Risponde il teologo
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Dal n. 23 del 13 giugno 2004

Sacerdozio alle donne: è il momento?

Caro don Ciardella,
credo che nella crisi di vocazioni al sacerdozio nella nostra chiesa cattolica, accanto a mille cause di ordine culturale e sociale, non sarebbe da escludere a priori un segno della Provvidenza, che ci invita tutti a riconsiderare con serenità e pacatezza il tema del sacerdozio femminile. Sono da tempo venuti meno i motivi teologici che lo escludevano. In fondo resta solo il peso della tradizione ad impedirlo. Ora, non intendo minimamente sottovalutare l'importanza della tradizione, ma in questo caso credo proprio che andrebbe superata. Infatti, essa è dovuta esclusivamente al ruolo subalterno che la donna ha avuto per secoli nella nostra cultura. Fino a cinquanta anni fa, in Italia, a nessuno sarebbe venuto in mente anche solo di ipotizzare la donna-prete, dunque la tradizione cattolica rifletteva la cultura del tempo.

Oggi tutto è cambiato, per fortuna. Nel nostro mondo occidentale la parità uomo-donna è una verità così elementare che non vale la pena nemmeno di parlarne. Ecco che così mi sembrerebbe del tutto naturale che la tradizione della chiesa cattolica, senza rinnegare il passato dove esistevano validissime giustificazioni, si adeguasse a queste nuove, sacrosantemente giuste condizioni. Ma tutto ciò senza vessilli né fanfare, lotte fratricide o divisioni insensate. Non sarebbe affatto "abolire la legge e i profeti", ma anzi sarebbe portarle a compimento, come già Qualcuno ha detto pressappoco…

Penso che Toscana Oggi dovrebbe farsi promotrice di un grande dibattito aperto a preti, vescovi e fedeli sul tema del sacerdozio femminile, perché non è affatto da escludere che chi deve decidere, il Papa cioè, non aspetti altro che un'amichevole spintarella, che garantirebbe fra l'altro che il popolo di Dio è ormai maturo per accettare questa innovazione.
Riccardo Marconi
Capanne-PI

risponde PIERO CIARDELLA
La seconda parte della lunga lettera del signor Marconi, a cui avevo promesso di rispondere, affronta in modo diretto il tema delicato dell'ammissione delle donne al mistero ordinato. È un argomento certamente non nuovo, su cui più volte il Magistero si è pronunciato, e sul quale oggi, più che mai, non c'è affatto unanime consenso, né da parte dei teologi, né dei pastori.

Se da una parte è vero che non ci sono consistenti motivi teologici a sostegno dell'esclusione delle donne dall'ordinazione, rimane però vincolante l'argomento della tradizione, che fa leva su «l'esempio, registrato nelle sacre Scritture, di Cristo che scelse i suoi apostoli soltanto tra gli uomini; la pratica costante della chiesa, che ha imitato Cristo nello scegliere soltanto degli uomini; e il suo vivente magistero, che ha coerentemente stabilito che l'esclusione delle donne dal sacerdozio è in armonia con il piano di Dio per la sua chiesa». Lo stesso Giovanni Paolo II, nel 1994, ha preso posizione sull'argomento, «al fine di dissipare ogni dubbio su una questione così fondamentale», dichiarando, con una solennità che ha meravigliato non pochi, che «la chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della chiesa» (Ordinatio sacedotalis, 4).

Di fronte a queste determinate posizioni del magistero, che lasciano poco spazio ad una ulteriore ricerca teologica e raffreddano ogni possibile rivisitazione della tradizione, sembra difficile prevedere un possibile ripensamento della chiesa su questo tema. Ad ogni modo, in sede di discussione, mi sembra che impostare il problema in termini sociologici, come pare alludere l'autore della lettera e come molti teologi anche in passato hanno fatto, sia fuorviante. Infatti, come ricorda il card. Ratzinger, la chiesa considera il sacerdozio un sacramento, cioè «non qualcosa da essa inventato per motivi pragmatici, ma qualcosa a essa donato dal Signore, cui pertanto non può dare la forma che preferisce, ma che può solo trasmettere con rispettosa fedeltà». Dunque, la natura del sacramento non può essere ridotta a pura funzionalità: quello che fanno gli uomini lo possono fare anche le donne. La parità dei sessi, unanimamente riconosciuta, è motivo insufficiente e inadeguato ad ammettere anche le donne al sacerdozio, perché quest'ultimo, in quanto dono indisponibile di Cristo alla Chiesa, non può essere modificato nel tempo per ragioni, diremo, culturali.

L'unica via percorribile, e che alcuni teologi già da tempo percorrono - è quella di una più attenta riflessione storica e teologica sulla tradizione che potrebbe far nuova luce sull'identità del ministero ordinato. Tanto più che nel rifiuto del magistero non è affatto in gioco la discriminazione della donna. Lo stesso Pontefice, nel documento citato, afferma: «La presenza e il ruolo della donna nella vita e nella missione della chiesa, pur non essendo legati al sacerdozio ministeriale, restano comunque assolutamente necessari e insostituibili».

Nello stato attuale, dunque, il vero problema non è quello della rivendicazione di un diritto, pensando magari così di risolvere il problema della mancanza di vocazioni, ma di valorizzare a pieno, molto di più di quello già si fa, il carisma femminile nella vita ecclesiale. È indubbio che la chiesa è ancora prevalentemente maschile e clericale, e il ruolo della donna è spesso subordinato e carico di pregiudizi. In questo contesto la donna può contribuire realmente ad un positivo rinnovamento della Chiesa, senza necessariamente diventare prete. Se in futuro anche la Chiesa cattolica riconoscerà l'ammissibilità delle donne al ministero ordinato, non è dato saperlo, appartiene ai disegni imprevedibili dello Spirito, nel frattempo, però, le donne possono e devono conquistare un ruolo attivo e non più gregario nella Chiesa, impegnandosi con spirito critico e non rivendicativo nella ricerca teologica, e acquisendo sempre maggior spazio e visibilità negli organismi partecipativi.

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