Risponde il teologo
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L’ira, vizio o passione? Un equivoco che nasce da un caso di omonimia

Chiede un lettore: «Perché la Chiesa mette l'ira tra i sette peccati capitali? A volte arrabbiarsi può essere giusto». La risposta del teologo

Percorsi: teologia
Gesù scaccia i mercanti

Perché la Chiesa mette l'ira tra i sette peccati capitali? A volte arrabbiarsi può essere giusto. Anche Gesù si arrabbiò con i mercanti del tempio.
Lettera firmata

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

L’ira è stata considerata, nella tradizione cristiana occidentale, uno dei sette vizi capitali, come testimonia san Tommaso d’Aquino facendo appello all’autorità di san Gregorio magno (Summa Theologiae II-II, q. 158, a. 6 s. c.). La parola «ira» si presta tuttavia a un equivoco che è opportuno chiarire: può indicare appunto il vizio, ma può indicare anche la passione dell’ira. Quest’ultima, nella migliore riflessione morale e spirituale cristiana, non appare affatto qualcosa di necessariamente negativo e vizioso, perché è la passione che ci fa indignare di fronte al male e che si spinge a contrastare le situazioni ingiuste. L’indignazione di fronte al male appare, non soltanto legittima, ma anche doverosa. L’indisponibilità a seguire ogni moto passionale d’ira appare dunque, in ultima analisi, un atteggiamento moralmente deprecabile. Pensiamo al caso, per fare un esempio dolorosamente attuale, di chi non fosse capace di provare sinceramente indignazione di fronte a casi di abusi su bambini, o non volesse farlo magari per un malinteso senso della misericordia cristiana o per una cinica considerazione della fragilità umana. Anche su questo punto è illuminante la posizione di san Tommaso che cita, a questo proposito, san Giovanni Crisostomo: «Chi non si adira quando c'è motivo di farlo, pecca. Infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni» (Summa Theologiae II-II, q. 158, a. 8 s. c.).
Quindi, come le passioni in genere, la passione dell’ira non è né buona né cattiva in sé, ma può diventare un’energia positiva o negativa a seconda di come viene incanalata e controllata dalla ragione o, se si preferisce, dal buon senso che la riporta e la mantiene nell’alveo della giusta misura.
Quando si parla del vizio dell’ira si parla dunque di un’ira disordinata, di una passione che ha perso il controllo e che «si lascia andare» in maniera eccessiva, esagerata e, in ultima analisi, ingiusta. L’ira eccessiva finisce così, paradossalmente, per distruggere quel bene e quella giustizia che, in quanto passione, avrebbe dovuto contribuire a tutelare.
In realtà l’esperienza insegna che non è affatto facile tenere l’ira sotto controllo. Questo spiega forse il perché dell’omonimia fra la passione e il vizio. La difficoltà a moderare l’ira deriva dal fatto che la passione tende a offuscare la ragione. Dopo uno scatto di collera può accadere che ci si penta di quello che si è detto o fatto, perché a mente fredda ci si accorge che non ci si è comportati in maniera ragionevole, ma ormai è troppo tardi. Perdere il controllo nel gestire la propria ira può risultare estremamente umiliante e non poche volte pericoloso, eppure accade di frequente a tante persone. Il peccato d’ira diventa vizio quando l’incapacità di gestire il moto passionale diventa abituale e la degenerazione della passione non è più un episodio, ma una disposizione costante.
Antidoto al vizio dell’ira sono le virtù della clemenza e della mansuetudine, che non significano né indifferenza, né incapacità di indignarsi di fronte al male, ma capacità di moderare e disciplinare la passione dell’ira in modo da non perdere mai di vista il vero bene (cf. Summa Theologiae II-II, q. 157).
Ci si dovrebbe indignare di fronte alle vere ingiustizie e invece, spesso, ci si arrabbia per cose obiettivamente di poco conto che però vengono percepite come soggettivamente pesanti, quando vengono toccati determinati “nervi scoperti”, ovvero i “talloni di Achille” della personalità. Dall’incapacità di gestire le “ferite” nascoste del “profondo” deriva l’incapacità di gestire l’ira che a volte sorprende.
Di solito s’identifica il vizio dell’ira con la collera, ma in realtà sono tre le tipologie dell’ira indisciplinata: la collera, l’astio e lo spirito di vendetta, che corrispondono a tre categorie di iracondi individuate da Aristotele: gli acuti, che s’infiammano subito e perdono il controllo della ragione; gli amari, che covano rancore nel silenzio e si ritrovano come un macigno sul cuore; e gli implacabili, che meditano la vendetta da gustare «come un piatto freddo» (cf. Summa Theologiae II-II, q. 158, a. 5 co.).
Oggi come non mai, in questo tempo di guerre e di tragici sconvolgimenti geopolitici, ci accorgiamo di quanto possa essere disastrosa l’ira, considerata anche come passione collettiva, quando se ne perde collettivamente il controllo. Le reazioni eccessive di fronte a obiettive o presunte ingiustizie patite da una comunità, spesso fomentate da chi ha interesse a soffiare sul fuoco, possono dar luogo a rancori condivisi che alimentano, come fiumi carsici, desideri più o meno consci di vendetta o di revanscismo capaci di trasmettersi attraverso le generazioni.

L’ira, vizio o passione? Un equivoco che nasce da un caso di omonimia
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