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Il salto di «Marchino» dalle rotelle al ghiaccio

Il trentenne atleta di Castiglione della Pescaia, conosciuto da tutti come «il pattinatore», ha fatto il passo che i campioni del pattinaggio a rotelle sognano di fare. Il prossimo obiettivo? I campionati italiani di fine anno.

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Marco Santucci

Ha fatto il salto che un po’ tutti i campioni del pattinaggio a rotelle sognano di fare, mettersi le lame ai piedi e puntare alle gare su ghiaccio. Perché è sì bello il pattinaggio artistico, fatto con tanta dedizione da

, ma rimane uno sport che non riesce ad avere la popolarità di quello su ghiaccio, anche perché non va alle Olimpiadi. Del resto tutti conoscono Carolina Kostner mentre si fa più fatica a ricordare chi vince con i pattini a rotelle. Ma è sul ghiaccio che l’atleta di Castiglione della Pescaia, conosciuto da tutti come «il pattinatore» o, più simpaticamente, «Marchino» anche se con i pattini a rotelle raggiunge e supera i due metri di altezza, punta in questo ultima parte di carriera.

Il pattinaggio artistico, quello a rotelle per intenderci, è stato lo sport che lo ha fatto conoscere in tutto il mondo. «È iniziato come un gioco. È diventata una diretta espressione di me stesso. Ormai anche le coreografie che studio, i salti o le piroette - continua Santucci - raccontano qualcosa di me. Della mia vita». Al suo primo meeting con la Nazionale gli consigliarono di lasciar perdere e di giocare a basket perché troppo alto, «Marchino» non li ascoltò. «La prima convocazione in azzurro risale al 2003 ma ho sorpreso tutti nel 2006 - racconta - al campionato del mondo. Il ct Antonio Merlo mi chiamò, fra tante perplessità, per la gara che si svolgeva a Murcia in Spagna. Nonostante avessi già dimostrato tanto, perché avevo già vinto il titolo italiano ed europeo, scorgevo molta diffidenza. Vinsi tre ori: negli obbligatori, nel libero e nella combinata sorprendendo anche l’unico che, fino ad allora, aveva conquistato tre ori iridati: Roberto Riva».

Il pattinaggio, molto spettacolare, s’avvicina molto alla ginnastica artistica. «Tanti esercizi possono essere paragonabili ma il pattinaggio artistico è una disciplina non prettamente tecnica. Ci sono elementi come salti tripli o volteggi che sono realmente difficili da eseguire perché devono essere accompagnati da una coreografia. Solo adesso - chiosa - riesco a comprendere la fatica e la fortuna che ebbi nel 2006. Chi pattina decide il proprio destino. Siamo sempre alla mercé del pubblico e della giuria. Il pattinaggio forgia il carattere. Devi essere forte e rialzarti subito anche se cadi dopo un salto fatto male. Ti vesti poi in maniera particolare, con abiti sempre appariscenti. Devi essere anche un po’ vanitoso - continua “Marchino” - perché tutto deve funzionare alla perfezione». Una carriera esaltante che è nata, probabilmente, a Firenze quando il predestinato Santucci vide in gara Luca Lallai. «Fu il vero protagonista del Mondiale che si svolse al Mandela Forum nel 2001. All’inizio mi ispiravo a lui. Ricordo molto bene la sua prestazione».

Adesso inizia l’avventura su ghiaccio. «Dentro di me sentivo che era arrivato il momento di fare un cambio di vita. Sulle rotelle è stato davvero bellissimo, ho fatto tantissime gare e vinto tanti titoli nel corso degli anni. Quando però inizia un po’ a mancare lo stimolo e l’entusiasmo - aggiunge Santucci - credo che sia meglio cambiare aria. Meglio smettere piuttosto che continuare e finire l’attività agonistica in discendendo. Passare al ghiaccio è stato un bel cambio di vita. Ho iniziato un po’ per gioco: due anni fa alcuni atleti delle rotelle tra cui io siamo stati chiamati per fare una coreografia al Florence Ice Gala, il primo spettacolo sul ghiaccio svoltosi a Firenze. Da lì è nata la passione per la lama. Da quel momento in poi sono andato poi in giro a provare un po’ ma mi alleno con Irma Caldara, che è anche la mia partner in pista, regolarmente da circa un anno. I due sport sono senza dubbio simili ma la differenza è epocale perché il mezzo che sta alla base e che fa la differenza è differente per cui cambiano le sensazioni, il tipo di sforzo, il tipo di tecnica per cui è un bel da farsi». Anche la scelta della partner non è stato semplice. «Per avere meno problemi sul ghiaccio abbiamo lavorato e stiamo lavorando moltissimo a secco fuori dalla pista. Tuttavia, al di la di quello che si possa pensare, io ed Irma - aggiunge Santucci - non abbiamo avuto particolari difficoltà ad impostare i nuovi elementi per le coreografie». C’è tanta differenza tra le rotelle e le lame e poi c’è stato il passaggio dal pattinare in singolo a coppia. «L’attrezzo non è alla fine un problema, in quanto dobbiamo crescere tecnicamente. La cosa interessante è che stiamo provando a fare quello che fa una coppia di artistico e, di pari passo, stiamo lavorando sulla pattinata. È un lavoro graduale, difficile ma stiamo lavorando sodo». L’obiettivo sono i campionati italiani che si terranno a fine anno. «Il nostro calendario gare è, in realtà, un work in progress. L’aspetto certamente positivo è che stiamo migliorando tanto. Siamo partiti con l’idea di fare un semplice anno di transizione. Piano piano però ci stiamo accorgendo di quanto gli elementi stiano pian piano migliorando per cui l’idea, ad oggi, è quella di provare a presentarci solo con lo short program al campionato nazionale. Abbiamo poi intenzione di fare qualche gara in più con il prosieguo della stagione». Santucci ha trovato anche la sua fonte di ispirazione. «Sono fan di Aljona Savchenko e Bruno Massot che ho avuto anche il piacere di vederli dal vivo in occasione del Florence Ice gala. Ero già fan da prima, sono rimasto ancora più impressionato - conclude il pattinatore di Castiglione della Pescaia - dopo averli visti all’opera sul ghiaccio. Sono meravigliosi».

La vera passione di una vita: l’hockey su pista

Nonostante sia stato cinque volte campione del mondo, sette volte campione europeo e diciannove volte tricolore nella specialità singolo di pattinaggio artistico la vera passione di Santucci è l’hockey su pista. Tesserato da sempre per l’Hockey Club Castiglione «il pattinatore» è stato anche giocatore e, attualmente, un accanito tifoso. «In Maremma l’hockey è un’istituzione. Siamo sempre un po’ distanti dagli sport più popolari. Da noi hanno sempre avuto grande presa sia il baseball che l’hockey. Ho iniziato perché volevo seguire le orme di mio zio che è stato il primo atleta di Castiglione ad approdare in Nazionale - racconta Santucci - ed ho coltivato il sogno, fin da bambino, di poter giocare e di vestire quella maglia. Qui tutto è iniziato come per magia. Ero piccolo e mi ricordo che si pattinava nei piazzali, dove c’era un parcheggio o sul lungomare. Mettersi delle rotelle ai piedi era come provare a volare. È da questa passione, che ha contagiato tanti castiglionesi, che è poi nata la società. Del resto nella mia zona c’è una grande tradizione e rivalità nell’hockey su pista tra Follonica, Grosseto e Castiglione. Poi, il destino, ha voluto che passassi al pattinaggio artistico».

Ma quella maglia a strisce biancocelesti che pare l’Argentina di Lionel Messi gli è rimasta addosso come fosse una seconda pelle. «Nelle giornate in cui posso staccare prendo anch’io la mazza e vado a giocare. Purtroppo non capita spesso ma quando mi è possibile - aggiunge - vado ancora agli allenamenti e provo a giocare con la squadra».

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