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Pacifista cattolico, fu uno dei primi obiettori di coscienza

La storia di Fabbrini, che a 10 giorni dal congedo rifiutò di rivestire la divisa

Fabrizio Fabbrini, uno dei primi obiettori di coscienza al servizio militare, ci racconta la sua storia. Per aver restituito la divisa a dieci giorni dalla fine della naja, finì in carcere e fu condannato a quasi due anni. La sera prima della condanna ricevette quattro «regali» da Paolo VI.

Percorsi: Militari - Pace - Paolo VI
Parole chiave: naja (3), obiezione di coscienza (11), servizio civile (63)
Una parata militare per la festa del 2 giugno
Fabrizio Fabbrini

Era il 6 dicembre 1965, il giorno prima della fine del Concilio Vaticano II. A Fabrizio Fabbrini mancavano solo dieci giorni al congedo. Era aviere in una caserma di Roma. I suoi ufficiali lo tenevano d’occhio. Sapevano che voleva obiettare e gli avevano già fatto capire che se ci avesse provato lo avrebbero spedito a casa con un congedo anticipato. L’importante era non creare precedenti. Il suo colonnello glielo aveva detto chiaramente. «Avevano una paura terribile che qualcuno del mondo cattolico facesse obiezione, perché con il Concilio in corso c’era una cassa di risonanza enorme. E il Concilio si era espresso favorevolmente sull’obiezione di coscienza». Fabbrini ci racconta così quella mattina di dicembre. «Pensai di uscire dalla caserma, portandomi dietro la divisa in un sacco, come se andassi a casa e in presenza di alcuni amici cattolici che mi facevano da testimoni, sono andato alla Tenenza dei Carabinieri e ho consegnato la divisa militare e un manifestino dove esprimevo le mie motivazioni. Mi arresti, ho detto all’ufficiale. No la rimando in caserma. No mi deve arrestare, perché sono in fragranza di reato, replicai io, che da giurista conoscevo la legge. Allora l’ufficiale dovette telefonare al mio colonnello il quale venne di corsa, tutto disperato: Ma cosa fai figliolo? Perché mi metti di mezzo?, mi chiese. Si rientrò in caserma e il colonnello mi consegnò all’ufficiale di picchetto che mi diede il triplice ordine di vestire la divisa, dopodiché mi reclusero. Il giorno dopo fui trasferito nel carcere militare di Forte Boccea».

Ne seguì nel mese di febbraio un processo clamoroso «che anziché durare 15 minuti come accadeva in genere in questi casi, durò 10 giorni. Tanta era la gente – continua Fabbrini – che dovettero aprire la sala in cui era stato processato il generale Reider e che non veniva aperta da allora. Ricordo che era il martedì di Carnevale. Il dibattimento finì alle 10 di mattina e si ritirarono in camera di consiglio. Ricomparvero alle 11,30 di sera». Fu condannato ad un anno e 8 mesi di reclusione. Ma il 6 giugno del 1966, a sei mesi dall’arresto, fu rimesso in libertà. Per il ventennale della Repubblica il Parlamento votò amnistia e indulto. Fabbrini rifiutò l’amnistia e ancora oggi si vanta di avere quella condanna sulla fedina penale. Ma non poté dire di «no» all’indulto che serviva a svuotare le carceri.

«Quattro giorni dopo la condanna – racconta ancora Fabbrini – mi arrivò il telegramma che mi diceva che non ero più assistente ordinario all’Università di Roma. Allora La Pira mi spedì un telegramma dicendo: Se da Roma la cacciano, a Firenze c’è posto per lei. A giugno venni a Firenze, per ringraziare La Pira. In realtà il posto non c’era e dovetti fare il concorso per insegnare storia e filosofia alle superiori. Poi nel 1969 si liberò un posto di assistente ordinario. Vinsi quel concorso e divenni assistente ordinario di Giorgio La Pira».

Fabbrini, che oggi vive ad Arezzo ed insegna Storia antica all’Università di Siena, era nato a Forlì il 28 luglio del 1938. Cresciuto a Udine, si era poi trasferito a Roma, seguendo il padre, funzionario della Banca d’Italia. Nel 1964, quando a 26 anni ricevette la cartolina precetto, era già un pacifista cattolico, fondatore in Italia del Mir, il Movimento internazionale per la riconciliazione. L’anno prima aveva partecipato al grande raduno oceanico a Roma, con Lanza Del Vasto: «Vennero dal tutto il mondo. Invocavamo una presa di posizione del Concilio sull’obiezione di coscienza che in effetti poi ci fu».

Al Car a Cosenza, aveva subito provato ad obiettare, ma la cosa era fallita, perché i vertici militari avevano messo a tacere la cosa. Gli era però costato uno scontro con il cappellano militare, che lo aveva «scomunicato», proibendogli di accostarsi alla Comunione. Allora Fabbrini chiese di parlare con il vescovo, che però era a Roma per il Concilio. «Mi ricevette un dotto vicario – racconta – il quale mi disse: Guardi io sono con lei e capisco la sua posizione, però la norma morale della Chiesa è questa: chi disobbedisce allo Stato disobbedisce a Dio». Su questo tema scrisse anche all’allora arcivescovo di Firenze, il card. Ermenegildo Florit, che si era pronunciato pubblicamente sull’obbligo per un cattolico di obbedire all’autorità dello Stato. «Gli scrissi: Scusi possiamo anche ammettere che sia così. Però esiste una differenza tra uno Stato normale e uno ateo? Anche in un paese dittatoriale e ateo come l’Urss, un cattolico deve sempre obbedire? Mi rispose: Sì anche in quel caso, a meno che non sia la Chiesa stessa a comandare di disobbedire. Era questo il vero problema. Era una cosa seria da un punto di visto teologico. Che poi risentiva di una visione luterana dell’autorità dello Stato».

Sempre da militare, Fabbrini insiste sul tema dell’obiezione. Scrive una lettera aperta a Paolo VI e la invia a sette quotidiani. Fu pubblicata in prima pagina, anche dall’«Unità». E a Fabbrini costò 15 giorni di cella di rigore.

Il suo «caso», come quello pochi anni prima di Giuseppe Gozzini, fece clamore. Gli attirò consensi ma anche contestazioni. «Quando passeggiavo per le vie di Roma – ricorda – mi insultavano, mi sputavano, mi tiravano le uova marce. Ovunque mi recassi a parlare – e capitava spesso – c’erano gruppetti che venivano a contestarmi». Nel giugno del 1966, appena uscito di prigione, dette alle stampe un libro che gli era stato commissionato da Danilo Zolo, una sorta di documentario giornalistico sull’obiezione di coscienza: «Tu non ucciderai: i cattolici e l’obiezione di coscienza in Italia» (Cultura editore). «Venne presentato a Roma alla fine di giugno ’66 da La Pira e da altri parlamentari. Allora era il momento di maggiore tensione sul problema. C’era il Vietnam… E nel mio libro il primo caso di cui mi occupavo era quello di La Pira e della proiezione che fece a Firenze nel novembre del 1961 del film di Autan-Lara Tu ne tueras pas».

«Tutta la mia azione – ci tiene a ribadire Fabbrini – era diretta a portare su queste posizioni la Chiesa. Non l’ho fatto per una mia particolare avversione ai fatti di sangue, ma perché da cattolico avevo in mente le parole di Pietro: “È meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. E poi c’era don Sturzo – lo riportavo nel mio libro – che aveva detto che oggi il cattolico deve disubbidire e disertare». E qualcosa si mosse anche nella Chiesa «ufficiale». «Alla fine del 1967 ci fu una marcia con 300 sacerdoti, guidata dal vescovo di Ivrea Bettazzi da Verona a Peschiera del Garda, dove c’era il carcere militare, per chiedere la liberazione di tutti gli obiettori di coscienza. Che progressi aveva fatto questa nostra idea!».
Che la sua testimonianza avesse smosso le coscienze e raccolto insospettate simpatie lo dimostrano due fatti inediti che Fabbrini ci racconta.

«In carcere, il cappellano mi disse: Senti io ti do la comunione. Io gli risposi: Non posso. E lui di rimando: Non farmi dire…. Insomma, mi fece capire che aveva il permesso dal Papa…». L’altro episodio risale al febbraio 1965, alla vigilia della condanna. «La sera prima i miei genitori sentirono suonare e videro in strada una di quelle grandi auto del Vaticano. Scende uno di quei laici che lavorano presso la Santa sede e consegna quattro pacchetti: una lettera di vicinanza del Papa, una medaglia d’oro per mio padre, una per mio fratello e un rosario per mia mamma da parte di Paolo VI. Io questa cosa non la rivelai. Se l’avessi detta nel processo sarebbe stato come un coprirmi di forza. Poi quando uscii, nell’estate, volevo ringraziare il Papa e seppi che era stato mons. Capovilla, già segretario di Giovanni XXIII e ancora in Vaticano, prima di diventare vescovo di Chieti. Mi ricevette e mi disse: Ho pregato io il Santo Padre di fare questo gesto, perché responsabili ne siamo noi…».

A Fabbrini resta però un rammarico. Che questa battaglia sia stata poi monopolizzata dai radicali e abbia preso percorsi diversi. E si sente un po’ in colpa. «Nel ’68 – ci racconta – l’amico Aldo Capitini mi scrisse pregandomi di entrare nell’arena politica: Fatti eleggere nella Dc, così avremo un deputato non violento. In effetti la Dc di Milano, soprattutto il movimento giovanile, mi offrì una candidatura sicura (che poi andò a Granelli). E io cretino, la rifiutai. Perché il mio accusatore che era il generale Stellacci, un grandissimo oratore, aveva detto: Noi rivedremo Fabbrini tra qualche mese alle elezioni…. Sbagliai. Mi dispiace di aver fatto allora questo atto di superbia, perché avrei potuto fare da parlamentare qualcosa cosa che magari altri non hanno fatto».

http://youtu.be/gByKi2IZy9w

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Francesco Cuccuini 06/12/2012 23:16
Lo spessore di Fabrizio Fabbrini, uomo libero!
;-)

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