Risponde il teologo
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Perché per salvare l'uomo dal peccato era necessario che Gesù morisse?

Parole chiave: teologia (78), risponde il teologo (228)

Si dice che Gesù ha liberato l'uomo dal peccato e dalla morte: in realtà mi sembra che il peccato e i peccatori siano ancora ben presenti nel mondo, e che la morte, il dolore, la sofferenza non sono scomparsi. In che senso vanno intese quelle parole? Perché era necessario, per il bene dell'uomo, che Gesù sia diventato uomo, sia vissuto e sia morto? E perché era necessaria, per questo, la morte in croce? Non poteva bastare che Dio si facesse uomo?

Maria Giannetti

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia
La domanda è complessa e potrei dire di non essere un esperto da abbracciarla tutta. Però è provocante, perché tocca alcuni aspetti del messaggio cristiano che veramente a volte sono ostacolo a una fede piena e totale.
Gesù fu condannato a morte dai Giudei perché dicendosi Dio ingannava il popolo, dai Romani perché si diceva re e passava per un sobillatore. Ma anche la storia dopo 2000 anni lo condanna, perché aveva promesso vita e salvezza, eliminazione della morte e del male, ma non si vede niente.

Dunque o Gesù è un truffatore e un impostore, o Gesù dice il vero. Supponiamo che dica il vero. Allora è necessario spiegare la liberazione dal peccato, dalla sofferenza e dalla morte in modo diverso da come si pensano e ci appaiono, similmente a quando si guarda il frontale dell'ambulanza con la scritta al contrario: o chi l'ha scritta non sapeva scrivere, oppure va bene in quel modo perché si deve leggere in maniera diversa.

Cominciamo dall'ultima domanda. Se Dio si faceva uomo e basta, senza che nella sua vita umana rivelasse niente, non avrebbe avuto senso. Gesù dice che l'amore più grande è dare la vita per gli amici e nemici (Gv 15,13), e lui era venuto per questo (Gv.3,16). Pensiamoci un attimo: Dio poteva morire per gli altri? No, evidentemente! Per questo si fa uomo, per dimostrare l'amore più grande: Lui il Dio onnipotente, eterno, immortale, facendosi uomo, vuol farci capire che è disposto a morire per ciascuno di noi, non solo per dare l'esempio, ma anche per attuare un piano salvifico. Dunque era necessario che Dio diventasse uomo perché se avesse salvato l'uomo a suon di miracoli, l'uomo senza meriti si ritrovava in paradiso, invece così il paradiso è una conquista personale in risposta all'azione divina, nella linea dell'amore totale fino al sacrificio di se stessi.

A questo punto chiediamoci: perché per salvarci Dio ha scelto di morire in croce invece di andare alle Seychelles a morire d'insolazione? Questo è il punto della prima domanda e quello che ci lascia un po' perplessi. A me pare che si debba interpretare così. La morte, intesa come disgregazione e sbriciolamento dell'essere, è la conseguenza diretta del peccato. Da questo punto di vista il contrario della morte non è la vita, ma l'amore, perché l'amore in quanto capace di aggregare e unire è la sorgente stessa della vita. Dunque il peccato che è ribellione a Dio, porta morte e dolore, ma Dio dando se stesso fino alla morte in croce, con questo supremo atto d'amore riconcilia l'uomo a sé, rivitalizzandolo di vita abbondante (Gv 10,10). Così la sofferenza e il dolore che sono anch'esse conseguenze del peccato, vengono redente. In questo senso. Quando un ladro è messo in galera per 4 anni, essi sono anni di punizione e sofferenza, ma sono anche redentivi perché una volta uscito dal carcere egli non è più ladro. Dio morendo sulla croce ci vuol far capire che la morte e la sofferenza non sono più «punizioni» distruttive, ma sono esperienze redentive, poiché avendole Lui stesso assunte nella sua persona divina li ha rese «buone», perché tutto ciò che appartiene a Dio è buono. Così sofferenza e morte non sono più conseguenze del peccato, ma strumenti salvifici, perché, resi buoni dalla morte di Cristo, e possono essi stessi produrre vita e salvezza. Insomma Dio non ha eliminato la morte fisica e la sofferenza, perché una volta rese qualità buone per la vita dell'uomo, le ha trasformate in strumenti salfivici. In questo senso Gesù dice il vero, mentre prima della croce di Cristo morte e sofferenza erano i segni del peccato (cf. libro di Giobbe), dopo la morte di Cristo sono rivelazione dell'amore di Dio e  strumenti di salvezza (si pensi al desiderio di sofferenza dei santi cristiani).

Dunque il Cristo ha vinto la morte e il dolore, morendo e soffrendo, invece il peccato che non poteva assumere, perché è contraddittorio al suo essere, lo «assolve». Assolvere vuol dire che esso rimane una cosa cattiva, ma in ragione del grande amore verso l'uomo lo assolve, libera l'uomo da quel fatto. A conclusione possiamo allora dire che nell'opera salvifica di Dio c'è una «logica»: Dio poteva salvarci in molte maniere: con miracoli renderci buoni, facendoci entrare in paradiso lasciando perdere quello che abbiamo fatto in vita, ecc., ma sceglie la via della croce perché vuole che la salvezza, che ci concede, noi possiamo già viverla in questa vita, e perché noi stessi possiamo essere attori della nostra salvezza, e non solo spettatori delle opere divine. E la croce rivela benissimo il messaggio divino: la salvezza passa per l'amore radicale fino alla morte per gli altri. Messaggio questo che non avrebbe avuto alcun valore se fosse stato solo detto o scritto, andava vissuto, perché la morte e il dolore non appartengono a Dio, e perché potessero diventare cose buone dovevano entrare a far parte di Dio stesso. Cosa che Dio esattamente ha fatto, al punto da metter su un'opera salvifica complessa e intricata, com'è l'incarnazione, la vita, la morte e la resurrezione di Cristo.

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Mauro 21/04/2019 12:22
Perché per salvare l'uomo dal peccato era necessario che Gesù morisse?
Scusi, ma in quanto docente di filosofia, mi aspetterei da Lei un minimo di rigore logico, e non assunzioni generiche. Il dilemma non può ridursi a se "avrebbe avuto senso" qualcosa di diverso da quanto Lei dice, ma se ne ha la tesi qui in discussione. Ad esempio quando per evitare gli enormi interrogativi sul senso della morte di un Dio per definizione immortale, si deve introdurre a forza il concetto di un Dio fattosi uomo in tutto e per tutto (cosa peraltro non vera, dato che solo per dirne una, Gesù conosceva il futuro, gli uomini no), così cadendo però in un'altra contraddizione assurta a "mistero": quella di un assoluto monoteismo improvvisamente costretto a sdoppiarsi in due e persino in tre persone (motivo per cui gli ebrei non adorano Gesù pur essendo - chissà poi perché - l'unico popolo ad averne avuto il dono diretto). Nonché quella di un Dio amore perfetto che dissemina la terra e la storia di ogni possibile piaga perché così "il paradiso è una conquista personale" e "con merito" (come genitore io sono tutt'altro che perfetto, eppure per i miei figli non vorrei nemmeno una frazione minima dei mali escogitati da Dio per i suoi fini salvifici, né gare di merito tra loro). E come si può arrivare ad affermare che "la morte ... è la conseguenza diretta del peccato" come pure "la sofferenza ed il dolore"? Lo dica ai bimbi che muoiono di fame o per un tumore congenito, ed ai tantissimi che patiscono ed han patito senza colpa alcuna. Allora a rigor di logica, "ribellione a Dio" è anche essere riusciti con la medicina, la scienza, la tecnica ed il sapere in genere (l'albero biblico del male) a ridurre la portata delle "sofferenze redentive" portate da Dio sulla Terra a fin di bene perché "rese qualità buone per la vita dell'uomo" ? E' molto comodo oscillare a seconda della convenienza tra provvidenza ed amore divini e libero arbitrio umano, e sempre da un paradosso (dovrei dire mistero) all'altro.
Per fortuna non c'è alcun bisogno di una divinità - come invece nella preistoria dell'uomo e della cultura - per comprendere fulmini e diluvi, né per sapere che siamo tutti uguali e tutti con gli stessi diritti. Compresi i poveri animali destinati non a conquistarsi con merito il paradiso bensì il macello.

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