Risponde il teologo
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Perché Gesù è stato condannato a morte?

Un lettore ci chiede: «Perché Gesù è stato condannato a morte?». Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia sacramentaria.

Parole chiave: Vangelo (644)

Affrontare il problema delle ragioni storiche per la condanna a morte di Gesù richiederebbe molto spazio, come dimostrano recenti interventi e dibattuti di vario tipo. Ogni ipotesi o lettura dipende in parte dalla precomprensione dell’autore, sia essa inclinata verso motivazioni puramente politico-sociali, sia più religiose. Di fatto, come vedremo, le motivazioni storiche per la condanna di Gesù appartengono ad entrambe le sfere. Dobbiamo accettare che non abbiamo un resoconto degli avvenimenti di stampo giornalistico, ma una narrazione di fede, che, sia pure in tempi quasi contemporanei agli avvenimenti, nasce dalla fede in Gesù e si rivolge a credenti.

Il racconto della passione e resurrezione di Cristo è il primo nucleo della narrazione evangelica che affiora dalla memoria degli apostoli, testimoni oculari della vita di Gesù, dal giorno del suo battesimo nel Giordano. La morte di Gesù, quindi, si presenta come la conclusione di un’esistenza dedicata alla proclamazione del Regno di Dio in una modalità inattesa e sconvolgente per quell’epoca. Ma non solo per quell’epoca: lo «scandalo» della proposta di Gesù continua ancora oggi.

Qualcosa, però, possiamo dire, raccogliendo alcuni particolari dalla narrazione evangelica che sono confermati dalla ricerca storico-critica. I sinottici (cioè gli evangelisti Marco, Matteo e Luca che seguono un profilo molto simile nel raccontare gli avvenimenti della vita di Gesù) danno spazio alla consegna di Gesù al tribunale del Sinedrio per essere giudicato colpevole di «bestemmia» o «blasfemia». Questo processo, avvenuto davanti alle autorità religiose, è quasi ignorato da Giovanni; alcuni studiosi, come l’ebreo P. Winter, giungono a dubitare della sua autenticità. Certamente non siamo davanti ad una trascrizione verbale del dibattimento processuale.

Gli evangelisti ci presentano una rilettura cristologica, ma la sostanza dell’interrogatorio ha un fondamento attendibile, soprattutto nell’accusa rivolta a Gesù di essersi proclamato Messia e di voler «distruggere il tempio». Leggiamo in Marco che alla fine di una serie di testimonianze non concordi… «Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?". Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: "Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?". Gesù rispose: "Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza  e venire con le nubi del cielo". Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: "Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?". Tutti sentenziarono che era reo di morte» (Mc 14,61-64).

La bestemmia di Gesù è la pretesa di incarnare la figura del Figlio dell’uomo, che avrebbe giudicato il mondo. Questa pretesa è rafforzata dall’aver messo «in discussione la funzione e il valore del tempio in rapporto al novum che egli stava annunciando e compiendo nella sua persona e con la sua opera» (S. Dianich, Il messia sconfitto, p. 75). In effetti, Gesù aveva messo in questione tutta l’articolazione religiosa che ruotava intorno al tempio di Gerusalemme. Quanto si svolse davanti alle autorità religiose ebraiche non deve essere inteso come un processo capitale perché in tutto l’impero l’autorità romana riservava a sé la potestà di condannare a morte. Davanti al Sinedrio si svolge un primo processo che conduce alla richiesta da parte delle autorità religiose ebraiche perché l’autorità romana pronunci una condanna a morte (cf Gv 18,31).

Giungiamo, così, ad una seconda motivazione storica per la condanna a morte di Gesù, quella motivazione che di fatto l’ha portato ad essere crocifisso, perché per l’autorità romana una motivazione prettamente religiosa non sarebbe stata ritenuta sufficiente per una condanna capitale. L’accusa che Pilato è costretto a prendere in considerazione è l’aspirazione di Gesù ad essere un messia re. Il dialogo fondamentale fra Gesù e Pilato ruota intorno a questa pretesa, che diverrà poi la motivazione della condanna, come sarà scritto sul titulus della croce: Gesù Nazareno, Re dei Giudei. Pilato si trova di fronte una persona che appare una minaccia per la pax romana, che si fondava anche su buoni rapporti con le autorità religiose ebraiche.

Il suo agire fu dovuto a motivazioni politiche, di conservazione della stabilità sociale nella provincia affidata al suo governo. E di fatto il messaggio evangelico, senza attaccare direttamente l’autorità politica, proclama una signoria di Dio che mette in forte discussione un determinato esercizio dell’autorità politica, quale quello dell’epoca. La predicazione e l’agire di Gesù, dunque, appaiono anche ad una ricostruzione storica fortemente innovativi rispetto alla mentalità dell’epoca, sia religiosa che politica. Il messaggio delle beatitudini, il rapporto diretto con Dio, la proclamazione del Regno offerto a tutti, uniti alla singolarità della propria autoconsapevolezza, conducono Gesù ad essere considerato colpevole di blasfemia da parte dell’autorità religiosa ebraica e di sedizione da parte dell’autorità politica romana. Il supplizio della croce, infine, lo identifica come un uomo del basso popolo, giudicato colpevole dei più gravi crimini.

Questa piccola ricostruzione storica non può chiudersi senza una riflessione ulteriore. La complessità storica del processo a Gesù, qualunque siano stati i peccati personali dei protagonisti, da Giuda al Sinedrio e a Pilato, che Dio solo conosce, non può essere considerata una responsabilità del popolo ebraico. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, il grido del popolo perché «il suo sangue ricada sopra di noi e sui nostri figli» (Mt 27,25) è una «formula di ratificazione» e non implica una responsabilità sugli Ebrei di ogni tempo e luogo (CCC 597). Gesù stesso dalla croce chiede perdono per i suoi crocifissori, perché «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34), richiesta presa sul serio dalla Chiesa degli apostoli nella sua primitiva predicazione (At 3,17). La fede cristiana è limpida nell’affermare che Cristo è morto per i peccati dell’umanità ed è stato risuscitato secondo le Scritture (cf 1Cor 15,3s). Avvenimento di salvezza nella storia, il mistero della morte e della vita di Gesù si staglia sullo sfondo della misericordia di Dio, offerta a ogni uomo e donna lungo i tempi, mentre li conduce alla pienezza del suo Regno. La settimana che viene ci aiuti a penetrare e vivere il mistero della Pasqua di Cristo, perché diventi davvero il mistero della nostra pasqua, personale e comunitaria.

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mauropesce 29/07/2014 12:43
Ottimo commento
Mi permetto segnalare il libro A.Destro-M.Pesce, La morte di Gesù. Indagine su un mistero, Rizzoli 2014 vedi la recensione di Enzo Bianchi su La Stampa, www.mauropesce.net

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