Musei d'arte sacra
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Museo d'arte sacra e religiosità popolare «Beato Angelico» a Vicchio di Mugello

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Rossella Tarchi

Il nuovo Museo di Vicchio intitolato al Beato Angelico, il grande pittore nato nella vicina frazione di Rupecanina, raccoglie un significativo nucleo di opere di alto valore artistico, arredi litugici, oggetti simbolici, preghiere e memorie, esposte secondo un criterio che unisce le opere al loro contesto storico e religioso, con continui richiami, attraverso pannelli didattici e ambientazioni, ai luoghi e ai momenti della cultura religiosa del territorio. Le opere provengono dalle chiese e dalle pievi del Mugello che subirono, nei decenni passati, un progressivo abbandono dovuto al processo di spopolamento delle campagne.

Nella sala 1, a sinistra, una grande vetrina espone alcune croci astili di rame inciso del XV e XVI secolo e una semplice croce rogazionale di legno, a rappresentare il “segno della croce”, l'atto più eloquente e popolare del culto. Accanto è stato riprodotto fotograficamente un ex voto, l'originale è conservato nella pieve di S. Maria a Dicomano. Seguono del Maestro della Madonna Straus la bella tavola con la Madonna col Bambino e due angeli reggicortina (già nel Museo di S. Stefano al Ponte di Firenze) dall'antica pieve di S. Cresci in Valcava, parte di un polittico che vedeva nei pannelli laterali i santi Cresci e Lorenzo. Accanto un'intensa scultura di Andrea della Robbia raffigurante San Giovanni Battista, in terracotta invetriata, frammento di una grande pala d'altare forse in origine nel soppresso convento di S. Francesco a Borgo San Lorenzo e una Madonna che allatta il Bambino in terracotta, di scuola fiorentina della metà XV secolo, di proprietà della famiglia Lapucci di Vicchio, probabilmente proveniente da un tabernacolo.

L'ambiente successivo (sala 2) è dedicato agli oggetti provenienti dalle antiche pievi mugellane. Nel Medioevo la pieve costituì il nucleo fondamentale dell'organizzazione ecclesiastica nella campagna toscana e nel corso dei secoli acquistò prerogative specifiche sia nell'ambito religioso che civile. La pieve era matrice di un numero variabile di chiese suffraganee e aveva il privilegio del fonte battesimale; il pievano aveva il compito di formare il clero e di riscuotere le decime; talvolta era chiesa collegiata, ovvero in essa si riuniva un gruppo di preti secolari per fare vita religiosa comune. Delle pievi edificate in Mugello nell'VIII-XI secolo rimangono solo alcuni frammenti lapidei o resti delle fondazioni perimetrali come per la pieve di S. Agata, dato che molte di queste furono ricostruite nel corso dell'XI secolo in forme più monumentali con pianta basilicale a tre navate, absidi semicircolari e decorazioni marmoree di grande pregio come i pulpiti o i fonti battesimali delle pievi di Fagna, Faltona e S. Giovanni Maggiore a Panicaglia.

Tra le opere provenienti dalle pievi sono esposte anche alcune suppellettili della prioria di S. Maria a Olmi che rivestì un ruolo importante per aver legato la sua storia alla famiglia Medici ed aver annoverato fra i suoi priori il celebre storico ed erudito Giuseppe Maria Brocchi. Dalla pieve di S. Felicita a Faltona provengono il reliquiario della “culla di Gesù”, opera firmata da un certo Noferi e datata 1778, il reliquiario a braccio di Santa Cristina, alcuni turiboli, navicelle, calici, patene del XV-XVIII secolo, la bella vetrata dipinta rappresentante Santa Felicita, con un libro in mano e la palma del martirio, e i suoi sette figli (metà XV sec.), che la critica recente riconduce all'ambiente di Andrea del Castagno, e il grande olio su tela di Francesco Furini con l'Annunciazione. In una vetrina è conservato un campionario della suppellettile liturgica di S. Giovanni Battista a Vicchio.

Fra le altre pitture esposte troviamo di ignoto pittore del XVIII secolo un quadro dal soggetto desueto, Ester e Assuero, proveniente da Olmi; della bottega di Santi di Tito (seconda metà XVI sec.) la tavola con la Madonna col Bambino e di scuola fiorentina degli inizi del XVII secolo la Vergine Annunziata e Angelo annunciante ambedue provenienti da Fagna. Di particolare pregio e raffinatezza di esecuzione il grande ostensorio attribuito a Massilimiano Soldani Benzi, dalla pieve di Fagna, datato 1700 con custodia di pelle, dove il celebre argentiere fa di un angelo, dalle vesti plasticamente modellate, il fusto che regge la mostra formata da una corona di cherubini.

Sul fondo della sala, grande tela con la Sacra famiglia e i santi Antonio da Padova e Maria Maddalena de' Pazzi, da un altare laterale di S. Maria a Fagna. Il dipinto è opera di Ignazio Hugford (Firenze 1703-1778), pittore poliedrico ed eclettico, noto collezionista, esperto d'arte e restauratore, che contribuì al rinnovamento del patrimonio figurativo di diverse chiese del Mugello: alcune delle sue opere si trovano a S. Maria a Vigesimo, all'Oratorio del Crocifisso a Borgo San Lorenzo e a S. Michele a Ronta. Nel 1999-2000 la tela è stata completamente restaurata, questo ha permesso di riportare alla luce il volto di un personaggio maschile, con lo sguardo rivolto verso lo spettatore, ritratto alle spalle di Sant'Antonio, forse il volto del committente o più probabilmente l'autoritratto dell'artista.

Nella stessa sala due antifonari (XIII-XIV secolo) con iniziali miniate; una Madonna col Bambino attribuita al Pesellino (prima metà del XV sec.), l'Educazione della Vergine, di scuola fiorentina del XVIII secolo da S. Maria a Olmi, dalla quale provengono anche gli oggetti di oreficeria esposti nella vetrina centrale.

Nel corridoio d'accesso alla terza sala spicca una grande tavola di Neri di Bicci, pittore dallo stile inconfondibile e capo di una delle più prolifiche e note botteghe fiorentine della seconda metà del '400. Neri di Bicci eseguì la pala per l'altare maggiore della pieve di S. Reparata a Pimonte fra il 1475 e il 1490. Raffigura la Vergine in trono col Bambino e i santi Giovanni Battista e Reparata (a destra), Bartolomeo e Antonio abate (a sinistra), davanti in ginocchio i santi Caterina e Domenico. Quest‘ultime due figure furono dipinte nel XVIII secolo sopra i santi Girolamo e Ludovico di Tolosa e questo probabilmente per un cambiamento di devozione. Il recente restauro eseguito nel 1997-1998, ha preferito mantenere la pittura settecentesca considerandola ormai parte integrante dell'opera.

Nella sala 3 troviamo due affreschi staccati dai tabernacoli di Rupecanina (Madonna col Bambino tra i santi Pietro e Paolo e due angeli, del Maestro di Signa) e dal grande tabernacolo che si trova di fronte alla villa di Campestri (Madonna col Bambino, angeli e quattro Santi, di scuola fiorentina della seconda metà del XV sec.) a testimonianza dell'importanza ricoperta da queste strutture, tipico segno di devozione e ringraziamento popolare. Nella vetrina accanto un calice datato 1887 in rame argentato e argento con iscrizione “S. Cassiano alla compagnia di Vicchio”, un calice datato 1724 dalla compagnia dell'Annunziata nella pieve di Faltona, i capitoli della compagnia dell'Annunziata di Galliano, con coperta in velluto, cantonali d'argento a racemi d'acanto e placchetta centrale con l'Annunziata (XVIII sec.), due paci da Olmi, di fattura molto popolare (XVII sec.), e un servito per viatico. Interessante è la ricostruzione fatta degli oggetti usati durante la processione del Corpus Domini.

Nella grande vetrina a parete troviamo un piviale (XVIII sec. da Olmi) indossato dal sacerdote che processionalmente portava il Santissimo Sacramento dentro l'ostensorio, un ombrellino (XIX sec.) che serviva a pararlo, due lanternoni, arredo che aveva sostituito la luce dei ceri portatili e dei quali già nel XVI secolo il cardinale Carlo Borromeo prescriveva l'uso in numero di quattro, una veste da compagnia (dalla compagnia del SS. Sacramento nella pieve di Palazzuolo, XX sec.) e un'insegna processionale da S. Cassiano in Padule (XVIII sec.). L'utilizzo di questi arredi è rimasto in uso fino ai nostri tempi, come è possibile vedere dalla gigantografia che riproduce la processione del Corpus Domini a Grezzano agli inizi degli anni Cinquanta.

Completano la sala un crocifisso dipinto del XV secolo da S. Felicita a Gattaia che veniva portato dal popolo in processione fino all'oratorio della Madonna di Meleto a Villore per impetrare la pioggia e impedire la siccità; uno stendardo processionale con la Sacra Famiglia, del XX secolo, da Olmi, e un crocifisso processionale con fusciacco dell'Ottocento, dalla pieve di Padule.

D'effetto la ricostruzione - nella sala 4 - dello studiolo del parroco con scrivania e libreria (da Molezzano), i libri (dalla biblioteca di Bovino), il messale, il crocifisso, il seggiolone (da Olmi, prima metà XVIII sec.), due mori reggitorcia di legno policromato (da Panicaglia, XVII sec.), una vite da vangelo e la riproduzione di libri parrocchiali di stati d'anime, matrimoni e morti (dall'archivio di Dicomano e Bovino).

Un ruolo importante nell'incremento del patrimonio sacro fu ricoperto da importanti famiglie di origine mugellana, poi inurbate a Firenze, come i Medici, i Cattani, gli Ubaldini, i Bruni, i Giugni, i Minerbetti. A questo aspetto è dedicata la sala 5, dove troviamo tre pianete una delle quali con stemma dei Medici e dei calici del Seicento e Settecento: uno, quello proveniente da S. Ansano a Montaceraia datato 1792, presenta lo stemma dei Boni.

Infine i due busti, in terracotta di manifattura fiorentina del 1523 circa, ritraggono Bartolomea Medici Minerbetti e Tommaso Minerbetti. Furono commissionati dal figlio, Francesco, pievano e patrono di S. Giovanni Maggiore a Panicaglia nonché promotore dei restauri alla pieve avvenuti nel 1523. Al centro della sala è esposto un fonte battesimale con Storie della vita di San Giovanni Battista e stemma della famiglia Cattani (1505 circa), in terracotta invetriata, commissionato dal priore Pandolfo di Urbano Cattani per la chiesa di Camoggiano ed attribuito a Benedetto Buglioni.

Nell'allestimento didattico del Museo di Vicchio non è mancata la ricostruzione della sacrestia, il locale annesso alla chiesa dove vengono conservati i paramenti e le suppellettili necessarie allo svolgimento della liturgia. Nei banchi e negli armadi fanno bella mostra paci, le tavolette con immagini sacre utilizzate per portare il bacio prima della comunione, calici, turiboli, secchielli, reliquiari settecenteschi in legno dorato e intagliato a ostensorio o teca, bacili e croci astili.

L'ultima sala (sala 7) concentra gran parte del patrimonio pittorico. Sulla sinistra grande tavola di Ridolfo Turi raffigurante la Decollazione di San Gavino, dipinto a olio su tela firmato e datato 1621, dal Cornocchio; a fianco, del Maestro di Montefloscoli, pittore attivo nella prima metà del XV secolo, il bel polittico con la Vergine che dà la cintola a San Tommaso e i santi Bartolomeo, Cristoforo, Lorenzo e Giovanni Battista, nelle cuspidi l'Annunciazione, il Padre Eterno, angeli e profeti. Della cerchia di Mariotto Albertinelli la Madonna con Bambino tra i santi Macario e Antonio abate, dalla classica impostazione con sullo sfondo un paesaggio appena delineato, da Marcoiano. Le altre tavole, tutte provenienti dalle chiese parrocchiali, risalgono prevalentemente al Cinquecento e sono di scuola fiorentina (Madonna col Bambino e i santi Lorenzo e Giusto, da S. Giusto a Montesassi), della cerchia di Ridolfo del Ghirlandaio (Madonna col Bambino e i santi Giovanni Battista e Sebastiano, da Senni), della bottega dell'Empoli (Annunciazione, da Mucciano), della cerchia di Santi di Tito (Incredulità di San Tommaso, sempre da Mucciano).

Infine, da S. Maria a Vigesimo, una grande tavola con la Vergine Assunta, San Benedetto, San Giovanni Gualberto e committente, di Cosimo Rosselli dove la Madonna è ritratta entro una mandorla sorretta da quattro angeli, con in basso, in posizione di preghiera, i due santi vestiti con un ricco piviale bordato da un fregio figurato e sullo sfondo il paesaggio minuziosamente descritto con scene di pellegrini. Nella sala è stato ricostruito anche l'arredo di un altare che prevedeva il paliotto (1898, da Dicomano), una muta di candelieri (XVIII sec.), il ciborio per riporre la pisside (da Molezzano), il croficisso e le tre canoniche cartaglorie a sostegno della celebrazione. Nella vetrina centrale ancora numerose oreficerie fra le quali una croce astile del XIV secolo da S. Bartolomeo a Molezzano, alcuni calici seicenteschi, il Busto reliquiario di S. Godenzo, dall'Incastro, e uno sportellino del XV secolo.

Al centro della sala un'antica acquasantiera del XIII secolo in marmo da S. Niccolò a Rossoio, con le figure a bassorilievo di un uccello e di angeli, rozzi nella realizzazione, quasi primitivi, ma di grande efficacia espressiva. Infine è stata esposta una campana (XIII sec., da S. Donato in Villa) il cui significato liturgico è sottolineato dal grandioso rituale del suo battesimo con acqua e olio santo. La campana, nella vita parrocchiale, ha sempre svolto un ruolo di non secondaria importanza: il suo suono è da sempre richiamo ai fedeli per le sacre funzioni, ma per secoli è stato anche misura del tempo che trascorre, comunicazione di situazioni difficili (incendi e temporali), annuncio di morte (dodici erano i rintocchi per gli uomini e nove per le donne) e quando dal Giovedì Santo al Sabato Santo le campane venivano “legate” nessuno seminava poiché nulla sarebbe nato, così come non venivano accesi i forni per cuocere il pane.

Tornando verso l'uscita, lungo il corridoio la Testa di Cristo in pietà, notevole opera ceroplasta di Clemente Susini (1754-1814) dalla pieve di Padule. Nella vetrine successive varie suppellettili e argenterie da S. Giovanni Maggiore a Panicaglia e da Padule. La tavola con il San Giovanni Battista è opera attribuita a Bernardo Daddi.

La visita al Museo si chiude con alcune opere pittoriche: attribuita ad Alessandro Casolani una Madonna col Bambino, Santa Elisabetta e San Giovannino (da Faltona); di ignoto pittore prima metà del XVIII secolo l'Immacolata Concezione (da Faltona); di scuola fiorentina del XVI secolo un San Sebastiano (da Olmi). Significativo per vedere come venivano spesso deturpate o scomposte le tavole la parziale ricomposizione della pala con l'Incoronazione della Vergine, datata 1721, da Barbiana, di un ignoto pittore fiorentino della prima metà del XVIII secolo, trafugata nel 1993 e recuperata solo in parte nel 1997.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: piazza Don Milani, 1 - Vicchio di Mugello (Fi)

ORARIO: martedì e giovedì 16-19 (invernale 15-17), sabato e festivi 10-12 e 16-19 (invernale 10-12 e 15-17)

INGRESSO: L. 5.000; ridotti e scolaresche L. 3.000; gruppi oltre 15 persone L. 4.000

INFORMAZIONI: tel. 055/8448251 (Biblioteca); 055/8497023 (Comune)

 

Museo d'arte sacra e religiosità popolare «Beato Angelico» a Vicchio di Mugello
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