Musei d'arte sacra
stampa

Museo dell'Abbazia del SS. Salvatore al Monte Amiata

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Ludovica Sebregondi

L'Abbazia del SS. Salvatore al Monte Amiata, fondata dal nobile longobardo Erfo intorno al 750 al tempo di Ratchis, fu una delle più importanti ed opulente di tutta la Toscana; il cenobio, concesso ai Benedettini, fu in seguito per breve tempo dei Camaldolesi, dal 1228 venne affidato ai Cistercensi, che lo tennero fino alla soppressione leopoldina del 27 luglio 1782, insediandovisi nuovamente nel 1939.

La mostra La casula di San Marco papa del 1992, nel corso della quale vennero esposti anche dipinti e arredi liturgici, ha costituito il nucleo essenziale di questo piccolo Museo di arte sacra, al quale si accede dalle scale sul lato est del chiostro seicentesco. È costituito da un unico ambiente che conserva però testimonianze di grande rilievo: anche se le suppellettili rappresentano solo una minima parte dell'originario ricchissimo patrimonio del potente centro monastico, attestano il prestigio goduto dall'Abbazia nell'alto medioevo. Il brevissimo pontificato di San Marco durò dal gennaio all'ottobre del 336: le sue spoglie sono conservate nella omonima basilica romana, ma una parte delle reliquie è stata traslata a Firenze, un'altra nel cenobio di Abbadia San Salvatore, località di cui divenne successivamente patrono.

La data in cui la casula - che la tradizione vuole appartenuta al santo papa e che è invece databile, anche per analogia con altre simili produzioni tessili, tra l'viii secolo e gli inizi dell'IX - giunse al monastero è sicuramente molto antica, ma incerta. La casula è costituita da due stoffe: una, la più grande, in seta rosso cremisi di probabile provenienza persiana, l'altra che forma il bordo e la croce, che potrebbe essere siriana. Oltre a rappresentare una delle stoffe più antiche ancora conservate, è il più ampio tessuto antecedente al Mille giunto fino a noi; è uno sciamito, cioè uno di quei raffinati drappi con effetto diagonale, realizzati solo in seta e riservati per l'uso delle corti. Presenta medaglioni perlati: quelli di dimensioni maggiori contengono figure di simurg, il leggendario animale iraniano incrocio tra il pavone e il drago, emblema di buon auspicio nell'arte sassanide. Il bordo istoriato mostra tralci vegetali che formano incorniciature circolari e inquadrano figure femminili affrontate, abbigliate con una lunga tunica verde, la testa cinta da un diadema e veli avvolti sulle braccia: si tratta di ballerine, secondo una iconografia diffusa nell'arte sassanide. Altre immagini presenti sono quelle di cacciatori in movimento, che reggono un lungo spiedo: queste raffigurazioni consentono di qualificare le immagini come profane, e di legarle alla esaltazione della vita imperiale.

Di arte scoto-irlandese è uno scrigno-reliquiario a cofanetto dell'VIII secolo, in legno, piombo granato, rame dorato e vetro. La sua rarità è testimoniata dall'esiguo numero di analoghe teche conservate; è stata presentata alla mostra sui Celti tenutasi a Venezia nel 1991 e all'esposizione Arte e cultura dell'età carolingia, allestita a Paderborn nel 1999. Fu ritrovato nel 1928 in un cippo in pietra all'interno dell'altare maggiore seicentesco dell'Abbazia, nel momento in cui questo venne smontato: era chiuso con un sigillo in cera, che mostra il busto di un abate e custodisce ancora delle reliquie. Non conosciamo l'epoca in cui pervenne all'Abbazia, ma avrebbe potuto trovarvisi sin dalla sua fondazione, oppure essere stato donato nel 1035 quando, il 13 novembre, la nuova chiesa venne solennemente riconsacrata. La pergamena della dedica elenca le numerosissime reliquie conservate nella chiesa: tra l'altro vengono ricordate quelle di San Colombano, ma non vi sono elementi per affermare che nel cofanetto siano conservati proprio sacri resti di lui, per quanto la corrispondenza tra la provenienza dell'arredo e la nazionalità del santo appare affascinante. Il reliquiario è stato restaurato nel 1986 ed è costituito da uno scrigno che si restringe verso l'alto e da un coperchio con quattro piani inclinati. Le decorazioni, che consistono in un motivo a cancello in metallo, sono limitate alle parti frontali, le uniche ad essere visibili durante l'ostensione del reliquiario che, secondo taluni, veniva appeso al collo. Tre cerchi in metallo dorato racchiudono al centro dei cabochons in vetro rosso; della stessa lega metallica sono i rinforzi angolari e la chiusura. Superiormente è presente una coronazione con teste animali e nodo centrale; sul fianco sinistro si conserva la chiusura originale.

Conferma il rilievo dell'abbazia amiatina anche il reperimento all'interno dell'altare maggiore di una scatola portareliquie lignea ricavata da un unico blocco di legno e di una pisside in argento, che presentano lo stesso sigillo con la raffigurazione dell'abate, identificato in Almigiso, che resse il monastero del SS. Salvatore alla fine del XII secolo. Probabilmente il sigillo ricorda solo il riconoscimento da parte dell'abate di reliquie che da tempo si trovavano nell'Abbazia. Anche la presenza nel cenobio del Codex Amiatinus, oggi alla Biblioteca Laurenziana di Firenze ma di cui è esposto il facsimile, ultimato nel VII-VIIIi secolo a Jarrow in Northumbria, documenta i rapporti con la cultura isolana, forse attraverso i significativi legami dell'abbazia amiatina con quella di Bobbio.

In una vetrina è inserito il Reliquiario a busto di San Marco papa, in rame dorato e smalti, commissionato dall'abate Giovanni da Firenze nel 1381 e restaurato nel 1984-1986. Il busto presenta al collo una fascia niellata - chiusa al centro da un fermaglio con l'immagine di un serafino - sulla quale corre l'iscrizione che ricorda il nome del committente e la data di esecuzione. La bocca semiaperta del santo lascia intravedere la reliquia del cranio, gli occhi sono smaltati, il volto incorniciato da barba e baffi fluenti. Sul capo poggia la tiara conica decorata da tre corone; la terminazione è fregiata dal globo e dalla crocetta apicale e lateralmente pendono le due infule. L'opera, già considerata lavoro di oreficeria fiorentina, è stata recentemente attribuita all'orafo senese Mariano d'Agnolo Romanelli, attivo tra il 1370 e il 1390. Fino a tempi recenti il reliquiario veniva esposto o portato in processione quando le avverse condizioni atmosferiche mettevano in pericolo i raccolti. Alcuni sigilli e un pastorale documentano il potere dell'abate del cenobio, mentre mazze e lanternoni processionali, e dei calici sono maggiormente legati alla vita religiosa e devozionale della zona.

Dal santuario della Madonna del Castagno di Abbadia giungono dei gioielli donati come ex voto alla miracolosa immagine, e dal presbiterio della stessa chiesa proviene un elegante frammento del pavimento maiolicato risalente alla seconda metà del Quattrocento. Due affreschi sono attribuiti a Francesco Nasini, il più noto rappresentante della nutrita stirpe di artisti amiatini: uno è stato staccato dal sottopasso di via del Monastero presso l'ingresso del cenobio e raffigura la Vergine col Bambino e San Michele arcangelo, l'altro mostra San Giovanni Battista e proviene dalla cripta dell'Abbazia.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: Abbazia del SS. Salvatore - via del Monastero, 42 - Abbadia S. Salvatore (Si)
ORARIO: estivo: 10-12,30 e 16-19,30; invernale: su richiesta
INGRESSO: gratuito
INFORMAZIONI: tel. 0577/778083

Museo dell'Abbazia del SS. Salvatore al Monte Amiata
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento