Musei d'arte sacra
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Museo Capitolare di Pistoia

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Cristina Tuci

Il legame fra la Cattedrale di S. Zeno e l'antico palazzo dei Vescovi risale almeno alla metà del X secolo, quando al vescovo Raimbaldo venne attribuito per la prima volta il titolo episcopale della chiesa Cattedrale e quando iniziò una solida tradizione di donazioni alla canonica di S. Zenone, che non tardò ad originare la costituzione di un patrimonio ecclesiastico autonomo dall'autorità vescovile. Il consolidamento del potere economico e politico dei due principali organismi ecclesiastici cittadini favorì verso la fine di quello stesso X secolo, l'inizio della costruzione di un edificio sul sagrato del Duomo destinato a sede del vescovo, che fino ad allora aveva avuto la sua residenza all'interno della Cattedrale. Ma probabilmente solo all'inizio del XII secolo venne terminato quello che i documenti dell'epoca cominciano a chiamare “Palatium episcopi”. Tuttavia, poco dopo la metà del XII secolo, nel corso di importanti lavori di ristrutturazione del palazzo primitivo, venne edificata una sacrestia annessa all'allora recente cappella di S. Jacopo, consacrata fra il 1144 e il 1145; la sacrestia venne ad occupare così una parte dell'area della corte vescovile, e fu proprio nella sacrestia di S. Jacopo (la dantesca “sacrestia d'i belli arredi”) che si formò nel corso dei secoli una straordinaria raccolta di arredi liturgici pervenuta ai nostri giorni attraverso complesse, spesso drammatiche, vicende storiche che hanno riguardato sia la Cattedrale che il palazzo vescovile.

Il percorso del Museo è stato pensato in modo da rispettare la sequenza cronologica delle opere, ma anche tenendo presenti sia la complessità delle tipologie in cui si articolava l'arredo liturgico nel passato, sia il legame storico - a volte addirittura vincolante - che spesso esiste fra alcuni oggetti e determinati ambienti del palazzo. Il primo luogo del Museo a cui si accede al termine del percorso archeologico è costituito dall'antica corte dei vescovi (coperta da volte alla fine del ‘400). In due teche, sulla sinistra e sulla destra di chi sale al termine del percorso archeologico, sono esposti alcuni reperti provenienti da scavi moderni eseguiti all'interno del Duomo, che testimoniano l'esistenza di un edificio di culto sul luogo in cui sorge l'attuale Cattedrale, già in epoca altomedievale, della quale possediamo per altro solo rari documenti.

Di particolare interesse l'urna cineraria in alabastro, di tipo “volterrana”, riferibile al III secolo a.C. e decorata a rilievo con la rappresentazione iconografica del Mito di Ippodamia. L'urna fu rinvenuta nel ‘400 durante lavori di costruzione in Duomo dell'attuale cappella del Sacramento ed ospitò per secoli le ossa di San Felice, prima della loro traslazione in altro reliquiario. Nella teca a fianco vi sono tre frammenti di pavimento con decorazione a mosaico (forse del V-VI secolo); un frammento di pietra rinvenuto durante gli scavi nella cripta del Duomo con una iscrizione dell'VIII secolo che probabilmente si riferisce al primo vescovo longobardo Giovanni; infine, la marmorea Teca-reliquiario dei santi Lorenzo, Bartolomeo e Biagio, verosimilmente del XIV secolo. Quasi di fronte, nella vetrina 1, è attualmente esposto uno dei corali miniati nel ‘400, eseguiti da un artista fiorentino per la Cattedrale di S. Zeno. Salendo pochi gradini sulla destra si entra nella trecentesca sacrestia nuova, concessa all'Opera del Duomo nel 1381 per consentire la realizzazione di una sala di udienza degli operai, adiacente alla sacrestia di S. Jacopo.

La sacrestia, coperta da volte a crociera, è decorata nella parete ovest da un affresco raffigurante la Crocifissione eseguito nel 1387 da Giovanni Bartolomeo Cristiani. Nel 1407 Sano di Giorgio eseguì le altre decorazioni sulle volte e gli affreschi monocromi sulle pareti, di cui sono recuperati alcuni frammenti fra i quali Gli operai di San Jacopo che ricevono in udienza un gruppo di pellegrini, viva testimonianza delle cerimonie che si svolgevano in questo luogo. Nella vetrina 2 sono esposte due sculture di un artista trecentesco, non identificato ma affine ad Agostino di Giovanni: la Vergine Annunciata e una figura maschile che erano un tempo collocate sul cenotafio di Cino da Pistoia. È stato collocato in mezzo alle due statue il prezioso Reliquiario di San Zeno, in argento dorato e pietre di vario colore, superbo lavoro firmato nel 1369 dal maestro Enrico Belandini che lo eseguì ad Aix-en-Provence su commissione del mercante pistoiese Luchetto Tebertelli, residente in Provenza da dove inviò a Pistoia questo splendido manufatto, documento eloquente degli intensi rapporti esistenti fra la Toscana (e Pistoia in particolare) e la Provenza. In realtà questo è un reliquiario multiplo come indicato dalle eleganti iscrizioni, poiché contiene reliquie di molti santi (Marcello, Martino, Cornelio, Benedetto, Colombano, Gregorio) e venne eseguito “in onore di Dio e di San Jacopo”. Solo fra il 1442 e 1483, a quanto sembra, venne inserita nel braccio una reliquia di San Zeno, che però venne distrutta nell'incendio del 1604 e sostituita con un frammento della mitria e del pastorale del Santo nel 1620, anno a cui risale l'iscrizione ancora leggibile sul palmo della mano. Alla parete, fra le due vetrine, è posta una iscrizione tombale di epoca bizantina, proveniente dagli scavi eseguiti in Duomo.

La vetrina 3 racchiude due eccezionali oggetti duecenteschi. Il calice detto di Sant'Atto, in argento dorato filigranato, è attribuito ad Andrea e Tallino di Jacopo (o Puccio) d'Ognabene - artisti operosi anche nell'altare d'argento di San Jacopo in Duomo - che probabilmente rilavorarono nel 1286 parti di due calici già esistenti nel tesoro di San Jacopo. La dizione del calice deriva dal fatto che venne impiegato nelle celebrazioni all'altare di Sant'Atto dopo che il suo corpo venne traslato in Duomo dal Battistero nel 1337. Una storia analoga ha avuto anche la croce detta di Sant'Atto, in argento dorato e pietre dure di vario colore, preziosa opera di chiara influenza germanica, databile attorno al 1280. Anche la croce, come il calice, venne racchiusa nell'urna del Santo nel 1606. Di particolare interesse appare, nel piede, il motivo decorativo ad intreccio di vegetali e animali fantastici, che ricordano, oltre a certe miniature contemporanee, anche alcune decorazioni eseguite da Nicolas de Verdun, importante artista renano, nel suo candelabro nel Duomo di Milano; così come appaiono fortemente influenzate dall'oreficeria renana le due bellissime figure dolenti di Maria e San Giovanni, ai lati della croce.

Dalla sacrestia nuova si passa nell'antica sacrestia di S. Jacopo, un tempo sede del tesoro di S. Jacopo, decorata nella volta e nelle pareti con motivi ornamentali che risalgono, almeno nelle linee essenziali, al primitivo impianto della fine del XII secolo (1160-1170 ca.).

Oltre al tesoro in questa sacrestia erano conservati i più importanti documenti cittadini, sia del Comune che del Vescovado. In questo luogo si svolse il notissimo episodio (Dante, Divina Commedia, XXIV Canto dell'Inferno) del furto sacrilego operato, secondo la tradizione, il 25 gennaio 1293, da Vanni Pucci e dai suoi compagni. In questo ambiente, così ricco di suggestioni e di riferimenti storici, è stato collocato il Reliquiario di San Jacopo (vetrina 4), capolavoro assoluto dell'oreficeria tardo gotica, datato 1407 e riferibile a Lorenzo Ghiberti e alla sua bottega. L'elegante struttura del reliquiario, in argento dorato, si sviluppa da una base articolata in forme architettoniche su cui si innesta una guglia che si slancia in alto fra due angeli rappresentati in gesto di offerta. L'oggetto ha subìto un rimaneggiamento più tardo con l'inserzione della pisside in argento dorato e cristallo di rocca, che ora contiene una reliquia di San Giacomo Maggiore, con cui è stata interrotta la continuità di sviluppo della guglia orginaria. Anche le urne sostenute dalle mani degli angeli sono più tarde, certamente posteriori al 1630. Il reliquiario venne interamente ridorato nel 1885.

Rientrando nella corte dei vescovi si osservano altri due preziosi reliquiari sistemati entro la vetrina 5. Il primo è il Reliquiario della Vergine, in argento dorato, firmato nel 1379 dall'orafo fiorentino “Rombolus Salvei”. Il reliquiario è formato da una base articolata su cui si imposta un nodo filigranato che sorregge un'edicola architettonica complessa; al di sopra poggia il busto di un giovane angelo sorridente che regge un'urna di cristallo montata in argento dorato. L'opera, di squisita fattura, appare come sintesi di diverse suggestioni: da un gusto tardo gotico fantastico di evidente riferimento nordico, all'influenza del “gotico cortese” di gusto francese. Il secondo è il Reliquiario di Sant'Eulalia, in argento in parte dorato, vetro e pietre di vario colore, attribuito al maestro Gualandi da Firenze e databile, per via documentaria, al 1444. L'opera è testimonianza della diffusione in area toscana di quello che è stato definito “ghibertismo ingentilito”, mentre sono state notate nella forma classicheggiante del tempietto, suggestioni dai progetti per la lanterna brunelleschiana della cupola del Duomo di Firenze.

Nella vetrina 6 sono esposti vari oggetti. A sinistra il Reliquiario dei santi Fabiano e Sebastiano, in argento inciso, sbalzato e parzialmente dorato, opera probabilmente di bottega fiorentina, ancora improntata ad un gusto tardogotico. Vicino il Reliquiario di Sant'Alberto, in argento parzialmente dorato e cristallo di rocca, probabile opera di bottega pistoiese, è caratterizzato da forme già rinascimentali nella forma rotonda della teca e nella cupola di cristallo con il coronamento ad edicola. Al centro si trova un raro cofanetto ottagonale in ebano intarsiato ed avorio intagliato, databile alla seconda metà del Quattrocento, realizzato da una bottega vicina a quella dei fratelli Embriachi, celebri intagliatori di avorio, attivi a Venezia e, successivamente a Firenze. Le scene raffigurate sulle pareti del cofanetto sono state interpretate da alcuni studiosi come scene della Vita di San Giorgio, mentre altri, forse con maggior fondamento, propendono per l'illustrazione della Storia di Giasone e della sua spedizione alla conquista del Vello d'oro. Sul coperchio sono intagliate le Virtù teologali.

Di lato un prezioso calice, datato 1384, eseguito dall'orafo pistoiese Andrea di Pietro Braccini, in argento, argento dorato e smalti traslucidi. Il manufatto, derivato tipologicamente da opere più antiche, è ornato nel piede da medaglioni in smalto traslucido raffiguranti vari Santi a mezzo busto, mentre nel nodo sono inseriti altri medaglioni polilobati smaltati, che rappresentano la Crocifissione, la Madonna e San Giovanni e altri tre Santi a mezzo busto. Sulla destra la scultura di legno policromo raffigurante un Angelo che mostra la testa del Battista. La grande finezza e i riferimenti al naturalismo gotico francese nella figura dell'angelo avevano indotto alcuni studiosi ad attribuire l'opera allo scultore senese Francesco Valdambrino, riferendola a una fase precoce della sua attività (1401 ca.); più recentemente, su base documentaria è stato possibile retrodatare la scultura almeno al 1361, quando risulta inserita in un “tabernacolo rinpecto l'altare” del Battistero di Pistoia; inoltre la plastica e vigorosa figura del Battista ha richiamato una possibile vicinanza all'opera di Giovanni Pisano.

Sulla parete di fronte sono esposti i calchi in gesso di tutte le formelle che compongono i tre paliotti dell'altare d'argento di San Jacopo eseguiti in occasione del restauro. A sinistra le nove Storie di San Giacomo, al centro alcuni episodi della Vita di Cristo, a destra, infine, Sette storie dell'Antico Testamento. Sulla parete di fondo della sala, sotto la finestra, sono collocate tre transenne marmoree, decorate con intarsi a motivi geometrici, databili verso la fine del XII secolo. La loro provenienza appare per ora assai incerta, anche se sembra probabile che facessero parte di un'antica transenna marmorea in Duomo.

Sulla destra, accanto alla scala che porta al piano superiore si trova un affresco staccato con quel che rimane di una Fuga in Egitto, opera della fine del XII secolo o degli inizi del secolo seguente. Salendo le scale si arriva al primo piano. A sinistra, la vetrina 7, contiene arredi sacri accostati fra di loro non secondo criteri di affinità stilistica o vicinanza cronologica, quanto piuttosto con l'intento di mostrare una gamma tipologica, il più possibile varia, di oggetti liturgici. Al centro un messale, con coperta in lamina d'argento sbalzata con l'immagine di San Vincenzo Ferreri da un lato e Santa Caterina dall'altro; il messale è poggiato su un leggio in argento e ottone ornato dallo stemma della famiglia Ridolfi. Sia il messale che il leggio sono databili all'interno del XVIII secolo.

Della stessa epoca e più precisamente del 1740, come documenta la data incisa su uno degli ovali di base, sono i quattro candelieri e il portacroce, che ripetono tipologie seicentesche apportandovi alcune piccole modifiche di aggiornamento stilistico, come nel profilo a forma di pera assai schiacciata nel nodo inferiore del fusto. Di fianco, a sinistra, si trova un calice, del quale un'iscrizione che corre lungo il bordo inferiore esterno della base ricorda il nome del donatore, Giacomo Franceschi, e l'anno di donazione, il 1798. È comunque verosimile che la data debba riferirsi esclusivamente all'atto della donazione perché l'analisi stilistica conduce a collocare l'oggetto tra la fine del XVII secolo e gli inizi del secolo seguente. Accanto al calice una piccola pisside del XIX secolo e sulla destra due ampolline di gusto neoclassico. Il punzone ripetuto sul bordo sia del vassoio che delle ampolline ci conferma l'ipotesi, già avanzabile per via di analisi stilistica, che gli oggetti provengano da una bottega orafa romana.

Nelle due teche centrali sono esposti parati liturgici rinascimentali. Per motivi di conservazione i tessuti non vengono mai esposti per più di due anni e vengono periodicamente tolti dalle vetrine e sostituiti da altri. Di conseguenza la presente guida non illustra i tessuti esposti per i quali si dovranno consultare gli appositi cartellini posti nelle teche.Alla parete si può ammirare un tabernacolo di pietra serena con tracce di policromia, opera di un ignoto scalpellino fiorentino che si ispira con qualche rigidità a modelli illustri.

Di fronte si aprono tre nicchie a muro entro cui sono collocati oggetti di non particolare pregio storico artistico, ma tuttavia interessanti per ampliare le nostre conoscenze sulla vita della Chiesa attraverso i secoli. Nella nicchia a destra, in alto, alcune fibule da piviale, una piccola acquasantiera da parete e una placca in argento inciso, originariamente cucita forse ad un messale o ad altro arredo; in basso un curioso porta cappello in legno placcato e un altarolo portatile, dono documentato del padre Atto Chiti nel 1865. Nella nicchia centrale è esposto un reliquiario realizzato in ebano e pietre dure con appliques in bronzo dorato, lavorazione tipica delle botteghe granducali fiorentine, soprattutto nel corso del secolo XVII.

Nella nicchia a sinistra, in basso, una Crocifissione di piccole dimensioni di legno intagliato, sicuramente proveniente da un laboratorio tedesco, a fianco due altaroli portatili, di cui uno per uso specifico di viatico: essi compongono una parure che, da una scritta incisa sui cofanetti in cuoio, sappiamo donata da Giuseppe Rospigliosi nel 1809. Sopra, nella medesima nicchia, sono collocati un cofanetto porta ampolline settecentesco, ornato di riporti in lamina d'argento e un elegante vassoietto con piccola coppa mescitoio per l'acqua del battesimo. Nella sala successiva, sulla parete a sinistra, due pannelli in legno intagliati e intarsiati dalla bottega di Ventura Vitoni tra il 1460 e il 1465. I pannelli, raffiguranti i santi Zeno e Jacopo sono gli unici frammenti superstiti dell'antico complesso ligneo di cassapanche e stalli realizzato per la sacrestia della Cattedrale, poiché l'opera andò completamente distrutta nell'incendio che sconvolse la Cattedrale nel 1641.

Al di là della ringhiera di ferro sono invece fissate due fasce in argento (quella superiore del secolo XVI e quella inferiore del secolo XVIII), tolte dall'altare d'argento di San Jacopo durante i lavori di restauro. Sulla destra della finestra, infine, si può ammirare un frammento di affresco raffigurante la testa della Vergine, attribuibile al pittore pistoiese Bernardino di Antonio del Signoraccio, vissuto fra la fine del Quattrocento ed i primi decenni del Cinquecento.

La sala seguente ebbe in origine la funzione di sacrestia della contigua cappella di San Nicola, per essere poi utilizzata per vari scopi non pertinenti e infine destinata a fungere da cancelleria vescovile. Nella prima metà del Cinquecento fu realizzato il soffitto a cassettoni ligneo tuttora visibile per intero nella sua struttura, mentre in fondo, verso la porta che immette all'esterno, per un breve tratto è stata ritrovata anche l'originale decorazione pittorica, conservatasi perfettamente intatta e viva nei colori, poiché chiusa fra due tramezzi non molti anni dopo il suo compimento.

La scelta degli oggetti esposti è stata per lo più incentrata intorno ad un episodio che si annovera fra i più cruciali nella vita della Cattedrale: l'incendio, che nel 1641, devastò la sacrestia. Narra Girolamo Arfaruoli che “A dì 4 di marzo, giorno di sabbato, all'ore una di notte, restando duoi cherici servienti la sagrestia per trovare i paramenti per la Domenica del mese, cominciarono tali cherici a ruzzare insieme tirandosi de' manicotti l'un l'altro, et un manicotto andando dietro alle spalliere di tal sagrestia che erano di noce belle, et così pigliorno detti cherici per ritrovare tali manicotti una mazza appiccandovi un mocholino acceso, di modo che doveva dietro le spalliere essere carta et altre cose atte a pigliar fuocho, non se ne accorgendo detti cherici si partirono e lassorno la sagrestia”. Il fuoco, sviluppatosi rapidamente e continuando per tutta la notte produsse un indicibile rovina sia fra gli arredi fissi come le cassapanche e le spalliere, sia fra gli arredi mobili, fossero di carta o di tessuto, di argento o legno. I canonici della Cattedrale, quasi a voler cancellare ogni traccia dell'accaduto, si imposero di ricostituire per intero il patrimonio disperso e, con munifiche donazioni, fecero rifare tanti oggetti quanti erano quelli andati distrutti. Ecco perché il tesoro della Cattedrale conserva oggi un nucleo di arredi seicenteschi veramente notevole sia per quantità che per qualità, della maggior parte dei quali possediamo anche una buona documentazione storica.

Nella vetrina 12 sono riuniti tre carteglorie e due messali su leggio del secolo XVIII. Al centro una pisside con nodo e base degli inizi del XVII secolo e grande coppa di evidente fattura settecentesca. Sotto la base è inciso lo stemma della famiglia Rospigliosi e un cappello con tre ordini di nappe e una croce a due braccia, simbolo da riferire alla carica di Primate: sulla base di tali elementi si può ipotizzare una donazione da parte di Bartolomeo Rospigliosi che ricoprì tale carica fino alla morte avvenuta nel 1651.

A fianco sono poggiati due calici di cui, quello di sinistra, presenta una somiglianza di elementi decorativi rispetto alla pisside; databile anch'esso agli inizi del secolo XVII si presenta in forma semplice ed elegante, lavorato finemente a bulino, cesello a rilievo, ma non reca purtroppo alcuna scritta o punzone che ne possa aiutare l'identificazione. L'altro calice, invece, reca sotto la base la scritta “Alex Caccia Ecclesiae Floren. Archidiaconus” accanto allo stemma della famiglia Caccia; dato che Alessandro Caccia fu arcidiacono della Cattedrale di Firenze fino all'anno 1600 quando divenne vescovo di Pistoia, il calice deve considerarsi eseguito prima dello scadere del secolo e deve attribuirsi ad una bottega orafa fiorentina. Pervenne alla Cattedrale di S. Zeno nell'eredità di Alessandro Caccia quando questi morì nel 1649. Sempre donati da questo vescovo sono alcuni degli oggetti racchiusi nella grande teca a muro: innanzitutto il sontuoso pastorale esposto a destra, donato in seguito all'incendio del 1641 per sostituire un precedente pastorale “d'argento in più pezzi con San Zeno nella chiocciola” andato semidistrutto; la presenza sul pomo dello stemma del vescovo Matteo Diamanti (1400-1525), accanto a quello dei Caccia, indica che il pastorale rovinato dal fuoco era appartenuto proprio a lui. Accanto, in basso, sono collocate una mitria, riccamente ricamata con perle, anch'essa appartenuta ad Alessandro Caccia e una fibula da piviale in argento, argento dorato e vetri colorati. Nella stessa nicchia, per affinità di tipologia, sono esposte due mazze da cantore che servivano a dirigere i cori ed avevano forme differenziate a seconda del corista che le impugnava e un altro pastorale, eccezionalmente fastoso, forse realizzato in Piemonte. Questi tre manufatti sono databili nell'ambito del XIX secolo. In alto è appeso un Crocifsso in argento di probabile manifattura fiorentina ascrivibile al XVII secolo.

Nella vetrina 13, al centro, sul pannello di alzata una stupenda croce astile recante all'estremità delle braccia il Padre Eterno, San Marco, San Luca e San Giovanni Evangelista. Sopra il capo del Crocifisso la raffigurazione di un pellicano con i suoi piccoli. Montati probabilmente in epoca recente su un supporto ligneo non pertinente, il Cristo a tutto tondo e le cinque placche d'argento sono opera di un maestro fiorentino di ambito giambolognesco (metà XVI secolo). Sul piano orizzontale, al centro una pace donata, come riporta l'iscrizione apposta sul retro, da Bartolomeo Vannini nell'anno 1642. Stilisticamente l'oggetto si compone di due parti: una placca rettangolare raffigurante L'incredulità di San Tommaso, sbalzata in stile romano tardo manieristico e pertanto databile intorno al 1580, e una incorniciatura decorata con teste di cherubino, volute e angeli-cariatidi di un turgido plasticismo barocco particolarmente evidente nelle morbide carni dei due angeli laterali e nelle loro mosse capigliature. Una conferma all'attribuzione romana viene anche dal punzone appartenente a un bollatore romano.

Sempre sul piano della medesima vetrina sono collocati due reliquiari a lamina d'argento e tre palmatorie del XVIII secolo, un turibolo e due navicelle della stessa epoca e un calice seicentesco che presenta sulla base polilobata, di lontano richiamo rinascimentale, uno stemma mediceo; e in effetti l'accostamento in uno stesso oggetto di esuberanti decorativismi di gusto barocco con particolari strutturali tipici di secoli precedenti ben si spiega proprio in ambiente fiorentino dove il Seicento ama spesso rivisitare epoche più lontane. Ai lati della pace sono da notare due raffinatissimi vassoi per le offerte dei fedeli: uno è ornato al centro dallo stemma della famiglia Arfaruoli e i documenti ci confermano che fu donato nel 1641; l'altro, recante lo stemma dei Rinuccini, è collocabile negli anni 1656-1678 periodo in cui Francesco Rinuccini fu vescovo di Pistoia.

La vetrina. 14 presenta gli oggetti fatti eseguire dopo il grande incendio da alcuni membri della famiglia Rospigliosi e dalla sacrestia di S. Zeno. In particolare si notino, l'ostensorio e il calice a fianco: ambedue recano incisa sotto la base la memoria dell'anno di donazione, 1641, e il nome del donatore, la sacrestia di S. Zeno. Dispiace che la parte più alta del fusto e la mostra a raggiera dell'ostensorio siano state rifatte in epoca ottocentesca. Al centro della vetrina sono allineati un calice donato nel 1641 da Giulio Rospigliosi, eletto papa nel 1667 con il nome di Clemente IX, un calice donato nel 1642 da Giacomo Rospigliosi, nipote di Giulio, e da lui eletto Cardinale nello stesso 1667 e infine una navicella per l'incenso e un secchiello per l'acqua santa con l'aspersorio, donati verosimilmente entrambi nel 1642 da Bartolomeo Rospigliosi, arciprete e proposto della Cattedrale. Di questi oggetti l'unico di cui si conosca l'artefice per via documentaria è l'aspersorio, opera dell'orafo Giuliano Pettini, formatosi presso la bottega fiorentina di Lorenzo Galestrucci, attivo in quegli anni anche per la corte medicea. Un oggetto per cui si può avanzare un'ipotesi attributiva, per quanto non del tutto circostanziata, è il calice donato da Giulio Rospigliosi. In considerazione del fatto che Giulio viveva a Roma e anche in base all'osservazione dei caratteri stilistici, si può ragionevolmente ipotizzare che esso fu realizzato in una bottega orafa di quella città. Per gli altri pezzi, invece, resta assai più verosimile un'ipotesi toscana, cioè pistoiese o fiorentina, quest'ultima senza dubbio preferibile per il caso della navicella la cui forma a galeone ricorda da vicino alcuni vasi in cristallo di rocca delle collezioni medicee.

Attraverso una breve scaletta si passa in un ambiente particolare e di estrema importanza per comprendere quanto strette siano state le connessioni storiche fra la Cattedrale e il Palazzo dei vescovi che ora ne ospita il Museo: siamo infatti nel cosiddetto sovraportico del Duomo, in quello spazio cioè creato nel XVIII secolo quando fu innalzato il tetto del portico sul sagrato della Cattedrale, chiudendo alla vista una porzione della originaria decorazione romanica della facciata. All'interno di questo vano, appena fu costruito, venne aperta una finestra, oggi richiusa, da cui il vescovo poteva seguire le funzioni che si svolgevano in Duomo e in particolare nella cappella di San Jacopo.

Nella vetrina 15, sono esposte alcune brocche e vassoi in ceramica, ritrovati quasi intatti nella cripta della Cattedrale quando, durante i restauri, venne liberata del materiale di riempimento con cui in epoca passata era stata chiusa e resa inaccessibile. Un cenno particolare merita il vaso tuttora sigillato contenente le viscere del vescovo di Pistoia Gherardo Gherardi (1679-1690), nobile nella forma e nella decorazione. Dal sovraportico riscendiamo nella stanza precedente per passare all'interno della cappella di . Nicola. Costruita negli ultimi decenni del XII secolo sopra la sacrestia di S. Jacopo per servire da cappella privata all'abitazione del vescovo, fu realizzata da maestri lombardi come dimostra in particolare l'uso dei mattoni a “facciavista” e dell'abside pensile, una tipologia costruttiva assai rara in Toscana, più ampiamente diffusa nel nord Italia e soprattutto tipica dei paesi d'oltralpe. Le pareti della cappella furono completamente affrescate agli inizi del XII secolo con le Storie di San Nicola in alto e quelle di altri Santi martiri, fra cui San Mattia e San Bartolomeo, nel registro inferiore. Il catino absidale fu affrescato alcuni decenni più tardi, cioè all'epoca del vescovo Andrea Franchi (1380-1400), da un pittore pistoiese affine a Giovanni di Bartolomeo Cristiani, che vi dipinse la Crocifissione. Verso la metà del XV secolo la cappella fu sconsacrata e adibita a prigione, come ricordano ancora alcune scritte di prigionieri.

Usciti dalla cappella di San Nicola e dal relativo vestibolo, si imbocca a destra un corridoio all'inizio del quale è collocata la vetrina 16. Al centro si trova il Reliquiario di San Bartolomeo, opera veramente notevole sia per la raffinata qualità artistica, sia anche per l'importanza del contesto storico nell'ambito del quale fu eseguito e donato. L'iscrizione sul cartiglio d'argento, posto ai piedi degli angeli, ricorda infatti che il reliquiario fu donato nel 1663 da Giulio Rospigliosi e fatto eseguire per contenere un frammento osseo di San Bartolomeo, offerto da Papa Alessandro VII, la cui effigie compare nella medaglia d'oro zecchino datata 1661 e inserita sotto la base del reliquiario. L'opera fu eseguita da un artista romano assai sensibile allo stile del Bernini, qui richiamato sia nell'impostazione strutturale delle figure che nel morbido modellato. Si affiancano a questo oggetto d'eccezione, altri due reliquiari di tono solo di poco inferiore: il Reliquiario della Croce e quello di Santa Margherita da Cortona. Il primo si presenta come un complesso scultoreo in miniatura, sostanzialmente di gusto ancora tardo barocco, nonostante sia datato 1711. Fu realizzato a Roma da un orefice il cui nome risponde alle iniziali “G.B.S.” (Giovan Battista Silvi ?, Giovan Battista Seni ?). Un'ultima notizia che riguarda questo reliquiario ci viene dallo stemma inciso, su un lato della base, che appartiene al pistoiese Francesco Frosini, vescovo di Pistoia dal 1700 al 1702.

Il Reliquiario di Santa Margherita da Cortona è probabilmente opera di un orafo fiorentino. Lo stemma sulla base appartiene a Giuseppe Ippoliti, pistoiese, che fu vescovo di Cortona dal 1755 al 1776 e quindi di Pistoia e Prato dal 1776 al 1780. Essendo il reliquiario dedicato alla Santa cortonese è ipotizzabile che fosse donato proprio nel periodo in cui il prelato reggeva la cattedra episcopale di quella città. L'ultima sala di questo piano, a cui conduce il corridoio, viene solitamente chiamata Stanza del Vicario, perché nel settecento fu adibita a sala dell'udienza del Vicario generale del Vescovo. Qui sono stati disposti su mensole oggetti di particolare effetto, in prevalenza reliquiari a cassetta che, se oggi possono sembrare impressionanti nella lugubre apparenza del loro contenuto, rispecchiano tuttavia un aspetto fra i più importanti nella storia della nostra religione: il culto delle reliquie che per secoli ha mosso folle di pellegrini, ha fatto fondare chiese e splendide basiliche, ha fatto tessere fecondi scambi culturali fra terre remote e destinate altrimenti a non incontrarsi mai.

Nella vetrina 17 sono esposte due splendide pianete: a destra una pianeta ricamata a filo d'oro e lamina metallica dorata su fondo di teletta d'argento eseguita nel XVII secolo; a sinistra la pianeta realizzata con applicazioni di pizzo “tombolo” su teletta d'oro appartenuta a papa Clemente IX Rospigliosi (1667-1669), donata al Museo della Cattedrale dal principe Giuseppe Rospigliosi.

Dalla stanza del Vicario del vescovo il percorso museale ridiscende al piano terra dove sono disposte le ultime vetrine contenenti oggetti di epoca più tarda. La vetrina 18 contiene alcuni pezzi di una parure, certo più numerosa, donata alla Cattedrale dal vescovo Falchi Picchinesi nel 1792. I pezzi, una brocca con vassoio, un vassoietto ovale per elemosine ed una palmatoria, sono opera di un argentiere romano Vincenzo Coaci, vissuto nella seconda metà del Settecento che qui si esprime in un essenziale linguaggio neoclassico. Ai lati sono esposte due alzate di manifattura fiorentina, della fine del Settecento, più mosse ed articolate. Sullo sfondo, al centro, una serie di tre carteglorie del XVII secolo e agli angoli della vetrina, sulla sinistra, una mitria ricamata in oro del secolo XVII e a destra uno stupendo Crocifisso in avorio, sicuramente di manifattura tedesca e da alcuni studiosi attribuito a Georg Petel, che in effetti risulta presente a Genova e a Livorno intorno al 1620.

Entrando nell'ultima sala del Museo vediamo fra le vetrine destinate ai parati una Madonna col Bambino in marmo, opera dello scultore pistoiese Pietro Gavazzi. La scultura fu realizzata nel 1850 per il Battistero secondo i principî puristi. In fondo alla sala la vetrina 22 contiene alcuni importanti arredi eseguiti tra il XVIII e XIX secolo. Il più imponente è l'ostensorio centrale, realizzato nel 1773 dal romano Giuseppe Valadier, componente di una ben nota famiglia di argentieri, su commissione del canonico Giovanni Fabroni, il cui nome compare sul bordo esterno della base. L'ostensorio si compone di due pezzi, un piede triangolare ornato dalle figure allegoriche di Fede, Speranza e Carità e tre angioletti recanti i simboli della Passione, e la raggiera retta da uno stelo che può essere estratta e separata dalla base per essere portata in processione nelle feste solenni.

Affiancano l'ostensorio quattro candelieri di gusto spiccatamente eclettico, così come tipico della seconda metà del XIX secolo, a sinistra, sono poggiati tre calici di cui uno risulta opera della bottega fiorentina dei fratelli Scheggi, realizzato nel 1818 su commissione del canonico Giovan Battista Fagioli. Il secondo, ornato con le figure allegoriche della Fede, Speranza e Carità, reca un'iscrizione intorno alla base: da essa sappiamo che il calice, dedicato a San Atto, fu offerto nel 1884 dal vescovo Donato dei Duchi di San Clemente. La presenza del punzone con le chiavi incrociate di San Pietro testimonia la provenienza romana del pezzo. Il terzo e più complesso calice reca sulla base le stesse figure allegoriche intercalate con medaglioni raffiguranti gli episodi della caduta di Cristo sotto la Croce. Anch'esso di manifattura romana, come rivela il punzone, fu commissionato da un membro della famiglia Rospigliosi nella seconda metà del XIX secolo. Completa la vetrina una serie di tre oggetti usciti dalla bottega dell'argentiere romano Pietro Bonamici, attivo nella seconda metà del XVIII secolo: un calice, la palmatoria e il vassoio.

In certi giorni dell'anno sarà possibile non trovare esposto qualche oggetto nella propria teca, infatti, quando particolari esigenze lo richiedono, i canonici della Cattedrale possono avere la necessità di disporre per un breve periodo di qualche arredo liturgico conservato nel Museo.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: Piazza Duomo - Pistoia

ORARIO: martedì, giovedì e venerdì: 10-13 e 15-17; la seconda domenica del mese: 15-17

INGRESSO: L. 7.000

INFORMAZIONI: tel. 0573/21622 - 34326

 

Museo Capitolare di Pistoia
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