Risponde il teologo
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Le emozioni di Dio: il creatore può provare tristezza e compassione?

Si possono attribuire a Dio passioni come la sofferenza o la tristezza? La spiegazione del teologo don Francesco Vermigli

Le emozioni di Dio: il creatore può provare tristezza e compassione?

Vorrei fare una domanda a don Francesco Vermigli, a proposito del suo articolo «Se Dio è amore, perché esiste l’inferno? La risposta è nella libertà dell’uomo». Nell’articolo del 31 gennaio, a proposito dell’inferno, don Vermigli suggerisce, seguendo la «dinamica della relazione di amore», che «forse Dio vive la sofferenze eterna per il rifiuto pieno della sua offerta di salvezza». Non sono tuttavia sicura di capire come questo potrebbe accadere, essenzialmente per due ragioni. 1) Non vedo come Dio, essendo immutabile, potrebbe rattristarsi (e dunque cambiare di stato) a causa del rifiuto del suo amore da qualcuno. 2) Non capisco - e questo è il mio problema più importante - come si potrebbe attribuire a Dio una passione come la sofferenza o la tristezza, intendo che queste passioni implicano in se stesse l’idea di imperfezione. La tristezza, ad esempio, implica di non possedere un bene. Ma considerando la perfezione di Dio, come Lui potrebbe provare una passione imperfetta come la tristezza?
Laurence Godin-Tremblay

Risponde don Francesco Vermigli, docente di Teologia dogmatica
Per rispondere alla domanda sono dovuto riandare con la memoria al mio pezzo uscito in questa rubrica diversi mesi fa. L’obiezione si riferisce alla frase finale di quell’articolo, che prendeva spunto - come si rileva nella stessa domanda - dalla dinamica dell’amore. La lettrice ci dà l’occasione di approfondire quella che era soltanto una nota a margine.
Veniamo infatti a toccare una questione decisiva: Dio può soffrire? Benedetto XVI in Spe salvi, 39 citava una formula di Bernardo bellissima: con un gioco di parole (si tratta di una paronomasia) l’abate di Chiaravalle dice che «impassibilis est Deus, sed non incompassibilis» (Sermones in Cant. 26,5). La storia della teologia ha spesso ondeggiato tra due estremi: da un lato l’accentuazione del carattere impassibile di Dio (è la linea della grande Scolastica medievale), quasi fino a negare il dato biblico; dall’altro lato una concezione tale dell’entrata di Dio nella storia, che sembra che Egli abbia bisogno di ciò che non è Dio per realizzarsi (quasi hegelianamente). In realtà, entrambe le posizioni nascondono qualcosa di vero, e la frase di Bernardo mi pare sfumare in maniera corretta la questione.
Proviamo a dire qualcosa di più chiaro. Pare necessario che Dio sia a un tempo impassibile eppure compatire. Per quale ragione pregare Dio, se Dio non è la roccia della mia salvezza, cioè è immutabile, stabile, fermo (impassibilis)? Se Dio fosse come le creature soggetto alla mutazione, non potrei mai aggrapparmi a Lui: accadrebbe come accade quando un uomo nelle sabbie mobili si aggrappa a qualcosa che è anch’esso nelle sabbie mobili, e dunque è destinato a sprofondare con lui. D’altra parte, per quale motivo pregare un Dio indifferente alla mia vita, che non si lascia toccare da me, nella più totale insensibilità (sed non incompassibilis)? È necessario che Dio mi possa salvare (immutabilità) e, insieme, che mi voglia salvare (compassione).
Proviamo a precisare ulteriormente. Spesso la teologia ha inteso come semplici espressioni antropomorfiche i luoghi in cui la Scrittura parla di Dio come affetto da passioni: Dio che si commuove, Dio che prova ira nei confronti dell’uomo, Dio che si pente... Ma una lettura del genere potrebbe far dimenticare che è questo il modo scritturistico per descrivere la perenne dinamicità di Dio, nei confronti della storia.
Per tenere assieme impassibilità e compassione sembra si debba passare attraverso questo: Dio si implica nella storia davvero, ma in un modo tale da non rinnegare se stesso. Pensiamo al punto culminante dell’implicarsi di Dio nella storia che è l’Incarnazione. In tedesco «incarnazione» si traduce Menschwerdung, cioè «diventare uomo», che poi ben esprime Gv 1,14, letteralmente «il Verbo carne divenne». Dio in Cristo diventa uomo. Ma se Dio può diventare qualcosa di nuovo senza perdere la propria identità è perché Dio è in sé l’eterna novità dell’Amore.
Per questo quando ipotizziamo che Dio provi in una maniera misteriosa sofferenza per il rifiuto che l’uomo fa della sua offerta di amore, è solo che cerchiamo di esprimere in un qualche modo - di balbettare, come scrivevo mesi fa - l’implicarsi di Dio nelle vicende di questo mondo.

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