Risponde il teologo
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Non è facile credere a Cristo risorto, anche i discepoli faticano a riconoscerlo

Secondo il racconto dei Vangeli, i discepoli non sempre riconoscono Gesù dopo la resurrezione, hanno bisogno di segni. Perché? La risposta del biblista.

Percorsi: teologia
San Tommaso

Vorrei chiedere perché nei Vangeli della risurrezione il Signore non è riconosciuto subito ma solo nell'espletamento di segni.
Roberto Rossi

Risponde don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura
La domanda del lettore può riferirsi al passaggio del Vangelo secondo Luca, dove si parla dei due discepoli di Emmaus, che, delusi, avevano lasciato Gerusalemme: «quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (cf. Lc 24,28-32). È interessante come l’evangelista prepari questa rivelazione, scrivendo che «mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo».
Ora, nei passi del Nuovo Testamento che testimoniano la certezza della risurrezione se ne evidenziano due in particolare, come segnali di altrettanti punti di vista. Il primo di essi è quello che si evidenzia nel libro degli Atti nel giorno che precede la definitiva ascensione di Gesù al cielo – il terzo Vangelo racconta l’ascensione di Gesù avvenuta nello stesso giorno di Pasqua – : «egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio» (At 1,3). In questo modo il secondo scritto di Luca afferma, attraverso il linguaggio dell’ascensione, cioè passaggio dalla terra al cielo, la certezza che Cristo non solo è risorto, ma è anche il vivente. Ecco perché gli Atti dicono che Gesù «si mostrò ai discepoli vivente, con molte prove».
Questo riporta al testo del terzo Vangelo quando Gesù si mostra agli Undici, immediatamente dopo il ritorno dei due che erano fuggiti a Emmaus da Gerusalemme. Essi credono di vedere uno spirito (Lc 24,39), e Gesù chiede loro qualcosa da mangiare. Gli viene offerto una porzione di pesce arrostito, il che è tutto sommato desueto nella città di Gerusalemme, ma si lega in qualche maniera alla tradizione del Vangelo di Giovanni. Gesù lo prende e lo mangia davanti a loro. Addirittura, ci sono alcune tradizioni testuali che raccontano anche dell’offerta di una porzione di miele, probabilmente dovuta secondo gli interpreti a riti battesimali. L’atto di Gesù che mangia viene narrato anche nel libro degli Atti: infatti, proprio «mentre si trovava a tavola con essi» (At 1,4) egli dà l’ordine ai discepoli di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere il compimento della promessa del padre.
Un simile orizzonte viene raccontato anche dal quarto Vangelo, con i discepoli che dopo la Pasqua sono ritornati al loro antico mestiere di pescatori. Quando Gesù si manifesta loro sulla riva del mare di Tiberiade chiede: «non avete nulla da mangiare?» (Gv 21,5). Anche nel Vangelo di Marco, in verità, leggiamo che Gesù «alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto» (Mc 16,14). Il cibo, naturalmente, implica quegli atti elementari del vivere normale quando condividiamo la mensa con i nostri familiari. Non si può fare da lontano: non si mangia in collegamento video, come sanno bene coloro che hanno partecipato, o stanno partecipando, in questi mesi alle Messe online, ma hanno dovuto rinunciare alla comunione, con il corpo del Signore dell’Eucaristia ma anche con il corpo del Signore che è la Chiesa, ovvero coloro che compongono le assemblee liturgiche.
Veniamo al secondo orizzonte che vorrei caratterizzare attraverso le parole del libro dell’Apocalisse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre» (Ap 1,17-18). Ancora una volta emerge la certezza della vita – quell’aggettivo “vivo” che in realtà è il participio del verbo vivere – si può dire va a intersecarsi con due delle azioni più comuni della nostra umanità: l’atto di vedere e quello di toccare.
L’evangelista Matteo è l’unico che racconta un incontro fra le donne andate al sepolcro e che l’angelo del Signore indirizza verso i discepoli, e lo stesso Gesù: «Gesù venne loro incontro e disse: “Salute a voi!”. Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono (lett. “gli trattennero”) i piedi e lo adorarono» (Mt 28,9).
Altrettanto esplicito è il Vangelo di Luca che così riporta le parole di Gesù che si mostra agli occhi dei discepoli: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». (Lc 24,39). Questo naturalmente non ci può far dimenticare come il quarto Vangelo racconta la manifestazione di Gesù, dapprima a Maria e poi ai discepoli. Maria «si voltò indietro e vide Gesù, in piedi, ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. Gesù le disse: “Non mi trattenere (lett. “non continuare a toccarmi”), perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”» (Gv 20,14-17).
Veniamo ai discepoli: «la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore» (Gv 20,19-20). E, infine, veniamo a Tommaso in particolare, che non era con gli altri e non crede alla venuta di Gesù: «Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”» (Gv 20,24-28). Questo porta Gesù a dire a noi, attraverso Tommaso: «perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» (Gv 20,29).
Questo senza parlare dell’altro «discepolo, che era giunto per primo al sepolcro» che «vide e credette» (Gv 20,8).
In conclusione, i testi del Nuovo Testamento in qualche modo rappresentano la nostra difficoltà di credere al significato della vita riacquistata dal Signore dopo la morte. Egli è vivo ma in una maniera allo stesso tempo simile e tuttavia differente, da quella che Gesù aveva prima della sua passione: «sacrificato sulla croce più non muore, e con i segni della passione vive immortale», come dice la Liturgia.
Chiudiamo con le parole di papa Francesco: «Gesù non è un “fantasma”, ma una Persona viva; che Gesù quando si avvicina a noi, ci riempie di gioia, al punto di non credere, e ci lascia stupefatti, con quello stupore che soltanto la presenza di Dio dà, perché Gesù è una Persona viva. Essere cristiani non è prima di tutto una dottrina o un ideale morale, è la relazione viva con Lui, con il Signore Risorto: lo guardiamo, lo tocchiamo, ci nutriamo di Lui e, trasformati dal suo Amore, guardiamo, tocchiamo e nutriamo gli altri come fratelli e sorelle» (Regina Coeli, 18 aprile 2021). E ancora: Gesù «è il primo uomo che entra nel cielo, perché Gesù è uomo, vero uomo, è Dio, vero Dio; la nostra carne è in cielo e questo ci dà gioia. Alla destra del Padre siede ormai un corpo umano, per la prima volta, il corpo di Gesù, e in questo mistero ognuno di noi contempla la propria destinazione futura» (Regina Coeli, 16 maggio 2021).

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