beatificazione, condannato a morte in Francia nel 1957 per aver commesso un omicidio, che, convertitosi radicalmente a Dio negli anni di prigionia, così scriveva nel suo Diario : «Alla fine di un anno di detenzione, mi ha percosso un intenso dolore dell’anima che mi ha fatto molto soffrire; bruscamente in poche ore, ho posseduto la fede, una certezza assoluta. Ho creduto e non capivo più come facevo prima a non credere. Gesù mi ha visitato e una grande gioia si è impossessata di me, soprattutto una grande pace. Tutto è diventato luce in pochi istanti. Era una gioia fortissima».
La Scrittura ci dice: «È per la vostra correzione che soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?» (Eb 12, 7) E ancora: «Io, tutti quelli che amo li rimprovero e li educo» (Ap, 3,19).

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