Risponde il teologo
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L'uomo è soltanto un «animale razionale»?

Parole chiave: risponde il teologo (228), animali (8)

Ho una curiosità, che vorrei sottoporvi: è vero che l'uomo è parte del regno animale e perché?

Mariateresa

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia
Sinceramente non capisco la domanda della signora Mariateresa, o meglio non capisco cosa voglia sapere, ma dà modo di esporre qualche buon concetto per la comprensione umana. Faccio un esempio: volendo ordinare la cucina, la signora Mariateresa metterà le pentole da un lato, le posate da un altro, i piatti altrove. Dei piatti dividerà i fondi, dai piani, dai piattini. Dei piattini sepererà quelli da dessert, da frutta, da sotto tazza. Allo stesso modo fecero i Greci all'inizio della filosofia: volendo ordinare il mondo, cominciarono a dividerlo in settori per somiglianza e per differenza.

L'uomo evidentemente rientrava nel regno animale in quanto il corpo è simile agli animali, ma ne colsero subito la differenza «specifica»: la razionalità. Per cui definirono l'uomo: animale (genere-regno) razionale (differenza-specifica). Questo non vuol dire che l'uomo sia un «animale» (come una pentola non è un piattino), egli è uomo, ma se vogliamo orientarci nel guazzabuglio delle cose che popolano il mondo non si può evitare quella definizione per genere(-regno) e differenza.

Se invece la lettrice voleva una risposta teologica, allora dobbiamo rifarci alla Genesi, dove si dice che l'uomo è a immagine e somiglianza di Dio. In questo caso sebbene l'uomo appartenga al mondo (com'è evidente), tuttavia rispetto alla sua «differenza specifica», cioè alla razionalità, egli apparterrebbe al regno divino. In tal caso l'uomo viene definito in relazione a Dio, e come tale «trascende» la sua stessa «mondità», ossia non è riducibile totalmente al suo stato di esistenza terrena. Ma non appartenendo Dio a questo mondo, i buoni Greci non lo potevano pensare.

Se infine la signora desiderava sapere se non sia possibile una definizione per se stessa dell'uomo, allora si va sulle concezioni moderne, dove i filosofi distinguono tra essere «per sé» e «in sé». L'essere «in sé» sono le cose e anche Dio. L'essere «per sé» è il soggetto che in ragione delle proprie scelte e della sua libertà determina e dà senso arbitrariamente a se stesso. Costui è solo l'uomo.

In questo caso l'uomo è assoluto e unico giudice nel definire se stesso, perciò prescinde da ogni determinazione data in rapporto ad altre cose o divinità, e così è impossibile una definizione dall'esterno perché solo il soggetto in se stesso può sapere il senso della propria esistenza. Ovviamente, è sotto gli occhi di tutti quello a cui conduce una definizione dell'uomo di questo genere, in quanto fa dell'essere umano un'isola assoluta, impenetrabile, ingiudicabile.

In sintesi: la prima è l'uomo per la scienza, la seconda per la teologia, la terza è l'uomo nella riflessione della filosofia attuale, che speriamo approdi a considerazioni più consone al valore della persona umana.

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