Risponde il teologo
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Perché San Tommaso chiama Gesù con le parole «mio Signore e mio Dio»

Tommaso si rivolge a Gesù, dopo la risurrezione, chiamandolo «Mio Signore e mio Dio». Perché usa queste parole? La risposta del biblista.

Percorsi: Bibbia - teologia
San Tommaso

Ho notato che Tommaso si rivolge a Gesù, dopo la risurrezione, chiamandolo «Mio Signore e mio Dio». Perché usa queste parole?
Fiammetta Fiori

Risponde don Stefano Tarocchi, preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale
Com’è noto Il Vangelo secondo Giovanni racconta tre diverse manifestazioni di Gesù ai discepoli dopo la sua risurrezione: la prima, il giorno stesso della Pasqua – giorno in cui si manifesta anche a Maria di Magdala –, la seconda, otto giorni dopo, sempre a Gerusalemme.
Alla prima manifestazione di Gesù ai discepoli, Tommaso era assente. Così leggiamo: «Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”» (Gv 20,24-25).
Quindi il Vangelo ci porta alla seconda manifestazione di Gesù: «otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto!”» (Gv 20,26-29).
Per comprendere le parole con cui Tommaso si rivolge a Gesù («Mio Signore e mio Dio!»), quelle che la lettrice ha evidenziato, bisogna però andare alla terza manifestazione, avvenuta non in Gerusalemme ma in Galilea: «dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare» (Gv 21,1-3).
In quella circostanza, l’evangelista descrive la presenza misteriosa di Gesù sulla riva: «Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù» (Gv 21,4). Addirittura, Pietro, dopo la pesca dei «centocinquantatré grossi pesci», deve rimettersi la veste per andare incontro a Gesù e lasciare il ruolo di pescatore per diventare il pastore del gregge di Gesù. Così nessuno osa domandare a Gesù chi è, perché tutti sanno bene che è il Signore. Solo «quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!» (Gv 21,7).
Ma il senso profondo di queste tre manifestazioni, e delle parole da prima di Tommaso e poi del discepolo eletto, vengono portate alla nostra attenzione dalle due finali del quarto Vangelo.
La prima finale si trova al termine del capitolo 20, che era la conclusione primitiva del Vangelo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,24-31).
Quando poi venne aggiunto da un anonimo il capitolo seguente, il capitolo 21, dopo la morte dell’autore, troviamo queste altre parole: «questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,24-25).
Sono queste parole a darci la chiave per interpretare quello che vuole dire Tommaso: la testimonianza e la fede dell’autore del libro e di chi ha aggiunto l’ultimo capitolo, che hanno scritto quello che ha compiuto Gesù, le troviamo perfettamente espresse dalle parole usate da Tommaso.
Dicendo «mio Signore e mio Dio!», senza compiere nessuna delle azioni che si era prefissato nel giorno della prima manifestazione di Gesù («Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»), egli riconosce che Gesù è il suo Signore, analogamente a Maria di Magdala, che lo chiama «Rabbunì!, Maestro!» (Gv 20,16).
Nella fede in lui si fonda il cammino di ogni discepolo, come quello di ciascuno di noi. E a tutti i discepoli sono destinate le parole dello stesso Gesù: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20,29).

Perché San Tommaso chiama Gesù con le parole «mio Signore e mio Dio»
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