Risponde il teologo
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Partecipare alle «Messe di precetto» nelle feste religiose: obbligo o amore?

La nostra rubrica delle domande al teologo incontra sempre grande interesse. Questa volta il punto di partenza è una recente risposta a proposito della partecipazione alla celebrazione eucaristica nelle feste di precetto. Risponde padre Luciano Santarelli, docente di Teologia morale alla facoltà teologica dell'Italia centrale.

Altare pronto per la celebrazione eucaristica (Foto Sir)

Sul numero 25 di Toscana Oggi la signora Alessandra Ricci chiedeva in quali casi si può saltare l’obbligo di frequentare la Santa Messa domenicale «e le altre festività» religiose. Padre Luciano Santarelli risponde facendo alcuni riferimenti, compreso quello al Catechismo della Chiesa Cattolica.

Nelle tavole della legge (le 10 Parole) il Signore parla di «santificare la festa» (singolare), quindi il giorno del Signore, mentre molti preti continuano a ripetere che è al plurale. Le feste chiamate «di precetto», (che nel corso della storia della Chiesa sono aumentate, poi diminuite…) sono state istituite dal Magistero della Chiesa o legate alla Tradizione e non trovano alcun riscontro nei testi sacri; il che porta come logica conseguenza, a mio parere, la mancanza di obbligatorietà alla partecipazione alla Messa in tali ricorrenze. Se qualcuno, come me, vi partecipa è anche in questo caso per amore, non certamente per un obbligo. La distinzione non è questione da poco a mio parere.

Gianfranco Vanni

È vero, le feste di precetto hanno una storia molto variegata. Fra l’altro, nella primissima comunità dei credenti l’unica celebrazione, a parte la domenica, era quella della Pasqua, dove si commemorava, senza spartirla con nessun’altra festa, l’intera storia della salvezza, dalla creazione alla parusia. Solo successivamente il mistero cristiano si è andato spezzettandosi e approfondendosi in tutti i suoi aspetti, dando vita a innumerevoli liturgie.

Nei primi secoli della Chiesa, comunque, il numero delle feste di precetto non domenicali rimase contenuto, per poi salire oltremodo nel medioevo e anche successivamente, dimostrando con ciò quanto la società fosse profondamente cristiana, ma dando luogo a non pochi problemi, anche per la difficoltà di astenersi dal lavoro in quei giorni. Per questo esse furono ridotte a 35 con la bolla Universa per orbem (1642) di Urbano VIII, e più tardi Benedetto XIV (1740-1758), accogliendo le richieste dell’episcopato, concesse per molte parti dell’Europa di lavorare anche in alcune solennità che richiedevano l’osservanza del precetto.

La situazione è ulteriormente mutata nei tempi recenti. L’attuale Codice di Diritto Canonico, dopo aver definito la domenica «primordiale giorno festivo di precetto» aggiunge: «Ugualmente devono essere osservati i giorni del Natale del Signore Nostro Gesù Cristo, dell’Epifania, dell’Ascensione e del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, della santa Madre di Dio Maria, della sua Immacolata Concezione e Assunzione, di san Giuseppe, dei santi Apostoli Pietro e Paolo, e infine di tutti i Santi. Tuttavia la Conferenza Episcopale può, previa approvazione della Sede Apostolica, abolire o trasferire alla domenica alcuni giorni festivi di precetto» (Can. 1246).

La Cei, usufruendo di quanto disposto dal canone citato, ha spostato alla domenica le solennità dell’Ascensione e del Corpus Domini, mentre ha sospeso il precetto per la festa di S. Giuseppe e dei SS. Apostoli Pietro e Paolo, non essendo più feste civili. La festa del Patrono è festa civile per la città, ma non è di precetto in senso religioso.

La disciplina della Chiesa può cambiare perché muta la società e il costume, ma vincola sempre il fedele che rimane ancorato al suo tempo. Non dobbiamo dimenticare che Cristo ha dato agli Apostoli poteri molto grandi. L’ha autorizzati ad insegnare e a governare i fedeli dicendo: «Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Mt 18, 18). Aggiungendo pure: «Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato» (Lc 10, 16).

Nel corso della storia ci sono stati dei movimenti impregnati di spiritualismo i quali, in considerazione del fatto che è lo Spirito santo ad orientare il cristiano, hanno considerato la legge ecclesiastica come un corpo estraneo, ma essi sono stati sempre sconfessati dall’autorità ecclesiastica e dalla stessa coscienza cristiana. Ai nostri giorni, in presenza di un’indifferenza religiosa crescente, più che rifiutare una tale legge in nome della libertà dello Spirito, lo si fa in nome della libertà umana pura e semplice.

Se nella Scrittura si parla esplicitamente solo del comandamento del Sabato, in essa vengono tuttavia riportati gli eventi relativi al nostro Salvatore, alla Madonna e ai santi che sono l’oggetto di quelle feste cristiane, che la Chiesa vuole di precetto, e ciò «al fine di garantire ai fedeli il minimo indispensabile nello spirito di preghiera e nell’impegno morale, nella crescita dell’amore di Dio e del prossimo» (CCC 2041). Del resto, lo stesso popolo d’Israele conosceva, oltre il Sabato, altre feste che ritmavano il suo rapporto con Yahweh, feste che il Testo sacro riporta in modo dettagliato.

Nella sua lettera il gentile lettore ritiene che qualora partecipasse alle celebrazioni non domenicali lo farebbe solo per amore, e non per un obbligo, come se la legge e l’amore fossero due realtà contrapposte. Ma non è così.

S. Paolo dice «Pieno compimento della legge è l’amore!» (Rm 13, 10). L’amore, allora, non si oppone alla legge, ma la osserva, la «compie». Esso è, anzi, l’unica forza che può farla veramente osservare. Dio, infatti, guarda al cuore e non al solo comportamento esterno. Per cui non gioverebbe al fedele la partecipazione ad una Messa di precetto per una pura visibilità esteriore, e non per il sincero desiderio di lodare Dio e di pregare con i fratelli.

Non solo l’amore è il midollo della legge, ma, a sua volta, questa è posta a difesa dell’amore. Kierkergaard ha detto: «Soltanto quando c’è il dovere di amare, allora soltanto l’amore è garantito per sempre contro ogni alterazione e assicurato in eterna beatitudine contro ogni disperazione».

Questo significa che l’uomo quando ama, e si rende conto quale perdita irreparabile sarebbe non restare in quell’amore, teme per se stesso, conoscendo la sua debolezza e volubilità, e allora si premunisce ancorando il suo amore alla legge.

Al signor Gianfranco auguro, quindi, di continuare a partecipare con amore non solo a quelle poche feste di precetto non domenicali ancora previste, ma anche a molte altre che rendono meravigliosamente ricco l’anno liturgico, e di essere felice di sapere che esiste comunque una legge che lo preserva contro la tentazione, esistente per lui e per tutti, di ridurre pericolosamente la sua partecipazione all’Eucarestia, che è il centro della vita cristiana e nutrimento dell’anima.

Luciano Santarelli

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