Risponde il teologo
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Santi solo dopo la morte: questione di prudenza

Parole chiave: risponde il teologo (228), santi (140), beati (72)

La Chiesa non ammette che un soggetto, ancora vivente, possa essere dichiarato santo, anche se opera miracoli scientificamente accertati, eppure lo stesso Gesù ci ha insegnato il contrario con l'episodio del buon ladrone. Neppure il dono delle stigmate è reputato, dalla Chiesa, un segno di santità. Di santità è possibile parlare almeno cinque anni dopo la morte del soggetto. Solo allora e dopo il verificarsi di miracoli accertati, la Chiesa dichiara il Servo di Dio, prima Venerabile, poi Beato e infine Santo. Forse che lo Spirito Santo può operare i suoi prodigi solo attraverso soggetti già deceduti? Non è forse vero il contrario? Il segno accompagna la Parola per testimoniarne la veridicità e indurre quindi alla conversione poiché, fra gli uomini, vi sono più san Tommaso che san Giovanni. E Giuseppe, lo sposo di Maria, non era considerato «uomo giusto», cioè santo? E Giovanni il Battista? E tutti gli Apostoli? E se l'uomo in questione opera la risurrezione di un morto, come quella di Lazzaro (così come è avvenuto con S. Antonio di Padova), la Chiesa quale posizione assume nei suoi confronti?

Carmine Caiazzo

Risponde padre Francesco Romano, docente di Diritto Canonico
I dubbi e gli interrogativi che il nostro lettore ci rivolge possono trovare luce e chiarimento dalla lettura dell'intero cap. V della Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (LG) del Concilio Vaticano II (nn. 39-42). La santità e la perfezione cristiana, nel pensiero del Vaticano II, è «pienezza della vita cristiana e perfezione di carità» (LG, 40) che tutti i fedeli di qualsiasi stato e grado sono chiamati a vivere e a raggiungere. I seguaci di Cristo sono divenuti per mezzo del battesimo veramente figli di Dio e compartecipi della natura divina e, perciò, realmente santi. La Lumen Gentium ne deduce che «essi devono, con l'aiuto di Dio, mantenere e perfezionare, vivendola, la santità che hanno ricevuta» (LG, 40). Pertanto, la santità eroica o la perfezione della carità è il consequenziale sviluppo della santità ontologica di ogni cristiano rigenerato nel battesimo e inserito nel Corpo mistico di Cristo.

Il lettore si domanda perché «santo solo dopo la morte?». È di tutta evidenza che l'intera esistenza del cristiano, fino all'ultimo istante, è impegnata nel mantenere e perfezionare la santità che ha ricevuto. Ed è altrettanto evidente l'insegnamento della Lumen Gentium: «poiché tutti commettiamo molti falli, abbiamo continuamente bisogno della misericordia di Dio e dobbiamo ogni giorno pregare: rimetti a noi i nostri debiti» (LG, 40).

La santità di vita praticata per un certo arco di tempo, non è un dato acquisito né, tanto meno, un diritto acquisito. Non si richiede che tutta la vita sia stata eroica. Si richiede, però, che la vita si sia conclusa in modo eroico sotto l'aspetto delle virtù. Anche coloro che hanno peccato gravemente possono essere candidati alla beatificazione se, mossi dalla grazia, vivono fino agli ultimi istanti della vita nell'esercizio eroico delle virtù e nella penitenza riparatrice per le colpe commesse. L'esempio del buon ladrone, addotto dal lettore, è emblematico: è Gesù in persona che decreta la «canonizzazione» di un uomo che, ormai in punto di morte, riconosce il suo peccato e si abbandona totalmente e fiduciosamente alla misericordia di Dio. L'oggi in paradiso di Gesù è lo stesso oggi del buon ladrone che Cristo ha associato a sé.

Il candidato alla beatificazione è un cristiano che si è comportato da eroe vivendo le singole virtù del proprio stato in modo costante ed eroico. La classica distinzione delle virtù ne individua due generi: le virtù teologali (fede speranza e carità) sia verso Dio che verso il prossimo; le virtù morali o cardinali (prudenza , giustizia, fortezza e temperanza). Da entrambe derivano le virtù connesse.

Le virtù teologali e cardinali sono i sette capisaldi che santificano la vita cristiana proteggendola dai sette vizi capitali apportatori di morte: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. Secondo Benedetto XIV (Prospero Lambertini) per la beatificazione si richiede oltre alla fuga dei vizi capitali, all'esercizio delle virtù teologali e cardinali e all'osservanza fedele del proprio stato, anche il «grado eroico» dell'esercizio della virtù cristiana. La virtù eroica, cioè, deve essere posta expedite, volentieri e senza essere interrotta da alcun ostacolo; prompte, senza tentennamenti; delectabiliter, con entusiasmo e con il solo desiderio di piacere a Dio; supra communem modum, in modo superiore alla norma; ex fine supernaturali, con il fine di dar gloria a Dio; sine humano ratiocinio, senza scopi umani.

Il processo di beatificazione, pertanto, ha per oggetto l'intera vita del cristiano fino alla sua conclusione terrena. I cristiani sono il nuovo popolo di Dio, santo, regale e sacerdotale, fatto oggetto di speciale elezione e di misericordioso amore (1 Pt 2, 9-10). Ma la situazione del singolo cristiano, indipendentemente dalla fama di santità che lo circonda in vita, è descritta da Pietro come quella di un pellegrino che cammina verso la patria, nella libertà dello spirito, attraverso la purificazione del cuore dalle passioni e l'astensione dalle cupidigie carnali che fanno guerra all'anima (1 Pt 2, 11 ss.). Culmine di questa ascesi è la conformità e la partecipazione alle sofferenze di Cristo, gioiendo e ritenendosi beati nelle sofferenze e nelle persecuzioni (1 Pt 4, 12-16).
Osserva correttamente il lettore che per iniziare una causa di beatificazione occorre che passino almeno cinque anni dalla morte del candidato. Si tratta di una norma suggerita dalla prudenza per consentire maggior equilibrio e obiettività nella valutazione del caso e per far decantare le emozioni del momento. Tra la gente deve essere chiara la convinzione circa la santità del candidato (fama sanctitatis) e l'efficacia della sua intercessione presso Dio (fama signorum).

La Chiesa attribuisce il miracolo a Dio, ma nelle cause di beatificazione, esso viene trattato come risultato dell'intercessione del candidato alla gloria degli altari ed è inteso come l'approvazione soprannaturale da parte di Dio nei confronti dell'accertamento umano della santità di una determinata persona. Per la beatificazione il miracolo deve essere accaduto dopo la morte del servo di Dio. Di esso deve essere provata l'origine soprannaturale, mentre l'intercessione del servo di Dio esprime la stretta unione tra la Chiesa militante e trionfante (L G, 50-51).

Circa i fenomeni mistici preternaturali, cui accenna il lettore (rapimento, estasi, stigmate, sudorazione di sangue, bilocazione, profumo gradevole, ferite spirituali del cuore ecc.), essi possono essere indizi interessanti di santità, ma la Chiesa li guarda con moltissima prudenza trattandosi talvolta soltanto di fenomeni naturali di cui la scienza e soprattutto la psicologia possono darne spiegazione. La valutazione teologica del caso è il criterio da seguire per conseguire la certezza morale avendo presente l'atteggiamento tenuto dal soggetto di fronte a questi fenomeni: ferma volontà dell'unione con Dio, aumento dell'amore verso Cristo, equilibrio psichico del soggetto, obbedienza all'insegnamento della Chiesa, disponibilità ai sacrifici, obbedienza alla volontà di Dio manifestata dall'autorità ecclesiastica, docilità nel fare tutto per amore ecc. Sono incompatibili gli atteggiamenti come: la superbia, il legame con le azioni immorali, le visioni e le minacce apocalittiche, i messaggi di carattere messianico, le affermazioni contrastanti con la rivelazione ecc.

In conclusione, «i soggetti già deceduti», di cui parla il lettore, che la Chiesa addita come modello di perfetta vita cristiana, appartengono alla gloria dei santi e sono i testimoni della «infinita potenza dello Spirito Santo, mirabilmente operante nella Chiesa» (L G, 44) in modo particolare nella formazione della perfezione cristiana di quanti sono ancora in cammino.

Santi solo dopo la morte: questione di prudenza
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