Risponde il teologo
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Un prete rimane sacerdote «per sempre»?

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Ho sempre sentito dire che il sacerdote «è sacerdote per sempre». Cosa avviene allora quando un prete viene ridotto, come si dice, «allo stato laicale»? E quando un prete lascia la tonaca per sposarsi, rimane comunque un prete o smette di esserlo?

Franco Giovannozzi

Risponde padre Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria
La domanda del lettore fa riferimento, sia pure senza nominarlo, a quello che nella teologia cattolica si indica come carattere, battesimale o sacerdotale. La riflessione teologica si sviluppa soprattutto in relazione ad alcuni passi biblici, nei quali si accenna ad un sigillo impresso dallo Spirito nel credente: 2Cor 1,21-22; Ef 1,13; 4,30. All'unicità della morte e risurrezione di Gesù corrisponde il gesto battesimale unico, attraverso il quale il credente è unito una volta per tutte al mistero della Pasqua di Cristo: siamo stati battezzati nella sua morte (Rm 6,4) e questo battesimo ha un valore definitivo (cf Eb 6,4-6). Nella sua polemica contro i donatisti, che ribattezzavano tutti coloro che entravano nel loro movimento, Agostino sottolineò fortemente questo aspetto del battesimo: non bisognava ferire il valore del sacramento, ripetendolo, perché la comunione donata con Cristo e la Chiesa è definitiva. In modo parallelo, la fede della Chiesa estese ad altri due gesti sacramentali la qualità della definitività. Non dovevano, quindi, essere ripetuti: la confermazione e il dono del ministero. L'idea biblica del sigillo dello Spirito fu letta attraverso il termine «carattere», che troviamo nel testo greco della lettera agli Ebrei, applicato al Figlio, carattere o impronta della sostanza del Padre (Eb 1,3).

Nasce qui l'idea del «per sempre», che non riguarda solo il prete ma anche il battezzato: chi viene battezzato lo rimane per sempre, così chi riceve la confermazione e chi viene ordinato diacono, prete o vescovo. In questi sacramenti Dio agisce sulle persone in un modo definitivo, donando alla loro esistenza una relazione particolare con Cristo e con la Chiesa, che non è più disponibile alla libertà dell'uomo. Il credente potrà rifiutarla con la vita, ma resterà sempre come sigillo messo dal Signore sulla sua vita, come una chiamata irrevocabile. Per questo, venendo alla nostra domanda, chi è ordinato prete lo rimane per tutta la sua vita. Per la fragilità dell'uomo, tuttavia, accadono ripensamenti, spesso vissuti con sofferenza e sincera coscienza. La Chiesa, allora, concede di sospendere gli obblighi che derivano dallo stato sacerdotale, da quella relazione singolare che il ministro ordinato vive con Cristo e con la Chiesa. Il più evidente è quella che si chiama la «dispensa dal celibato», obbligo per i nostri preti della Chiesa latina, per cui il prete che l'ottiene può legittimamente sposarsi con rito religioso. Ma la dispensa vale anche per gli altri obblighi di un prete, previsti dal diritto canonico, quali la recita giornaliera della liturgia delle ore, il divieto di presentarsi come candidato alle elezioni politiche, il divieto di esercitare un'attività affaristica o commerciale.

Il termine usato dal lettore è canonicamente corretto: si tratta di una «riduzione allo stato laicale». Il prete, cioè, non ha più gli obblighi giuridici che derivano dal suo stato clericale. Restano sempre tutti i doveri di ogni battezzato: in sintesi, seguire il Vangelo di Gesù nella comunione ecclesiale. Nulla, però, potrà mai annullare quel sigillo sacerdotale ricevuto. Ecco perché la legislazione canonica prevede che, in casi estremi e di necessità, ogni prete (anche coloro che fossero stati ridotti allo stato laicale) può assolvere da tutti i peccati coloro che si trovano in pericolo di morte (canone 976). Credo sia l'esempio migliore per chiarire come il carattere sacerdotale accompagni il sacerdote per tutta la sua esistenza, qualunque percorso abbia avuto.

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don Luca 12/06/2008 00:00
vorrei precisare che il termine-pur nella condivisione della risposta- "ridotto allo stato laicale" non è canonicamente corretto infatti il nuovo codice non lo usa più nella consapevolezza che non è del tutto rispettoso dei laici dire che qualcuno viene "ridotto" al loro stato. Il termine canonicamente corretto è "dimesso dallo stato clericale". Dalla risposta poi mi pare non risulti del tutto chiaro che la "dimissione dallo stato clericale" comporta la dispensa da tutti gli obblighi e la privazione di tutti i diritti derivanti dall'essere chierico, fatta eccezione dell'impegno del celibato. Questo permane a meno che non venga concessa un'altra dispensa. Spesso la privazione dello stato clericale è una punizione o la conseguenza di un comportamento scorretto. La dispensa dal celibato è invece una concessione per andare incontro ad una situazione di irregolarità e quindi di difficoltà della persona

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