Musei d'arte sacra
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I Musei d'arte sacra strumenti di catechesi

Percorsi: Musei d'arte sacra

Evoluzione dell'atteggiamento della Chiesa nei confronti dell'arte
La valorizzazione religiosa,
compito dei vescovi
La nuova realtà culturale
I musei ecclesiastici e il Progetto culturale
La riflessione ecclesiale
Programma ideale dei musei ecclesiastici
Un servizio alla Chiesa e al mondo

di Timothy Verdon

Lo scopo della serie di guide ai musei ecclesiastici della Toscana, preparata in vista dell'Anno Santo del 2000, fu anticipato nell'ultimo paragrafo della Nota Pastorale su «la comunicazione della fede attraverso l'arte», pubblicata dalla Conferenza Episcopale Toscana nel 1997. Accanto all'immagine suggestiva del piede di Cristo risorto che calpesta l'erba del giardino il mattino di Pasqua – un particolare del Noli me tangere affrescato dal Beato Angelico in una delle celle del Convento di San Marco – e sotto le parole «giubileo della speranza», i Vescovi affermarono che: «attraverso l'arte del passato – il “deposito” visivo che la fede dei toscani ci ha affidato – e attraverso l'arte del presente, ricca di intuizioni anche profetiche, vogliamo “vedere” e far vedere, “udire” e far udire il Verbo della Vita, Gesù Cristo, che era presso il Padre ma si è reso visibile agli uomini. Uniti a tanti fratelli venuti da lontano, vogliamo contemplare il volto trasfigurato del Salvatore nella fede e nelle “opere” dei credenti di questa terra».

Il linguaggio allusivo del paragrafo si riferisce al brano della prima Lettera di Giovanni che ha suggerito anche il titolo della Nota, La vita si è fatta visibile. «Vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi: quello che abbiamo veduto e udito noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (cfr. 1 Giovanni 1,1-4). Il senso è che, all'interno del mistero della «visibilità» di Dio, che in Cristo incarnato si è fatto immagine – «icona», come afferma Colossesi 1,15 – , l'arte cristiana può diventare strumento di evangelizzazione e catechesi, e il museo quindi luogo dell'annuncio. L'annuncio fatto in questo modo, poi – attraverso le testimonianze concrete della fede del popolo toscano, che sono gli edifici sacri, le sculture e i dipinti – , invita a scoprire ciò che Giovanni Paolo II ha chiamato «il cammino di Cristo nei secoli» (Tertio millennio adveniente 25): il passo del Risorto che, nell'anima dei popoli, sprigiona il profumo della vita nuova, motivo di speranza e causa di giubilo.

La comunicazione di queste verità, attraverso il patrimonio artistico, è il compito specifico – la «vocazione» – dei musei che raccolgono opere fatte a sostegno della vita del popolo di Dio. Certo, come altri musei, anche quelli della Chiesa devono provvedere alla conservazione, catalogazione e contestualizzazione storica e storico-artistica delle opere. Ma il loro ruolo particolarissimo, sottolineato nella presente collana di piccole guide, è la valorizzazione religiosa di questi cimeli della vita interiore di un popolo. Lo Statuto della Associazione dei Musei Ecclesiastici Italiani, presentato al primo convegno nazionale dell'Associazione, a Genova l'anno scorso, infatti insiste che, oltre alla conservazione, l'Associazione «ha lo scopo di valorizzare gli specifici contenuti di fede e di religiosità popolare» delle collezioni di carattere ecclesiastico o di interesse religioso. (Cfr. articolo 2).

Lo Statuto riconosce, pertanto, «specifici contenuti di fede» inerenti al carattere stesso del museo ecclesiastico, e s'impegna a che questi «contenuti» vengano valorizzati. Nel medesimo paragrafo, poi – anzi, nella stessa frase –, lo Statuto aggiunge che l'Associazione dovrà anche «promuovere iniziative che valgano a rendere più proficua l'attività tecnica e scientifica dei soci e degli operatori museali». Si può dunque concludere che l'Associazione vede il museo ecclesiastico come strumento di evangelizzazione e catechesi, dal momento che essa chiede alle istituzioni membri un impegno concreto nella formazione di persone capaci di presentare le collezioni o le singole opere in quest'ottica.


Si tratta di grandissime novità, che vanno colte come tali (anche per non fraintenderne le implicanze). L'atteggiamento della Chiesa davanti al patrimonio artistico di cui è depositaria non sempre è stato articolato in questi termini. Se leggiamo, ad esempio, l'editto emanato nel l820 dal Responsabile della Commissione delle Belle Arti dello Stato Pontificio, il Cardinale Pacca – su ordine di Pio VII e rafforzativo di un precedente editto, formulato nel l802 dall'allora Ispettore Generale, Antonio Canova (sempre sull'autorità di Pio VII) – siamo colpiti dall'assenza totale di ogni riferimento al carattere religioso della maggior parte delle opere trattate. Si capisce che, dopo l'emorragia lenta di capolavori nel secondo '700 e primo '800 – il passaggio all'estero di statue e dipinti destinati a nobilitare le dimore di campagna e le «mansions» londinesi dei milord inglesi (per non parlare dei francesi e tedeschi) – e soprattutto dopo il trauma dell'invasione napoleonica, Pio VII si preoccupava di conservare ciò che gli rimaneva, dando per scontata la sua «valorizzazione». (D. Menozzi, La Chiesa e le immagini, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo - Milano, 1995, 245-251).

Si riscontra un'analoga insistenza sulla conservazione un po' ovunque nel primo '800. A Firenze, ad esempio, il Conte Giovanni degli Alessandri, che fu simultaneamente presidente dell'Opera di Santa Maria del Fiore e direttore della Reale Galleria delle Statue agli Uffizi, chiese ed ottenne dal Granduca, nel l822, di trasportare 37 opere di scultura (tra cui i rilievi delle cantorie di Luca della Robbia e Donatello) dai depositi dell'Opera alla Reale Galleria, col doppio scopo di preservare e rendere accessibili al pubblico opere di chiara fama. L'Opera del Duomo fiorentino creerà un suo museo, infatti, solo sessant'anni dopo, quando la sistemazione «temporanea» delle sue sculture agli Uffizi minacciava di trasformarsi in un allestimento permanente al Bargello, e lo creerà per dimostrare la propria idoneità non solo legale ma anche «morale» e «sociale» a riavere le sculture. (P. Osticresi, E. Settesoldi, Primo centenario del Museo dell'Opera di Santa Maria del Fiore: Firenze 1891-1991, Firenze 1991, 7-15).

In tutta la fitta corrispondenza tra l'Opera e il Ministero della Pubblica Istruzione, che allora gestiva i musei statali, non viene mai sviluppato il carattere religioso delle opere contestate, solo quello culturale. Certo, ai primi del XIX secolo non sembrava necessario elaborare il concetto dell'arte come strumento di catechesi. Da una parte, si dava per scontata la familiarità, perfino tra i non credenti, con le tematiche dell'iconografia cristiana: era appena iniziata allora quella scristianizzazione della cultura che oggi viviamo nei suoi effetti più infausti; dall'altra, le aspirazioni culturali dell'emergente borghesia piccola e media rendevano urgente la valorizzazione estetica e storico artistica delle opere, mentre non esistevano ancora le categorie disciplinari che avrebbero permesso di approfondire il loro significato religioso. Nel suo contesto, l'enfasi sulla conservazione che caratterizza l'800 e il primo '900 è del tutto comprensibile e in qualche modo «giustificata».



Da quell'epoca fino a pochi anni fa, la valorizzazione degli specifici contenuti di fede delle opere d'arte era considerata come appartenente a tutt'altro ambito di vita ecclesiale, e cioè all'autorità pastorale della gerarchia. Il Decreto tridentino «De invocatione, veneratione et reliquiis Sanctorum et sacris imaginibus», datato 3 dicembre l563, aveva imposto ai vescovi cattolici di istruire i fedeli anche nel modo legittimo d'invocare l'intercessione dei santi, di onorare le loro reliquie, e di usare delle immagini. I vescovi sono tenuti a insegnare le storie che narrano i misteri della fede, le quali vengono espresse in dipinti o in altre opere – «picturis vel aliis similitudinibus expressas» – così da catechizzare e confermare il popolo negli articoli della fede di cui esso dovrà far memoria e su cui dovrà riflettere. E infine, i vescovi sono chiamati ad aiutare i fedeli a distinguere tra immagine e realtà: il testo insiste che la venerazione mostrata alle raffigurazioni di Cristo, di Maria e dei Santi sia sempre consapevolmente indirizzata al «prototipo» raffigurato, non all'immagine stessa. (H. Denzinger, A. Schoenmetzer, Enchiridion symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum (xxxvi editio), Herder, Barcelona-Friburgo-Roma, 1976, nn. 1821, 1822, 1823, 1824).

Ciò significa che, dal periodo di formazione dei primi musei ecclesiastici fino a ieri, i due scopi che ora i musei stessi si propongono di realizzare – la conservazione ma anche la valorizzazione dei contenuti di fede delle opere d'arte – erano nettamente divisi. Alle istituzioni culturali, tra cui eventualmente anche musei ecclesiastici, toccava tutelare la forma materiale delle opere, mentre era compito dell'istituzione Chiesa di valorizzarne i contenuti spirituali.


Così era la situazione fino a ieri, dicevamo. Oggi invece è diversa, anzi quasi capovolta. Il turismo di massa rischia di trasformare le chiese in «musei», e sono invece i musei a riproporre la dimensione religiosa – i «contenuti di fede» – dell'arte ecclesiastica. È un capovolgimento comprensibile, perfettamente sintonizzato con l'inversione di contesti tipica della società secolare, per cui il sacro diventa «profano» e il profano «sacro». Lo vediamo nei comportamenti dei visitatori alle chiese nel giro turistico: persone che non sognerebbero di presentarsi alla biglietteria degli Uffizi a torso nudo e col panino in mano, pretendono invece di girare nelle chiese così conciate e munite. Voglio dire che, per molti nostri contemporanei è ormai più «sacro» il museo, con la sua evidente funzione sociale a servizio della collettività, che la cattedrale, percepita come «resto archeologico» (quando va bene), o addirittura come luogo del trionfalismo ecclesiastico e perfino della repressione delle libertà umane.

Quand'è così, bisogna adeguarsi. Se alla fine del XX secolo l'uomo è più aperto all'attività culturale che a quella cultuale, incontriamolo nei musei e non più in chiesa, fin quando non sarà lui stesso a voler entrarvi! Se anche i fedeli, scissi interiormente come i loro contemporanei non credenti, hanno maggiore facilità a recepire un messaggio spirituale nel «santuario culturale» del museo che in chiesa, portiamoli nei musei! Qualcuno obietterà: «Non è una soluzione ideale!». Ma non è neanche «ideale» la nostra necessità di raggruppare opere provenienti da periodi storici ed ambienti ecclesiastici diversi sotto l'unico tetto di un museo diocesano o vicariale, ma la realtà ormai è questa.


Affrontando questa realtà «di petto», i musei ecclesiastici che stanno nascendo ovunque in Italia s'inseriscono nell'ambizioso Progetto culturale della Conferenza episcopale italiana, le cui finalità principali (definite dal Presidente della Cei, cardinale Camillo Ruini, nella sua riflessione introduttiva al «Forum» apertosi a Roma il 24 ottobre l997) sono «quella dell' evangelizzazione della cultura e dell'inculturazione della fede», e poi «quella dell'apporto dei cattolici alla vita del paese». Come notava il cardinale Ruini, questi obiettivi «sono certamente interdipendenti ed inseparabili», costituendo due parti di un unico processo. Il più urgente, però, è il primo – l'evangelizzazione della cultura e, viceversa, l'inculturazione della fede –, e questo «non soltanto per una ragione di principio che riguarda il primato dell'evangelizzazione nella vita e nella missione della Chiesa, ma anche per motivi di fatto, ossia per la nostra situazione storica, nella quale è messa in causa sempre più largamente e profondamente la fede stessa». (Cfr. per il testo integrale Avvenire, 25 ottobre 1997).

I musei ecclesiastici proseguono, nell'ambito che loro compete, le stesse identiche finalità. Col proposito di «valorizzare gli specifici contenuti di fede e di religiosità popolare» delle opere d'arte («proposito» concretizzato poi nell'impegno di promuovere iniziative che rendano più proficua l'attività tecnica e scientifica dei suoi soci e degli operatori museali), essi colmano la compartimentalizzazione del campo, unendo al compito primario della conservazione quello assegnato da Trento ai vescovi: di insegnare la fede attraverso le immagini, e – grazie appunto al duplice ruolo che viene così a profilarsi – essi sono in grado di «evangelizzare la cultura e inculturare la fede» nell'area loro propria, con singolare efficacia.

Ma, nella prassi, come fare? Con quali strategie i musei della Chiesa potranno realizzare questo più significativo degli scopi prospettati dall'Associazione? Come affrontare questa responsabilità, allora, che nel caso specifico si apre a una dimensione non contemplata dai padri tridentini, quella della nuova evangelizzazione?


È una domanda, questa, che la Chiesa ha lungamente meditata. Le sue implicazioni fondamentali sono già leggibili tra le righe di certe pagine del Muratori e di altri scrittori del tardo '700; sono più evidenti negli scritti e soprattutto nella produzione artistica che emanano da alcuni centri cattolici del tardo '800 e del primo '900, e diventano esplicite nell'insegnamento di Paolo VI. «L'artista è il veicolo, il canale, l'interprete, il ponte tra il nostro mondo religioso e la società», diceva Papa Montini nel l963. L'esplicitazione del rapporto tra fede e società è stata poi al cuore del lavoro della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, che prosegue al livello della Chiesa universale finalità parallele a quelle dell'Associazione nazionale italiana: la catalogazione e valorizzazione cristiana del patrimonio artistico. Un analogo spirito traspare anche nel documento pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana nel l992, su I beni culturali della Chiesa in Italia, dove, al numero 29, troviamo l'invito alle diocesi e agli enti ecclesiali ad offrire «un'accoglienza generosa ed intelligente» ai fruitori del patrimonio culturale – un'accoglienza atta «a soddisfare le legittime esigenze dei visitatori» – e nel contempo «l'attenzione a tutelare e conservare i beni culturali a edificazione della comunità cristiana cui appartengono, e a non alterare la loro finalità, riducendoli a semplici beni di consumo turistico». (Documento pubblicato dalla Cei nel 1992: ECEI 5/1277).

Le espressioni più chiare, sia della domanda che di una possibile risposta, sono: l'invito di Giovanni Paolo II ai vescovi della Toscana, in visita ad limina Sancti Petri nel l99l, a considerare il patrimonio artistico «un formidabile strumento di catechesi»; e la già citata Nota pastorale della Conferenza episcopale toscana, su La comunicazione della fede attraverso l'arte. (Pubblicato dalle Edizioni Cooperativa Firenze 2000). Già l'indice di questa Nota, con i titoli dei diciotto brevi paragrafi, offre spunti preziosi per l'eventuale programma culturale dei musei ecclesiastici in Italia: «un vangelo visivo», «lex orandi, lex credendi», «la riscoperta dell'icona cristiana», «imago Dei, imago hominis», «l'arte e la Parola», «il Dio creatore e la creatività dell'uomo», «l'arte e la preghiera», «stile e spiritualità», «l'arte e la vita», «l'arte e la comunione», «l'arte e la fede in Cristo».


Le proposte dei vescovi toscani, formulate in vista del Giubileo del 2000 che porterà milioni di «pellegrini» in Toscana, alla ricerca delle radici della loro fede (tra cui molti pellegrini virtuali alla ricerca di un senso nella vita), possono benissimo diventare il «programma» dei musei ecclesiastici, io credo. Una sezione didattica con volontari d'accoglienza preparati ad illustrare la collezione, seguendo percorsi mirati a evidenziare i contenuti di fede, dovrà essere una componente prioritaria dell'organigramma di ogni museo ecclesiastico, anche il più piccolo. La promozione di corsi e conferenze con precisamente questo taglio – non solo arte, ma arte e fede – dovrà essere il contributo specifico dei musei ecclesiastici più grandi (penso al Museo dell'Opera della Primaziale, a Pisa, e ai musei del Duomo a Siena e a Firenze, dove simili seminari e cicli di conferenze sono in corso da anni). La collaborazione scientifica con gli istituti di studio teologico (ma anche storico, storico artistico, antropologico e sociologico) costituisce poi un diritto-dovere del museo ecclesiastico.

Il museo ecclesiastico ha un vantaggio particolare. A differenza del museo laico, dove la pala d'altare si trova accanto al ritratto e al paesaggio, le opere raggruppate nei musei di chiesa rientrano tutte in un unico sistema culturale, con le sue tematiche dominanti e con il filo conduttore contestuale che è la liturgia (il 90% degli oggetti esposti nei musei ecclesiastici erano creati per l'uso liturgico). Ricostruire questo contesto significa dare senso alle opere, e nel contempo valorizzare al massimo il loro contenuto di fede. La mostra allestita nell'occasione del Congresso Eucaristico a Bologna nel l997, Mistero e immagine. L'Eucaristia nell'arte dal XVI al XVIII secolo, è un esempio brillante di ciò che potrà essere l'approccio anche dei singoli musei ecclesiastici: una mostra in una chiesa (ancora officiata, con le donne che recitavano il rosario in una cappella appartata), dove, entrando, il visitatore si trovava in mezzo a una processione per il Corpus Domini: decine di manichini a grandezza naturale, parati di camici e stole, pianete e piviali sontuosi, intorno al «vescovo» recante l'ostensorio sfavillante sotto il baldacchino di broccato! E tutt'intorno le monumentali tele raffiguranti i soggetti eucaristici del periodo della Controriforma, con «coraggiose» didascalie, né troppo lunghe né troppo difficili ma dense di significato religioso. (Catalogo edito per Electa, Milano, 1997).

Così bisogna fare! La fede è vitale, e per comunicarla bisogna ricreare i suoi contesti di vita, che sono anche i contesti della sua creatività: della creatività cioè che essa stessa, la fede, ha stimolato negli artisti. È compito del museo ecclesiastico fornire quest'essenziale chiave «filologica» che è la fede, ricostruendone la dinamica comunitaria ed individuale visibile nelle opere da essa plasmata.

E là dove il museo è specifico – un «museo della cattedrale», voglio dire, o «del santuario» – il compito diventa altrettanto specifico: ricostruire il senso teologico, liturgico e devozionale dei programmi iconografici della chiesa in oggetto. Ogni grande chiesa, infatti, congloba l'intero universo dei contenuti della fede cristiana, rendendo facile e quasi inevitabile la sua rappresentazione integrale: favorendone cioè la ricucitura, nella sua unitarietà, di quel tessuto culturale che i musei laici invece tendono a atomizzare.


Il Museo ecclesiastico deve offrire questo servizio in primo luogo alla Chiesa, sviluppando rapporti operativi con gli uffici diocesani per la cultura, per la catechesi e per la scuola, coordinando visite guidate alle sue collezioni per gruppi, anche come forma di «catechesi per gli adulti». Esso deve poi offrire il suo servizio al mondo, promovendo la normale gamma di iniziative di ogni museo regionale o civico, ma nell'ottica della fede che è la sua specificità.

In questo preciso momento storico, il museo ecclesiastico è chiamato a colmare un vuoto nel mondo culturale, quello appunto della frammentazione atomica di tutto ciò che, nelle civiltà del passato, costituiva l'edificio stesso della cultura. Attraverso l'esplicitazione del sistema di fede illustrato nelle opere che racchiude, il museo ecclesiastico deve riproporre la possibilità di senso in un'epoca che disperatamente sta cercando un significato nell'esistenza individuale e nella storia. Questo lo deve fare senza trionfalismi ma con dignità, vantandosi nel Signore.

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