Risponde il teologo
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Nelle altre religioni esiste qualcosa di simile alla confessione?

«Nelle altre religioni - chiede un lettore - esiste qualcosa di simile al nostro sacramento della confessione?». Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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Confessione (Foto Sir)

La domanda del lettore richiederebbe una risposta molto articolata e complessa, perché mette in gioco non solo la questione di un rito per ottenere il perdono dei peccati, ma tutte le realtà che vi sono implicate: l’idea di Dio e del suo rapporto con gli uomini, il senso del peccato o delle trasgressioni alla legge morale. Di fronte al mistero del divino, ogni espressione religiosa ha elaborato una propria visione delle mancanze commesse e del cammino di conversione richiesto. Alla base di tutto sta una precisa visione della realtà e del mondo abitato dall’uomo. Le grandi esperienze spirituali dell’Estremo Oriente possono essere paragonate solo per analogia alla nostra idea di religione, secondo i tre grandi monoteismi che si richiamano alla discendenza di Abramo. In esse, più che una richiesta di perdono per le colpe commesse, troviamo l’idea di una consapevolezza degli errori fatti per un ulteriore cammino spirituale.

Nell’Induismo tradizionale ogni azione ha una conseguenza inevitabile secondo la legge del Karma, ma per le colpe più gravi ci si può recare presso un brahamano perché offra un sacrificio espiatorio. Nel Confucianesimo antico è consigliato un esame di coscienza giornaliero per correggere i propri errori abituali. Nel Taoismo e nel Buddhismo, quello di più antica tradizione, una sorta di confessione degli errori avviene all’interno delle comunità monastiche. Nel Buddhismo Theravada due volte al mese si riconoscono le proprie trasgressioni, pubblicamente solo quelle grandi, legate a penitenze prescritte dalla regola. Ma il fulcro di tutto resta sempre la tensione verso una perfezione morale, la purezza in ogni azione, parola o pensiero che conduca alla grande esperienza del risveglio dal mondo apparente alla vera realtà. Nel Buddhismo più recente, del Grande Veicolo, troviamo la figura dei «Bodhisattva», ai quali rivolgersi perché intercedano per il nostro cammino spirituale. All’interno di tutte queste esperienze spirituali, quindi, l’idea di fondo resta quella di inevitabili conseguenze delle azioni commesse. Il cammino spirituale consiste in una consapevolezza del comportamento seguito per evitarlo in futuro e acquisire una sempre maggiore correttezza morale.

Venendo ai tre grandi monoteismi, nati in area mediterranea, le somiglianze diventano maggiori. Per l’Islam Dio è il Clemente e Misericordioso, al cui perdono ci si affida, unendo un pentimento sincero e la penitenza. Le offese contro il prossimo devono essere ricomposte direttamente, riparando il male fatto e chiedendo perdono a coloro che si sono offesi. Per le trasgressioni contro Dio ci si rivolge direttamente a lui con l’atto detto Istighar, una parte fondamentale del culto islamico. Si tratta di una Tawbah, un processo di conversione che comprende il riconoscimento dei propri errori, il sentimento di vergogna per aver tradito la fiducia di Dio e la promessa di non commetterli in futuro. L’azione rituale è la ripetizione della frase «Cerco il perdono di Allah» (in arabo Astaghfirullah). A questo rito il credente aggiunge gesti di espiazione, come il digiuno, soprattutto nel mese del Ramadan, l’elemosina (Zakat) e il pellegrinaggio alla Mecca (Hajj), che, secondo la tradizione, fa conseguire una particolare e completa purificazione la prima volta in cui viene compiuto.

La ritualità ebraica nasce con l’esperienza del popolo liberato dall’Egitto e si prolunga fino ad oggi con alcuni adeguamenti. Secondo la Mishnah, la prima grande interpretazione della Torah, il perdono non dipende da altre condizioni che dalla disposizione dell’uomo al pentimento. Anche per l’ebraismo si tratta prima di tutto di un cammino di conversione.

In cosa dunque si differenzia il nostro sacramento della confessione? Dall’insieme di alcuni elementi, presenti in questa o quella tradizione religiosa, ma unificati in modo organico nel nostro rito. La singolarità del rito della confessione non consiste nella sua forma rituale ma nel riferimento alla Pasqua di Cristo, della quale il rito è mediazione. In termini più precisi diciamo che attraverso la mediazione ecclesiale lo Spirito di Cristo trasforma il credente pentito, restituendolo alla piena comunione con Dio, nella memoria del battesimo ricevuto. I riferimenti al Battesimo e alla fede sono necessari per individuare la singolarità della confessione cristiana. Per fede apostolica crediamo che il sacramento del Battesimo sia un autentico perdono dei peccati, inserendo in una relazione nuova e definitiva con Cristo. Trasformati dal suo Spirito, che dimora in noi per la fede battesimale, abbiamo accesso al Padre, viviamo la riconciliazione e la pace con Dio e con il mondo intero. Il peccato del cristiano si configura, pertanto, come una ferita più o meno grave in questa relazione, una ferita che, per quanto grande, non distrugge la fondamentale relazione venutasi a creare con il Battesimo. Pertanto, una cerimonia di richiesta di perdono dei peccati commessi, vissuta all’interno di una qualunque altra espressione religiosa, per quanto possa essere simile nelle forme alla nostra confessione, non vive di questa peculiare relazione con il Battesimo.

Valerio Mauro

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