Risponde il teologo
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Dal n. 13 del 28 marzo 2004

Pochi preti: apriamo i seminari alle donne?

Caro don Piero,
credo che nella crisi di vocazioni al sacerdozio nella nostra chiesa cattolica, accanto a mille cause di ordine culturale e sociale, non sarebbe da escludere a priori un segno della Provvidenza, che ci invita tutti a riconsiderare con serenità e pacatezza il tema del sacerdozio femminile.
Riccardo Marconi - Capanne (Pisa)
risponde PIERO CIARDELLA
Nella lunga lettera del sig. Marconi - di cui è riportato solamente l'inizio, riservandomi di rispondere in un secondo tempo alle restanti osservazioni - condivido la premessa, ma non sono d'accordo sulla conclusione. Sono anch'io persuaso che l'attuale diminuzione delle vocazioni sacerdotali non deve essere vissuta né con leggerezza, né tanto meno con allarmismo, ma deve essere considerata come un «segno dei tempi» da leggere con occhi sapienziali, per comprendere cosa il Signore vuole dire alla sua Chiesa.

È difficile sapere con certezza dove ci porterà la diminuzione dei sacerdoti, ma non è difficile immaginare che essa comporterà - volenti o no - un significativo cambiamento del modello di Chiesa come si è imposto in Occidente. Questo cambiamento è già in atto, ed è verificabile da chiunque pensi solo alla vita delle nostre parrocchie da quando eravamo bambini ad oggi. C'è chi questi cambiamenti li legge come declino e chi sogna nostalgicamente i tempi in cui anche i più piccoli paesi avevano il loro parroco. Una cosa però credo che sinceramente la si debba riconoscere: questa situazione ha avuto il merito di farci riscoprire la corresponsabilità di tutti i credenti alla edificazione della Chiesa e alla sua missione nel mondo. Per necessità - vista la diminuzione del clero e l'innalzamento della loro età media - più che per virtù, si comincia a realizzare quello che quarant'anni fa il Concilio aveva insegnato: «I laici, radunati nel popolo di Dio e costituiti nell'unico corpo di Cristo sotto un solo capo, sono chiamati chiunque essi siano, a contribuire come membra vive, con tutte le forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente». (Lumen gentium). Ho detto incominciato, perché su questa linea di valorizzazione del laicato dobbiamo ancora lavorare molto per superare una persistente mentalità clericale che resiste sia nei preti, che in alcuni laici.

Il minor numero dei preti è avvertita come mancanza e vissuta con preoccupazione perché ci misuriamo con un modello di comunità cristiana in cui il prete riassume in sé la totalità dei carismi e dove l'apporto dei fedeli laici è irrilevante e comunque strumentale al suo ministero. Per questo motivo, come dicevo all'inizio, non sono d'accordo con la conclusione del sig. Marconi. Pensare che la mancanza dei preti debba essere affrontata e risolta incrementandone il numero ricorrendo all'ordinazione delle donne - al di là dei problemi teologici che questa scelta solleva -, oppure ammettendo al sacerdozio gli sposati, o importando vocazioni da altri paesi, a mio parere, significa perdere l'occasione di riscoprire un modo di essere Chiesa dove si sperimenta al contempo «l'unità della missione e la diversità di ministero». Si legge ancora nel Concilio: «Gli apostoli e i loro successori hanno avuto da Cristo l'ufficio di insegnare, reggere e santificare in suo nome e con la sua autorità. Ma anche i laici, essendo partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, all'interno della missione di tutto il popolo di Dio hanno il proprio compito nella Chiesa e nel mondo» (Apostolicam actuasitatem).

Scrivere a: Toscanaoggi, via dei Pucci, 2 - 50122 Firenze e-mail: redazione@toscanaoggi.it

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