Note storiche

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La diocesi aretina fu istituita durante il secolo IV. È del tutto logico pensare che in Arezzo, collegata direttamente a Roma con la Via Cassia (poi detta Clodia), fossero già presenti dei cristiani: la fede viaggiava lungo le grandi strade dell’impero, portata da discepoli, da mercanti, da soldati, o da comuni viaggiatori: gente ignota a noi, ma non a Dio. Una leggenda altomedioevale racconta che durante la persecuzione di Decio (250-252) vennero uccisi per la loro fede i fratelli Lorentino e Pergentino, protomartiri della città.

Ma una comunità strutturata con a capo il vescovo non si ebbe fino all’editto di Costantino. Arezzo possiede la lista completa dei suoi vescovi, al pari di Roma, Milano, Ravenna e pochissime altre diocesi, una decina in tutto. L’elenco si conserva in una pergamena dell’Archivio Capitolare Aretino ed è la trascrizione letterale, fatta agli inizi dell’anno 1000, di un codice ancora più antico risalente ad epoca longobarda.

Se si considera che i vescovi aretini sono in tutto 107, e che i vescovi di Roma (cioè i papi) sono 264, si intuisce subito che la diocesi di Arezzo non può essere sorta in età apostolica, come affermano leggende medioevali, ma più realisticamente nel corso del IV secolo, come è accaduto per buona parte del centro-nord.

Il primo vescovo e fondatore della diocesi fu S. Satiro, ma più celebre è stato il suo successore, S. Donato, venerato come patrono della città e diocesi (7 agosto). Il suo nome compare con i titoli di Vescovo e Confessore nei più antichi documenti storici della Chiesa, cioè il Martirologio Geronimiano e il Sacramentario Gelasiano; che sono il primo calendario ecclesiastico e il primo messale romano (IV-VI sec). Il titolo di Confessore fa riferimento a sofferenze sopportate per l’evangelizzazione della diocesi, ancora in gran parte pagana, e a persecuzioni subite per “confessare” la fede in Cristo. Passioni leggendarie successive lo hanno descritto invece come Vescovo e Martire, ucciso sotto Giuliano l’Apostata (anno 362) con il taglio della testa, e questa tradizione è rimasta fino ai giorni nostri.

Il corpo del santo venne sepolto nella collina del Pionta, poco fuori della città, in zona cimiteriale fin da epoca etrusca. Nella collina del Pionta, in seguito a scavi effettuati negli ultimi decenni, sono state portate alla luce antiche sepolture cristiane, le più antiche risalenti proprio al IV-V secolo. Qui il vescovo Gelasio, successore di S. Donato, costruì un piccolo oratorio in sua memoria; oratorio che venne ampliato in epoca longobarda. La collina del Pionta divenne così il “Vaticano” degli aretini, il luogo di culto più caro alla popolazione.

Al Duomo di S. Donato fecero visita gli imperatori franchi, a partire da Carlo Magno stesso. Imperatori e re donarono al vescovo di Arezzo vasti e ricchi possedimenti demaniali, proprio per onorare la santa memoria di Donato.

La diocesi aretina, dopo la sua istituzione, si andò organizzando in una settantina di distretti, ognuno dei quali aveva a capo pieve. Rimangono ancor oggi molte località denominate pievi: Pieve a Maiano, Pieve al Toppo, Pieve a Presciano, Pieve a Quarto, Pieve a Socana, Pieve a Ranco, Pieve a Pacina, etc. E poi Pieve Vecchia, Pievuccia, Pievina, La Pieve, e così via. Ci ricordano che queste sono le chiese più antiche della diocesi, le cui origini sono “dal tempo dei Romani” (a tempore Romanorum), come dicono le carte longobarde dell’Archivio Capitolare. Alcune di queste chiese inoltre sono monumenti artistici di inestimabile valore: ricordiamo solo quelle di Gropina, del Bagnoro e di Socana, e in città la Pieve di S. Maria.
È rimasta celebre la disputa tra Arezzo e Siena per il possesso di 19 pievi poste nel comitato senese ma in diocesi aretina, che giungeva oltre Montalcino. Nel 1220 il papa Onorio II concluse la plurisecolare questione attribuendo ad Arezzo il possesso di quelle pievi.

Intorno all’anno 1000 la diocesi di Arezzo raggiunse uno splendore mai più raggiunto nel corso della sua storia. Sul colle del Pionta venne costruito un nuovo tempio in onore di S. Donato, in stile romanico-ravennate, opera dell’architetto Maginardo. Il grandioso tempio venne consacrato nel 1032 dal vescovo Teodaldo, fratello del marchese di Toscana Bonifacio II e zio di Matilde di Canossa. Teodaldo accolse presso di sé il monaco benedettino Guido, esule dall’abbazia di Pomposa. Presso il Duomo di S. Donato al Pionta, Guido Monaco (o Guido d’Arezzo, come è comunemente conosciuto nel mondo) istituì una Schola Cantorum con un metodo d’insegnamento rivoluzionario, che permetteva di imparare i canti in brevissimo tempo. Ma soprattutto inventò il geniale metodo di segnare le note e di nominarle: Ut, Re, Mi, Fa, Sol, La (la nota Si venne nominata da altri): un vero alfabeto musicale, che ha permesso di passare dal canto tramandato a memoria a quello rigorosamente scritto. La fama di Guido d’Arezzo si diffuse nel mondo e il papa stesso, Giovanni XIX, lo chiamò a Roma per ascoltare le sue invenzioni musicali, rimanendone ammirato. Nello stesso periodo un altro monaco benedettino, S. Romualdo, originario di Ravenna, fondava nell’appennino casentinese l’Eremo di Camaldoli; fu il vescovo Teodaldo a donare il terreno e a consacrare la Chiesa nel 1027. L’ordine camaldolese ebbe un grande sviluppo e contribuì alla riforma della vita ecclesiastica.

Il Duomo fuori delle mura cittadine era però sempre più sentito come una grave mancanza nei confronti della città. Venne anche assalito dalla popolazione e le sue fortificazioni smantellate. Alla fine, per comando di Papa Innocenzo III, nel 1203, fu trasferito dentro le mura e in cima alla città, dove esisteva la chiesa di S. Pietro Maggiore, che divenne la nuova Cattedrale.

Un altro papa, il Beato Gregorio X, di ritorno dal II Concilio di Lione, volle passare per Arezzo per celebravi il Natale, nell’anno 1275. Arrivò in città stremato dalla malattia, ma ebbe modo di rendersi conto in quale misero stato si trovava la Cattedrale. Nel suo testamento il pontefice lasciò una somma ingente per la sistemazione del luogo sacro: 30.000 fiorini d’oro (per una cifra di poco superiore fu venduta un secolo dopo la città di Arezzo e tutto il suo contado a Firenze). Il Beato Gregorio morì qualche giorno dopo, il 10 gennaio 1276. Il suo corpo giace esposto in Cattedrale, edificata in magnifico stile gotico con quel determinante contributo.

Arezzo si trovò in quei giorni al centro della cristianità: alla morte di Papa Gregorio X, in città si radunò il conclave; alcuni dicono in episcopio, altri dicono nel convento di S. Domenico. Di fatto, il 20 gennaio 1276 alla prima votazione e all’unanimità fu eletto il domenicano Pietro da Tarantasia, cioè il Beato Innocenzo V. Dalla sede di Arezzo Innocenzo V emanò le sue prime disposizioni.

Era vescovo di Arezzo in questo periodo Guglielmino degli Ubertini, che intraprese subito la costruzione della nuova Cattedrale, dopo aver demolito quella precedente. Era uomo di carattere energico, che governava con il pastorale, ma anche con la spada, da vescovo-conte, quale era il titolo dei presuli di Arezzo. Morì nella famosa battaglia di Campaldino, presso Poppi, combattendo contro i fiorentini (1289). Ma il suo nome è legato anche ad altri fatti importanti: approvò gli statuti della Fraternita dei Laici (1263), l’istituzione benefica più importante della città, ancor oggi esistente, e consacrò solennemente nel 1260 la Chiesa della Verna, il luogo di culto francescano noto a tutti.

Gli Ordini mendicanti, francescani e domenicani, ed altri ordini religiosi si erano nel frattempo insediati in città e in diocesi: in particolare le chiese di S. Domenico e S. Francesco, ampie chiese a unica navata, vere “piazze coperte”, davano la possibilità a grandi masse cittadine di partecipare alle celebrazioni religiose ed ascoltare la predicazione. Magnifiche opere pittoriche aiutavano il popolo di Dio nella comprensione della fede: il Crocifisso di Cimabue in S. Domenico (1260-70), capolavoro d’arte e vera pagina di teologia illustrata, e il ciclo di affreschi della Vera Croce in S. Francesco, di Piero della Francesca, uno dei vertici dell’arte di tutti i tempi (1452-1466), sono gli esempi più celebri.
Anche il vescovo Guido Tarlati proseguì nella strada indicata da Guglielmino: sotto il suo governo la città raggiunse il massimo sviluppo. La nuova cinta muraria si estese anche in pianura, furono riconquistati i territori persi con Firenze e Siena, e acquisiti dei nuovi; fu conquistata la diocesi di Città di Castello e per questo motivo venne scomunicato e deposto dal papa Giovanni XXII allora residente ad Avignone; nello stesso anno il papa staccò dal territorio diocesano aretino, e in parte da quello tifernate, la nuova diocesi di Cortona (1325).

Nonostante la scomunica il Vescovo Guido, uno dei capi riconosciuti del ghibellinismo italiano, incoronò Ludovico il Bavaro re d’Italia a Milano con la corona ferrea (1327). Morì nello stesso anno, pentito e riconciliato con la Chiesa. Il suo corpo fu portato in Duomo dove gli fu eretto un magnifico monumento funebre, “uno dei più belli di tutto il medioevo” (Tafi). Anche il Vescovo Guido fu un grande pastore della chiesa aretina: benedì la prima pietra dell’Abbazia di Monte Oliveto, approvando il nuovo ordine olivetano del Beato Bernardo Tolomei (1319); fece costruire in Duomo una Cappella all’Immacolata Concezione, e devotissimo della Madonna fece collocare sopra ogni porte della nuova cinta muraria una statua della Vergine.

Nel 1384 Arezzo, dilaniata da lotte fratricide, e senza più una guida autorevole, divenne preda di capitani di ventura e infine di Firenze, che la comprò per 40.000 fiorini.

Nonostante il pesante sistema politico e fiscale fiorentino, la città di Arezzo realizzò nel periodo dell’Umanesimo e del Rinascimento alcune magnifiche opere. Anzitutto il grande ciclo pittorico della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca nell’abside della basilica di S. Francesco, di cui si è detto. Anche il portico di S. Maria delle Grazie, opera leggiadra di Benedetto da Maiano e la Basilica della SS. Annunziata, mirabile nelle sue proporzioni architettoniche, sono splendidi esempi della nuova cultura; nel settore civile, il Palazzo della Fraternità e le Logge del Vasari sono le testimonianze più significative.
Nei secoli XV e XVI la diocesi aretina subì altri smembramenti: nel 1462 vennero erette sul suo territorio le nuove diocesi di Pienza e Montalcino. Fu aggregata a Pienza anche l’Abbazia di Monte Oliveto, in seguito divenuta essa stessa autonoma (Abbazia “nullius dioecesis”, anno 1765). Nel 1561 poi fu eretta in città e diocesi anche Montepulciano, che si portò via un’altra parte del territorio aretino. La creazione della diocesi di Sansepolcro (1515, 1520) non comportò invece per Arezzo gravi perdite territoriali: solo dei piccoli tagli confinari: questa volta il grosso delle parrocchie furono sottratte a Città di Castello.

Insieme alla perdita di tanti territori, Arezzo dovette subire l’ingiuria della distruzione dei suoi luoghi più cari ed antichi: anzitutto l’abbattimento del Duomo Vecchio del Pionta con tutti i suoi annessi. L’incredibile distruzione del “Vaticano aretino” fu voluta dal granduca Cosimo I nel 1561: le costruzioni del Pionta costituivano, a suo modo di pensare, una minaccia per eventuali attacchi nemici alla città. La costruzione della Fortezza e delle nuove mura medicee, che restringevano di molto la cerchia precedente di Guido Tarlati, comportò l’abbattimento di tutta la cittadella antica, di origine etrusco-romana, e di molti complessi architettonici importanti, tra cui il Monastero e il Borgo di S. Clemente.
La riforma del Concilio di Trento (1545-1563) portò anche nella diocesi aretina un profondo rinnovamento. Il vescovo iniziò a risiedere stabilmente nel suo episcopio (dal tempo della conquista fiorentina se ne stava nel suo luogo di provenienza, in genere la stessa Firenze), riprese a fare le visite pastorali in diocesi e i sinodi con il clero; i parroci, al pari del vescovo, furono obbligati alla residenza nella propria sede, da cui non potevano allontanarsi senza permesso; dovevano celebrare i Sacramenti in modo degno, attento e devoto; fare catechismo, amministrare con saggezza il beneficio parrocchiale, avere un congruo sostentamento economico e un comportamento esemplare. La vita religiosa rifiorì: aumentarono le vocazioni sacerdotali e religiose, il popolo partecipò sempre più attivamente alle celebrazioni e divenne più istruito nella fede, pur essendo in gran parte analfabeta; si praticarono in modo ammirevole le opere di carità. Dalla Visita Apostolica del 1583 risultano in diocesi alcune centinaia di compagnie e ospedali, tra cui spicca per importanza quello di S. Maria del Ponte, che destò perfino l’ammirazione del Visitatore mandato dal papa. Tra i vescovi si distinse Tommaso Salviati: fondò il Seminario per la formazione dei sacerdoti diocesani (1639), fece almeno 4 volte la visita pastorale della diocesi e radunò 5 volte il sinodo; amò i poveri per i quali elargì ingenti elemosine. Alla sua morte (1671) il popolo aretino lo pianse come per la perdita di un padre.
Sapiente e dotto fu il vescovo Benedetto Falconcini, al quale si deve un’importante opera storica: il “Cronicon” (1704), in quattro volumi manoscritti, nel quale per la prima volta in modo ben documentato si fa la storia della diocesi aretina. Si era entrati nel “secolo dei lumi”, e il suo Cronicon anticipò di qualche anno l’opera del Muratori.
Al vescovo Giovanni Antonio Guadagni si deve invece il merito di aver ottenuto dal papa il privilegio per i vescovi aretini le insegne arcivescovili e metropolitane: il pallio e la croce astile (1730). Fino al vescovo Cioli questo privilegio è stato in vigore. Con la riforma del Codice di Diritto Canonico (1983) la diocesi aretina, non essendo sede metropolitana, ha perduto questi segni onorifici.
Ma l’avvenimento che ha segnato nel profondo la storia di Arezzo e ha reso più viva la fede degli aretini è stato il miracolo della Madonna del Conforto. Nel pomeriggio del 15 febbraio 1796, mentre la città dagli inizi del mese era terrorizzata da violente scosse di terremoto, in una “taverna oscura” di Via Vecchia di S. Clemente quattro popolani, tre uomini e una donna, videro diventare luminoso il volto annerito di un’immagine di terracotta raffigurante la Madonna di Provenzano. Il Vescovo Niccolò Marcacci, dotto e prudente, dopo un’accurata e severa inchiesta sui fatti e un severo processo canonico alle persone coinvolte, concluse che nessuno poteva ragionevolmente porre in dubbio “la miracolosa mutazione di questa Madonna di oscura e quasi nera in bianca, risplendente e bella”.
Della fede degli aretini nella Madonna del Conforto ne fecero esperienza i soldati napoleonici che tre anni dopo invasero la Toscana e con essa anche la città di Arezzo. Prepotenti e antireligiosi i Francesi minacciarono anche di distruggere la venerata immagine. Si alzò allora il grido “Viva Maria!” che segnò l’inizio della ribellione: i francesi furono cacciati da Arezzo (6 maggio 1799); la rivolta si estese a tutta la Toscana e al Centro Italia e vide gli aretini a capo dell’esercito volontario che raggiunse la cifra imponente di 50.000 soldati. La rivolta del “Viva Maria!” è uno degli episodi più rilevanti della storia aretina e toscana e inserì la città nel vasto quadro europeo delle insurrezioni antinapoleoniche, che ebbero i momenti più celebri nella guerrilla spagnola e nella lotta del popolo russo, con motivazioni identiche a quelle che avevano spinto alla rivolta il popolo aretino e toscano: la difesa della religione profanata, dei legittimi sovrani spodestati e la salvaguardia dei beni pubblici e privati contro le ruberie e le prepotenze dei francesi.

Per i meriti acquisiti nell’insurrezione, la città di Arezzo venne nominata Provincia dal Granduca Ferdinando III, il 10 febbraio 1800. Dopo la vittoria di Napoleone a Marengo, i francesi ritornarono in forze, e assaltarono Arezzo che ancora una volta aveva chiuso loro le porte. Dopo un breve assedio la città fu espugnata a colpi di cannone e saccheggiata (18-19 ottobre 1800). Furono uccise più di 40 persone, compresi vecchi, donne, bambini e religiosi. I francesi rubarono tutto, perfino le scarpe indosso alle persone “e faceva anche freddo”, commenta amaramente un testimone oculare, Pietro Guadagnoli. Il danno economico fu stimato in un milione di scudi, cifra per quei tempi astronomica. La città fu ridotta alla fame; un terzo dei suoi abitanti dovette fuggire. Il disastro economico fece sentire i suoi effetti per decenni.
Nonostante il duro regime francese, la Cappella della Madonna del Conforto continuò ad essere costruita. Nel 1805 venne in visita il Papa Pio VII, di ritorno dall’incoronazione di Napoleone a Parigi. Dalla sede di Arezzo il Papa promulgò la devozione indulgenziata alla Madonna dei sette dolori: sia Pio VII che gli aretini di sofferenze ne sapevano allora qualcosa. La magnifica Cappella fu portata a compimento in breve tempo, e dopo la caduta di Napoleone e del governo francese l’immagine di Maria Santissima venne solennemente incoronata il 15 agosto 1814 dal piissimo vescovo Agostino Albergotti.
Nel 1896 fu celebrato il 1° Centenario del miracolo, che risultò solennissimo e grandioso, come si può leggere nel marmo apposto in Cappella per la circostanza. Negli anni 1948-1951 la sacra immagine venne portata in tutte le parrocchie della diocesi, ovunque suscitando fede, commozione e solenni manifestazioni popolari, accompagnata personalmente dal vescovo Emanuele Mignone, ormai ultraottantenne, uno dei migliori vescovi della chiesa aretina e il più duraturo: 42 anni, dal 1919 al 1961. Anche in occasione del 2° Centenario si è svolta la peregrinatio Mariae nelle parrocchie più popolose, nel 1995-1996, con risultati consolanti.
L’avvenimento più memorabile è stata la visita di Papa Giovanni Paolo II, il 23 maggio 1993, domenica dell’Ascensione. Il Pontefice, dopo una sosta a Cortona al Santuario di S. Margherita, ha incontrato i giovani riuniti nella Chiesa di S. Francesco in Arezzo, ai quali ha tenuto un discorso memorabile. Dal sacrato di S. Francesco ha recitato il Regina Coeli. Nel pomeriggio ha reso onore alla Madonna del Conforto in Cappella; quindi ha celebrato la S. Messa allo stadio, gremito di popolo. Davanti all’immagine della Madonna, collocata sopra il trono papale, nel presbiterio costruito sulle tribune, Giovanni Paolo II ha affidato la Città e la diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro alla Sua protezione materna.
La nuova diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro era sorta ufficialmente il 30 settembre 1986, con il riordino di tutte le diocesi italiane. Furono soppresse le precedenti tre diocesi di Arezzo, di Cortona e di Sansepolcro e venne eretta la nuova, guidata da mons. Giovanni D’Ascenzi.
Le tre diocesi erano di fatto unite, in persona episcopi, già dal tempo di mons. Giovanni Telesforo Cioli, energico reggitore della diocesi (1961-1983), che ha dato grande impulso nella costruzione delle moderne chiese nella periferia urbana e in molti luoghi della diocesi. Il Cioli è stato l’ultimo vescovo a radunare il sinodo e ad usufruire delle insegne arcivescovili della croce astile e del pallio.
Dopo mons. D’Ascenzi (1983-1996), è stato nominato vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro P. Flavio Roberto Carraio, frate cappuccino, che ha voluto ricevere l’ordinazione episcopale in Duomo (7 agosto 1996). Nei due anni in cui è rimasto ad Arezzo, prima di essere trasferito a Verona, “Padre Flavio” si è fatto apprezzare per la sua semplicità davvero francescana.
Attualmente è vescovo mons. Gualtiero Bassetti, 3° della nuova diocesi, 107° sulla cattedra di S. Satiro e S. Donato. È stato nominato il 21 novembre 1998 ed è entrato in diocesi il 6 febbraio 1999.
Quella che fu per quasi sette secoli, dal 1325 al 1986, la Cattedra Vescovile di Cortona, era titolata al santo martire cortonese Vincenzo, martirizzato nel mese di maggio a Cortona all’inizio del IV secolo. L’esistenza di tale martire, è documentata da un codice del V secolo e dalla presenza a Cortona dei suoi resti mortali, oggi dispersi insieme alla sua tomba sciaguratamente distrutta nel XVIII secolo.

La tradizione cortonese del secolo XIII ci mostra il martire Vincenzo Patrono della città e vescovo e così lo rappresenta nella antica monetazione ed in molte pitture che a detta del Lauro si trovavano nella chiesa distrutta. Però se Vincenzo era vescovo, dicono alcuni, sarebbe esistita una diocesi paleocristiana della quale sicuramente doveva pervenirci qualche documento.

E’ facile dimostrare, obiettano invece altri, la grandezza e l’importanza del Municipio Romano a Cortona e su questo sicuramente si instaurò una diocesi. La mancanza di documenti è conseguente la sua brevissima durata e le tristi vicende della guerra gotica e dell’invasione longobarda.

La mancanza assoluta di documenti permette ad ognuno su questo argomento di pensarla in proposito come vuole, fermo restando il fatto però che, vescovo o non vescovo, un documento del V secolo ci fa certi che il martire cortonese Vincenzo è veramente esistito ed a questo martire Giovanni XXII titolò la Cattedra quando storicamente la costituì il 19 giugno 1325.

Con la costituzione della diocesi il papa proclamò Cattedrale della diocesi medesima la chiesa dedicata al santo martire Vincenzo, titolare della Cattedra. La chiesa di san Vincenzo fu pertanto la prima Cattedrale della diocesi di Cortona. I diciassette vescovi che si successero sino al 1507 furono quasi tutti seppelliti nella chiesa di san Vincenzo.

Nella seconda metà del quindicesimo secolo i cortonesi demolirono la romanica vecchia Pieve urbana di Santa Maria e costruirono al suo posto una nuova chiesa in stile rinascimentale notevolmente più grande. Poiché questa chiesa era prossima al palazzo vescovile il clero e la comunità ottennero dal papa, fermo restando il titolo di san Vincenzo concesso alla Cattedra, la traslazione della Cattedrale dalla chiesa di san Vincenzo alla chiesa di santa Maria, cosa che Giulio secondo concesse con sua bolla del 4 agosto 1507.

Da allora la Cattedrale di Cortona, anziché san Vincenzo fu la chiesa di santa Maria Assunta che fu consacrata dal vescovo Filippo Bardi la seconda domenica dopo la pasqua del Signore dell’anno 1607.

In questa seconda Cattedrale dal 1507 alla soppressione della diocesi sono successi 37 vescovi.

I vescovi della diocesi di Cortona storicamente accertati sono pertanto 54.