Musei d'arte sacra
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Museo dell'Opera del Duomo di Prato

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Claudio Cerretelli

Il complesso articolato e organico formato dalla Cattedrale di S. Stefano e dal Museo dell'Opera costituisce il polo di maggior interesse della città, per l'importanza delle opere che vi sono conservate e delle stesse strutture che le accolgono.

Fino dagli inizi del Novecento era stata avanzata l'ipotesi di un museo che ospitasse una serie di opere legate al Duomo e al culto della sacra Cintola, ma l'idea riprese forza solo dopo il 1955, a conclusione dei restauri della Cattedrale e del chiostrino romanico collegato. Occorsero comunque vari anni per la raccolta e l'ordinamento delle opere, e solo nel 1967 venne inaugurato il primo nucleo del Museo, in due sale del Palazzo Vescovile tra la piazza del Duomo e il chiostro romanico, allestite a cura di Silvestro Bardazzi e Francesco Gurrieri. L'esigenza di conservare con maggior sicurezza altre opere presenti nelle chiese diocesane e soprattutto di esporre i prestigiosi rilievi del pulpito di Donatello e Michelozzo, tolti dall'esterno nel 1970 per gravi problemi di conservazione, portò nel 1976 (grazie al contributo di Azienda di Turismo, Cassa di Risparmio e Comune) all'aggiunta di tre sale lungo il chiostro romanico. Quattro anni più tardi vennero collegate al Museo, su progetto di Francesco Gurrieri, anche le “Volte”, sostruzioni trecentesche del transetto della Cattedrale. Dopo la formazione di un iniziale Sistema Museale Pratese (1990) in base ad accordi tra Diocesi e Comune, si è avviata la ristrutturazione del complesso – che ormai si caratterizza come Museo diocesano – con la messa a norma degli impianti, il riordino dell'allestimento, l'aggiunta di nuove sale e il collegamento della varie sezioni in un unico, suggestivo percorso. I lavori, che coordino con Renzo Fantappiè, si concluderanno agli inizi del 2001.

Si accede al Museo dal cortiletto fra il Duomo e il Palazzo Vescovile, sul fondo del quale un'elegante incorniciatura rinascimentale in pietra serena ospita un affresco con l'Assunta, derivata dalla pala del Gherardini in S. Niccolò (1697), e attribuibile al pratese Pier Simone Vannetti (1666-1737). Il primo ambiente espositivo, la Sala del Due-Trecento, è coperto da una volta tardo trecentesca a padiglione con unghiature. La sala era stata utilizzata dal Quattrocento come biblioteca del Palazzo dei Proposti (poi Vescovile), e decorata nel 1452 dal fiorentino Antonio di Miniato (1387-1466 ca.) con tempere a monocromo, ormai appena leggibili: oltre ai Dottori della Chiesa sulla volta, alcuni Santi martiri nelle lunette mostrano cauti richiami ai dipinti di Paolo Uccello in Cattedrale (1435-1436).

Le opere più antiche esposte nella sala sono una consunta lunetta ad affresco della metà del Duecento (staccata dal primo portale laterale del Duomo) che raffigura la Madonna che allatta il Bambino, tra due angeli, e un eccezionale, vigoroso altorilievo in arenaria proveniente dalla Badia di Montepiano, eseguito intorno al 1262 e firmato da Giroldo di Iacopo da Como (a lungo attivo in Toscana): la Madonna in trono fra i santi Michele arcangelo, Pietro e Paolo. Piccolissimo, ai piedi della Vergine, si fece ritrarre anche il committente, l'abate Benevenutus. Nell'opera – che probabilmente costituiva in origine parte di un pulpito – agli elementi di tradizione bizantina si uniscono una dimensione “classica” che richiama a Nicola Pisano, e un robusto plasticismo di ascendenza gotica. La sala ospita altre due sculture trecentesche: un Angelo reggicortina, acefalo, in marmo bianco, resto di un monumento sepolcrale della metà del secolo, e una consunta ma elegantissima Madonna col Bambino, scultura lignea degli inizi del XIV secolo con tracce di policromia, proveniente da un tabernacolo pratese (dono della famiglia Rocchi), caratterizzata dall'accentuazione ritmica della linea dei panneggi e della posa, opera di un originale artista fiorentino, forse dell'ambito di Giovanni Pisano.

Tra i dipinti su tavola esposti nella sala – soprattutto pannelli di polittici smembrati – il più antico è una venerata Madonna del Parto (tra i primi esempi di questo raro soggetto), dipinta intorno al 1320 per la pieve di S. Stefano da un artista giottesco locale – forse Convenevole di Duccio –; ad un altro pittore locale, direttamente influenzato da Bernardo Daddi, si debbono due pannelli cuspidati a fondo oro provenienti da S. Pietro a Mezzana: la Madonna col Bambino e San Pietro, del 1340 circa. A più raffinati artisti fiorentini operanti tra il 1365 e il 1370 si debbono le opere seguenti. È attribuita al cosiddetto Maestro di San Lucchese la straordinaria Madonna col Bambino da S. Paolo a Carteano, dal fuso, profondo chiaroscuro, che mostra ricordi di Maso di Banco e degli Orcagna, avvicinandosi alle migliori opere di Iacopo di Cione. Il fondo, scurito, era probabilmente argento meccato. I due pannelli cuspidati con San Giacomo e San Giovanni Battista, provenienti dal Duomo, sono invece opera di un maestro dell'ambito di Nardo di Cione oggi identificato in Giovanni Bonsi (al quale si attribuisce anche l'affresco con la Madonna della Pietà nell'omonimo santuario pratese).

Altre tavole sono databili ai primi del Quattrocento. La luminosa Annunciazione (1410 circa), con sintetiche figure dalle proporzioni allungate, fu fatta dipingere dal notaio Antonio dei Toffi per S. Lorenzo a Pizzidimonte, e sembra opera del fiorentino Lorenzo di Niccolò, allievo del Gerini. Di cultura non troppo diversa è l'autore della Crocifissione, tavola cuspidata a fondo oro proveniente da S. Biagio a Cantagallo. Avvicinata a Cenni di Francesco, fu probabilmente eseguita da un artista più raffinato – si notino le eleganti figure falcate della Vergine e San Giovanni – vicino all'ambito geriniano. Si deve invece alla piena maturità di Maestro Francesco, capo di un'attiva bottega fiorentina, l'anconetta a fondo oro con la Madonna, il Bambino e dodici santi, il cui gruppo centrale mostra forme assai mature e precoci, forse già memori di Masaccio. Intorno al 1415 Giovanni Toscani (1375-1430 ca.) dipinse per il convento di S. Bartolomeo del Carmine un polittico, di cui restano i due pannelli laterali (la parte centrale è nel Museum of Art di Philadelphia) con San Matteo e San Giovanni, San Giacomo e Sant'Antonio abate, grandi figure alleggerite dal raffinato cromatismo e dall'elegante ritmo gotico delle vesti e delle pose.

La sala è completata da una vetrina con suppellettile sacra di manifattura fiorentina: due eleganti calici trecenteschi in rame dorato con base lobata e smalti nel nodo, provenienti da S. Leonardo in Collina e S. Maria a Narnali; tre croci astìli in rame dorato della seconda metà del Trecento – da Cavagliano, Gonfienti e Mezzana – con Crocifisso di fusione e terminali lobati con incisioni, e una quarta croce simile, ma già quattrocentesca, da S. Ippolito di Vernio. Nella sala è infine una campana in bronzo dall'elegante forma a pera, fusa da Maestro Martino nel 1363.

L'ambiente contiguo, la Sala dei Parati, ha volta unghiata rinascimentale su peducci in pietra serena, e prende nome dall'eccezionale Parato di Santo Stefano, donato intorno al 1590 alla chiesa pratese dal proposto, il cardinale Alessandro dei Medici (poi papa Leone XI). Il parato, realizzato in velluto rosso controtagliato su fondo di teletta d'oro, col classico motivo della melagrana, è arricchito da notevoli ricami figurati: nel piviale sono l'Incoronazione della Vergine, nello scudo, e Santi nella bordura, presenti anche nella pianeta; bellissimo è il paliotto, ornato da un fregio a ricamo con Virtù su festoni, cherubini e la Lapidazione di Santo Stefano, il cui disegno è attribuibile a Giovanni Maria Butteri (1540-1606 ca.), seguace di Alessandro Allori. Al di sopra del paliotto, una ricca cornice dorata accoglie la tavola con la Madonna e il Bambino coi santi Anna e Giovacchino, vicina al fiorentino Zanobi Poggini (not. 1540-1563) e derivata dalla Madonna di Porta Pinti di Andrea del Sarto.

Sulla parete davanti all'ingresso è un monumentale lavabo in pietra serena, con raffinata mostra architettonica a portale, collocato in origine nella sacrestia della Cappella della Cintola, che fu realizzato nel 1487 da Lorenzo di Salvadore da Settignano forse su disegno di Giuliano da Sangallo, col quale Lorenzo collaborava in quegli anni eseguendo capitelli e decorazioni in S. Maria delle Carceri. Ai piedi del lavabo sono due tripodi in ferro battuto (uno tardogotico, l'altro con spunti rinascimentali, forse eseguito nella bottega di Maso di Bartolomeo) e un elegante faldistorio (sedile vescovile) dei primi del Cinquecento. Quattro vetrine lungo le pareti conservano raffinati graduali da coro con miniature: il Corale D, dalla Cattedrale, ha vivaci figure ispirate allo Starnina e a Lorenzo Monaco, eseguite nel 1429-1430 dal fiorentino Rossello Franchi (1377-1456) con l'aiuto di Matteo Torelli per la parte decorativa; il Corale C fu miniato nel 1435 per la Badia di S. Fabiano dal fiorentino Meo di Frosino (1366-1441), allievo di Agnolo Gaddi, e dal padovano Battista di Niccolò; i Corali B ed A vennero impreziositi nel 1499-1501 da Attavante Attavanti (1452-1517), con scene e figure ricche di naturalezza, vicine alla pittura di Domenico Ghirlandaio. In altre vetrine minori sono infine un antifonario miniato del 1270-1280 (forse dall'antico spedale di Maliseti), reliquiari in rame dorato del XVI secolo, paci (una seicentesca, dipinta su vetro) e tre messali con raffinate coperte in argento (una del 1694, di Girolamo Gorgieri, una seconda, assai raffinata, del 1768, l'ultima del 1840, di Giovanni Guadagni).

Da questo ambiente si accede alla Sala della Cintola, ricavata in un loggiato tardo-trecentesco tamponato, rispondente sul cortiletto di ingresso al Museo. Nella sala, in fase di allestimento, sono esposte opere collegate al culto per la reliquia della sacra Cintola, venerata dal XII-XIII secolo nella pieve, poi cattedrale, di S. Stefano. Un apocrifo orientale del V-VI secolo narra che la Madonna durante la sua assunzione consegnò a San Tommaso la propria cintura, a testimonianza dell'evento; la tradizione medievale pratese prosegue il racconto, narrando che la Cintola, o Cingolo, fu consegnato dagli apostoli a un sacerdote, e conservato dai suoi discendenti finché il pratese Michele, sposatosi in segreto a Gerusalemme con una fanciulla del posto, ebbe in dote dalla madre di lei la reliquia. Tornato a Prato nel 1141, Michele consegnò in punto di morte – nel 1172 – la sacra Cintola alla pieve. Sicuramente presente nella chiesa dalla prima metà del Duecento, la reliquia – vero Palladio cittadino – divenne in breve il simbolo e il baluardo dell'autonomia religiosa e civile rivendicate e raggiunte da Prato.

Nella sala sono collocati alcuni suggestivi rilievi in marmo bianco, opera del senese Niccolò di Cecco del Mercia (not. 1349-1370) e del figlio Sano, scolpiti nel 1349-1360 per un pulpito esterno e probabilmente per il corrispondente parapetto interno alla chiesa, dai quali si mostrava la reliquia della Cintola ai pellegrini raccolti nella piazza e nella pieve. I rilievi sono opera di un artista di notevole espressività ma assai attardato, con evidenti richiami a Tino da Camaino; malgrado alcune diversità nell'esecuzione, tutte le lastre mostrano una vivace vena narrativa: le figure, pur realizzate su un unico piano, sono rese pittoricamente più mosse e vibranti grazie allo scavo profondo del marmo, che crea netti contrasti di luce. Due scene, l'Assunta che dà la Cintola a San Tommaso, tra cherubini e angeli musicanti e San Tommaso che consegna la Cintola a un sacerdote, facevano sicuramente parte del pulpito esterno montato nel 1360 (poi sostituito da quello di Donatello), come vuol suggerire anche la struttura che le sorregge. Degli altri due rilievi, la Dormitio Virginis (gli apostoli intorno alla salma della Vergine, e Cristo che ne sosteneva l'animula, perduta) fu tagliata e rimaneggiata nel 1395, per adattarla alla parte posteriore dell'altare della Cintola, mentre l'Incoronazione della Vergine non fu mai completata.

Nella sala è riproposta una copia della Madonna col Bambino di Giovanni Pisano (nella Cappella della Cintola) vestita e incoronata, secondo l'uso attestato dal Trecento alla prima metà del Novecento. Le corone – in argento, bronzo dorato e pietre dure – sono del 1770 circa; di poco più tardi il mantello e la cosiddetta dalmatica, con ricchi, simmetrici motivi floreali ricamati in oro. Un'altra preziosa dalmatica del primo Settecento, con pietre dure e un fittissimo ricamo in oro, troverà posto in una vetrina, insieme a suppellettile sacra in argento del corredo della Cappella della Cintola (il messale con coperta in argento, del 1745, due turiboli di Francesco Vandi, del 1689, navicelle, candelieri), e a un guanto in seta, cinquecentesco, utilizzato per l'ostensione della Cintola prima che fosse collocata nell'attuale reliquiario in cristallo di rocca (1638). Recente attestazione del vitale culto per il “cingolo” mariano è, infine, il modello in gesso del paliotto con la Dormitio Virginis, realizzato nel 1983 da Emilio Greco (1913-1995) per la cappella della Cintola, in sostituzione di quello rubato nel 1980, insieme a tutto l'apparato settecentesco dell'altare.

Dalla sala della Cintola una scala scende nella zona seminterrata, raggiungendo sulla sinistra l'area di scavo che ha consentito di collegare direttamente la prima sezione del Museo con le sale lungo il chiostro. Nello scavo – condotto dalla Soprintendenza ai Beni archeologici di Firenze – sono stati recuperati resti ceramici databili dal periodo etrusco (IV secolo a.C.) al XV secolo, che attestano l'antichissima frequentazione di quest'area anche prima della nascita della città (periodo longobardo), e le molte trasformazioni subite. Tra le strutture ancora leggibili, sono precedenti alle mura urbane del XII secolo (la parete settentrionale ne costituisce un tratto) un pilastro in alberese, i resti del pavimento di una capanna, forse del X secolo, una sepoltura datata all'870 e due fornacette – forse da pane – del IX secolo. Parte del prezioso materiale ceramico (olle, catini, boccali, maioliche arcaiche), restaurato e catalogato dalla Soprintendenza, troverà posto in alcune vetrine.

Dallo scavo si risale nella Sala del Rinascimento, riprendendo l'ordinamento cronologico delle raccolte. L'ambiente, con volta unghiata su peducci scanalati del tardo Quattrocento, ospita dipinti del XV-XVI secolo (alcuni dei quali torneranno tra breve nel Museo dalla mostra “I Tesori della città”, nel Museo di Pittura Murale in S. Domenico).

L'opera più antica esposta nella sala è una tavola cuspidata a fondo oro con la Trinità (1435-1440), forse commissionata dal Ceppo. Il dipinto – nonostante un'attribuzione ad Apollonio di Giovanni – sembra opera di Andrea di Giusto Manzini, chiamato a completare gli affreschi di Paolo Uccello in Cattedrale. Notevoli sono le somiglianze col polittico dipinto dal Manzini nel 1435 per il monastero delle Sacca, anche se la Trinità appare più aggiornata, ricca di cura e realismo nei particolari, e forse memore – nella figura del Cristo – della Trinità di Masaccio (col quale Andrea di Giusto aveva collaborato a Pisa) in S. Maria Novella.

La presenza di Paolo Uccello a Prato, intorno al 1435, non ebbe esiti evidenti, anche per la breve durata; effetti ben diversi provocò invece, pochi anni dopo, la lunga attività pratese di Filippo Lippi (dal 1452 al 1466), che segna il momento più fecondo e originale della pittura nel nostro territorio. In quegli anni infatti l'artista si trasferì a Prato con la sua bottega, dopo aver ottenuto l'incarico di affrescare la cappella maggiore della cattedrale di S. Stefano, una delle pagine più belle e innovative dell'arte italiana. Tra le pale eseguite in quegli anni, capolavoro assoluto è quella con le Esequie di San Girolamo, commissionata al Lippi dall'anziano proposto Geminiano Inghirami per un altare della Cattedrale, intorno al 1453. Se appare meno riuscito, per l'intervento di almeno due collaboratori, il rutilante coronamento della tavola (con la Trinità e Scene della vita del Santo), eccezionale è la zona inferiore, per la sensibile resa delle reazioni emotive dei personaggi, per il colore e i particolari raffinati, le forme morbide, intessute di luce: l'assorto proposto Inghirami, avvolto in vesti dal ricco panneggio, assiste alla scena in devoto silenzio, affiancato dal vitale storpio sanato, esempio tipico dell'umanità viva e pulsante spesso ritratta dal Lippi. Nei frati che fanno corona alla salma di Girolamo la coinvolgente resa delle diverse gradazioni del dolore – da contenuto a esploso nell'urlo – si accorda al modularsi, ugualmente sensibile, dei variati toni di grigio nelle morbide tonache.

Precedente di alcuni anni è la bellissima pala con la Madonna e il Bambino in trono tra i santi Giusto e Clemente (1449), dipinta per la chiesetta di Faltugnano – a testimonianza di un'aggiornata cultura anche in zone marginali del territorio – da Piero di Lorenzo di Pratese, il cosiddetto Maestro della Natività di Castello, che fu uno stretto collaboratore di Filippo Lippi. L'opera si caratterizza per l'interessante spazio ricreato dal trono architettonico classicheggiante (sorretto da angeli-telamoni ispirati alla scultura di Donatello e Luca Della Robbia) nel quale si inseriscono le figure, dal colore denso e smaltato che richiama all'Angelico e alla pittura fiamminga. Il San Clemente è forse un ritratto del rettore della chiesa.

La tavola centinata con la bella figura di Santa Lucia (nella predella è una scena del martirio) costituiva un altare devozionale della pieve – poi cattedrale – di S. Stefano. Dipinta da un artista di cultura complessa, di formazione lippesca ma con richiami al Ghirlandaio e al Botticini, fu ritenuta opera giovanile di Filippino Lippi, accostandola poi al cosiddetto Maestro dell'Epifania di Fiesole, che però – nel segno deciso e nella rigidezza delle figure – si distacca dalla resa più sensibile della luminosa Santa Lucia.

Di ambito botticelliano, e databile all'ultimo decennio del Quattrocento, è un Crocifisso dipinto sulle due facce di una tavola sagomata, a imitazione di una scultura. Questo sistema, inventato nel Trecento, fu spesso adottato da Lorenzo Monaco e ripreso, più raramente, anche nel XV secolo (un esempio molto simile è nell'ospedale fiorentino di S. Maria Nuova, un secondo, attribuito al Botticelli, è a Portland). Il Crocifisso pratese, di raffinata eleganza nelle proporzioni allungate e nel fuso chiaroscuro, richiama alla tarda attività del Botticelli (si veda la Crocifissione simbolica del Fogg Art Museum di Cambridge), che risente del pathos savonaroliano, e a quel clima riporta anche il luogo di provenienza del dipinto, il monastero di S. Vincenzo, nel quale fu forte il culto per il Savonarola, perpetuato da Santa Caterina de' Ricci per tutto il XVI secolo.

L'efficace frammento di vetrata con l'Annunciazione, eseguita per la Cattedrale nel 1509 da fra Paolo di Mariotto da Gambassi (attualmente nella mostra su “I Tesori della città”), si basa su un disegno ghirlandaiesco, vicino al cosiddetto Maestro della Natività Johnson (la cuspide fu molto trasformata tra Sette e Ottocento). Negli stessi anni va collocata anche la tavola con la Madonna e il Bambino tra i santi Michele e Pietro martire, da S. Michele a Canneto, dipinta ai primi del Cinquecento da un artista locale di piacevole ingenuità – forse Benedetto di Paris da Vernio – che sembra addirittura trovare ispirazione per la posa del Bambino nel descritto rilievo duecentesco di Giroldo da Como.

Tra le opere destinate alla devozione privata, che ebbero notevole diffusione anche in Prato, è da porre la tavoletta con l'Annunciazione e San Giuliano, replica di un dipinto lippesco in Galleria Comunale eseguita nella seconda metà del XV secolo dal Maestro della Natività Johnson (forse Domenico di Zanobi). Un ulteriore esempio di questa tipologia è la modesta, consunta tavoletta con la Madonna, il Bambino e un angelo (1480-1500), riconducibile a una bottega fiorentina (raccolta sotto il nome di comodo dello Pseudo Pier Francesco Fiorentino) specializzata nella produzione di opere devozionali che utilizzano e combinano modelli del Lippi e del Pesellino.

Più tarde, ma sempre legate alla devozione privata, sono una serie di piccole Madonne cinquecentesche su tavola, presenti nella parte restante della sala.

Attribuibile a Francesco Brina è un felice, rapido bozzetto con la Madonna e il Bambino (dono della famiglia Gatti); più colta e raffinata – con richiami al Pontormo e ad Andrea del Sarto – è una Madonna col Bambino, San Giovannino e due angeli del 1560 circa (prima versione di un dipinto del City Museum di Birmingham), opera del fiorentino Maso da San Friano (1532-1571), artista al quale è attribuibile anche un'altra elegante Madonna col Bambino e San Giovannino, di poco più tarda. Nella sala è posto un ritratto di Lapo Spighi, del veronese Sebastiano Vini (1525-1602 ca.) a lungo operante a Pistoia; allo stesso artista si ispirò anche il pittore locale autore della Santa Apollonia, protettrice contro il mal di denti, dipinta nel 1568 per un altarolo devozionale nella Cattedrale.

L'ambiente successivo, la Sala del pulpito, nonostante le forme rinascimentali della volta ha struttura medievale, e la sua parete settentrionale costituisce un tratto delle mura urbane del XII secolo. La sala prende nome dall'opera più prestigiosa e nota di Prato: il pulpito rinascimentale realizzato da Donatello e Michelozzo sull'angolo esterno della Cattedrale, dal quale ancor oggi viene mostrata la reliquia della sacra Cintola ai fedeli raccolti nella piazza (per Natale, Pasqua, il 1° maggio, il 15 agosto, l'Assunta, e l'8 settembre, Natività di Maria). I rilievi in marmo bianco del parapetto, realizzati tra il 1434 ed il 1438 da Donatello (1386-1466) e la sua bottega, vennero tolti dall'esterno nel 1970 per le cattive condizioni di conservazione, sostituendoli con calchi in vetroresina. Collocati nel Museo nel 1976, sono stati sottoposti tra il 1990 ed il 1999 ad un laborioso restauro curato dall'Opificio delle Pietre Dure con tecniche innovative (laser a infrarossi), che ha reso leggibilità e unità al complesso, riscoprendo in molte zone una calda patina rosata di ossalato di calcio; i rilievi sono stati infine rimontati su un supporto che ripropone la forma del pulpito. La veduta ravvicinata consente di apprezzare la felicità inventiva del disegno, la cui libertà creativa assoluta è da attribuire totalmente a Donatello, anche se nei rilievi l'esecuzione – condotta a più mani nella bottega dell'artista – non è sempre all'altezza dell'invenzione.

Il parapetto del pulpito, di potente suggestione, ripropone le forme di un tempietto circolare sorretto da coppie di pilastrini scanalati che lo suddividono in sette riquadri, all'interno dei quali si intreccia con carica incontenibile la danza – una complessa “farandola” – dei gruppi di angeli festanti (ispirati ai putti-genietti dei sepolcri romani, sicuramente studiati dall'artista durante il soggiorno romano del 1432-1433), la cui gioia si manifesta nella libertà dei gesti dal ritmo incalzante, resi pittoricamente grazie allo stiacciato, ai complessi scorci prospettici e al vibrare del mosaico dei fondi (frammenti di vasellame originariamente dorati a missione).

Strettamente collegata al Pulpito e alla sua funzione è l'unica opera di oreficeria esposta nella sala, eseguita da Maso di Bartolomeo (1406-1456), collaboratore di Donatello: la piccola Capsella della sacra Cintola (1446-1447), che contenne la reliquia mariana fino agli inizi del Seicento. Il prezioso scrigno in rame dorato, osso e corno (che generano un raffinato effetto cromatico, proseguito all'interno da un magnifico lampasso d'oro su fondo rosso), rielabora il motivo donatelliano della danza di putti tra le colonne di un tempietto, il cui coronamento ha robuste volute di gusto brunelleschiano, e si caratterizza per la completa, precocissima assenza di elementi gotici e per il respiro monumentale – nonostante le dimensioni contenute – che ne fanno un capolavoro, non solo a livello di oreficeria.

Spunti vicini alla cultura donatelliana e richiami ad opere attribuite a Nanni di Bartolo detto il Rosso (not. 1419-1451), collaboratore di Donatello tra il 1419 e il 1421, si rintracciano nell'interessante busto in terracotta (in origine policromata) col San Lorenzo, proveniente da Pizzidimonte, opera di un artista fiorentino della prima metà del Quattrocento.

La sala del pulpito ospita anche alcune sculture eseguite dal fiesolano Francesco di Simone Ferrucci (1437-1493): l'accattivante statuetta in marmo bianco raffigurante Gesù bambino benedicente, coi simboli della Passione (ispirata a quella di Desiderio da Settignano in S. Lorenzo a Firenze) fu scolpita intorno al 1486 per il ciborio della Cattedrale (smembrato nel XVII secolo), e risulta presente in vari progetti per altari attribuiti al Ferrucci (Uffizi, Chatsworth, Victoria and Albert Museum), forse riferibili al ciborio pratese. Sono invece parti del coro realizzato dall'artista per la stessa chiesa, nel 1474-1476, alcuni frammenti di rilievi in marmo – due cherubini entro clipeo e una candelabra –; altre lastre simili con stemmi, cornucopie e cherubini, furono riutilizzate nel Seicento per ornare la balaustrata presbiteriale della Cattedrale.

La vicina Sala del Tesoro, in fase di riallestimento, presenta una ricca scelta di oreficeria e suppellettile sacra dal XVI al XIX secolo. Notevoli tre Crocifissi da altare in bronzo provenienti dalla Cattedrale: il più antico (con base manierista in marmo giallo), di influsso michelangiolesco nelle proporzioni delle membra compostissime, è opera di un raffinato scultore fiorentino della seconda metà del Cinquecento; sullo scorcio dello stesso secolo venne realizzato il secondo Crocifisso, dorato, di finissimo modellato e proporzioni eleganti, opera di Antonio Susini (1558-1624) su modello del Giambologna suo maestro. L'ultimo, che richiama all'Algardi, è opera raffinatissima delle botteghe granducali della fine del Seicento. Interessanti anche due piccole paci in argento (con Cristo nel sepolcro sorretto da angeli), una tradizionalmente attribuita al carrarese Danese Cattaneo (1509-post 1555), l'altra sbalzata nel 1632 dal fiorentino Bastiano Guidi.

Tra le argenterie del XVII secolo, oltre ad alcuni calici e pissidi di manifattura fiorentina, si segnalano un turibolo a castello in argento, di forme goticheggianti ma eseguito nel 1600 per S. Fabiano e un ricco fermaglio da piviale, opera di Matteo Fattorini, donato nel 1654 al primo vescovo della diocesi di Pistoia e Prato.

Ricca la presenza di argenti settecenteschi, tra i quali notevoli calici (uno napoletano, del 1744, con minutissimi ornati traforati; il secondo, romano, donato alla diocesi nel 1888 da Leone XIII; l'ultimo, fiorentino, eseguito intorno al 1738), due belle serie di cartegloria della prima metà del secolo, pissidi, palmatorie, candelieri da tavolo, e un leggio con coperta d'argento eseguita da Adriano Haffner nel 1753 per il santuario del Giglio.

Di altissima qualità sono infine due ostensori del Duomo: uno del primo Settecento, vicino a esempi romani coevi, l'altro – eseguito nel 1729-1730 da Lorenzo Loi – con struttura solenne e raffinata, arricchita da riporti dorati. Allo stesso Loi si debbono anche due angioletti in bronzo dorato (1724) che ornavano il ciborio dell'altare del Santissimo Sacramento in Cattedrale (proveniente dalla chiesa di S. Bartolomeo).

La consegna di gran parte degli argenti imposta dal granduca Ferdinando III nel 1798 e dal governo francese l'anno seguente comportò gravissime perdite: vennero tra l'altro fusi due busti reliquiario rinascimentali eseguiti da Antonio di Salvi; quello di Sant'Anna fu rifatto nel XIX secolo sul modello dell'antico, l'altro, di Santa Corbulina, fu eseguito in forme neoclassiche nel 1827 da Gaetano Guadagni. Alla fiorente bottega fiorentina dei Guadagni si devono anche un acquamanile con piatto e un Crocifisso da altare, mentre tra gli altri argenti ottocenteschi si segnalano due calici: di gusto neoclassico e di squisita fattura il primo, opera romana di Giuseppe Boroni, l'altro eseguito nel 1861 dal fiorentino Ugolino Francioni e donato dal pratese Ferdinando Baldanzi, arcivescovo di Siena.

Anche l'ambiente contiguo, la Sala del Sei-Ottocento, è in fase di riallestimento, ma vi sono già collocate diverse opere. Provengono dagli altari barocchi del transetto della Cattedrale (demoliti nell'Ottocento) tre grandi tele. Per primo fu dipinto il Martirio di San Lorenzo (per la cappella dedicata a quel santo), composizione affollata, con richiami al Passignano, iniziata nel 1666 dal fiorentino Mario Balassi (1604-1667) e conclusa dopo la sua morte dal celebre Carlo Dolci, che intervenne sulle figure del Santo e del soldato in primo piano. Allo stesso Carlo Dolci (1616-1686), forse il pittore più rappresentativo del Seicento fiorentino, fu commissionata la tela con l'Angelo custode (il quale indica al fanciullo la via faticosa che porta alla salvezza, rispetto a quella facile che conduce alla perdizione), voluta dalla compagnia omonima per la cappella dell'Assunta. La pala, dipinta nel 1670-1675, è forse il più riuscito esempio della pittura “devota” dell'artista, con eccezionali brani di lirica raffinatezza e sensibilità nei fiori, nelle stoffe preziose, nel trasparente incarnato del fanciullo.

Capolavoro della pittura sacra del fiammingo Livio Mehus (1630-1691), a lungo attivo alla corte medicea, è la tela con San Pietro d'Alcantara che comunica Santa Teresa d'Avila, dipinta nel 1683 per la cappella Inghirami. La composizione libera, realizzata con pennellate dense che ricreano luci intense e vibranti, in un'atmosfera mistico-sensuale, sembra ispirata al tardobarocco romano e alla pittura del Grechetto. Altre opere di dimensioni più contenute troveranno posto nella sala. Proviene dal Palazzo Vescovile una discreta versione di bottega della Natività della Vergine, studiatissima, pacata composizione dipinta nel 1608 da Lodovico Cardi (1559-1613), detto il Cigoli, per la chiesa pistoiese della SS. Annunziata. È invece opera matura di un altro grande maestro fiorentino, Jacopo Chimenti (1554-1640) detto l'Empoli, il rapido, efficacissimo bozzetto per il controsoffitto del Duomo di Livorno, raffigurante la Vergine che porge il Bambino a San Francesco, eseguito su commissione granducale. Non è noto come la piccola tela, dipinta intorno al 1619, sia giunta al monastero di S. Clemente, da cui proviene. La luminosa, monumentale Santa Cecilia, da S. Pietro a Iolo (parte di una serie di tre dipinti da Compagnia), è opera felice di uno dei maestri della pittura fiorentina del Seicento, Matteo Rosselli (1578-1650). L'aristocratica eleganza della figura, dal contenuto patetismo, e il ricco cangiantismo delle vesti sembrano collocare il dipinto nel secondo decennio del secolo.

Tra le altre opere più tarde, il Sant'Antonio da Padova, vivace frammento dalla pennellata franta e densa, è l'unico resto della pala con l'Immacolata, dipinta nel 1679 da Pier Dandini (1646-1712) per l'oratorio privato dei Verzoni. Nello stesso periodo fu realizzata per una cappella in S. Domenico la pala con l'Apparizione della Vergine a San Pio V, coi santi Benedetto e Francesco, caratterizzata da una materia densa e succosa e da richiami a Pietro da Cortona e al Pignoni. La tela è opera giovanile di Bartolomeo Bimbi (1648-1730), che raggiunse notevole fama nel genere della natura morta, in cui si specializzò. La sala ospita anche opere più tarde, tra le quali di notevole interesse è una tela con cornice architettonica dorata neorinascimentale (donata al Museo dalla famiglia Pecci), raffigurante il Trasporto della salma di Santo Stefano, dipinta nel 1865 dal pratese Alessandro Franchi (1838-1914) per una cappella dei Cai. L'opera è tra le più originali e sentite dell'artista per la composizione di scorcio con figure ricche di nobiltà, i suggestivi effetti di luce e l'originale taglio della scena, che avvicinano il dipinto alle contemporanee esperienze francesi di Hippolyte Flandrin, allievo di Ingres.

Dalla sala si esce all'aperto sotto il lato residuo del suggestivo chiostro romanico a incrostazione marmorea di raffinatissima bicromia, unico esempio esistente di questa tipologia nel territorio fiorentino (alcuni elementi vicini si rintracciano nel chiostro dell'abbazia senese di S. Mustiola a Torri, precedente al 1189). Realizzato nella seconda metà del XII secolo sui quattro lati del cortile interno (racchiuso tra il fianco della Cattedrale e l'antico Palazzo dei Proposti), crollò probabilmente – ad eccezione del lato orientale –  fra XIV e XV secolo. Le undici arcatelle leggermente rialzate si raccordano (tramite “stampelle” di ispirazione lombarda o pisano-lucchese) alle esili colonnine in marmo bianco e a quelle in serpentino verde, di forme più robuste (di lato al varco centrale e agli estremi); le colonne poggiano su un basamento ornato da un motivo a losanghe in serpentino e marmo bianco. Dalla cultura fiorentina derivano l'uso del marmo verde a sottolineare la parte strutturale (archetti e cornici), le fini tarsie nei pennacchi degli archi, e il linguaggio classicheggiante dei capitelli fogliati delle colonne minori. Invece i tre fantasiosi capitelli zoomorfi del varco centrale e della colonnina a sinistra di questo, di robusto effetto plastico, databili intorno al 1160 (ma in buona parte ripristinati nel 1947-1952, come gli altri capitelli minori), sono attribuiti all'interessante Maestro di Cabestany, nel Rossiglione (in Toscana restano sue opere a S. Antimo e S. Casciano Val di Pesa). Infine, il classico capitello corinzio in marmo bianco sulla tarchiata colonna angolare di sinistra è romano, di epoca imperiale, mentre quello simile, all'opposto, è un'imitazione medievale. Il secondo ordine del chiostro, con tettoia sorretta da cinque pilastrini ottagonali conclusi da capitelli a foglia d'acqua di gusto tardogotico, e parapetto a fasce alterne bianche e verdi, fu realizzato nel 1428 in sostituzione di quello romanico.

Sotto il chiostrino un'elegante bifora duecentesca (con capitello corinzio in marmo verde e frammento di fregio a ovuli di epoca romana) dà luce ad una cappella sepolcrale, detta dei Migliorati, nella quale è una tomba del XII secolo che ha copertura a capanna – tagliata dalla volta a botte, più recente – ornata lateralmente da mensolette in laterizio e sorretta da colonnine binate in arenaria con capitelli arcaizzanti.

Da questo piccolo ambiente un corridoio – realizzato nel 1980 e volutamente evidenziato come moderno – dà accesso all'Antiquarium, sulla sinistra, e alle “Volte”. L'Antiquarium è un vano a doppio volume coperto da volta a botte ribassata, sottostante la cappella del Santissimo Sacramento in Cattedrale, originariamente utilizzato per sepolture. Vi sono esposti frammenti trovati negli scavi eseguiti dagli anni ‘70 nell'area della chiesa e del Palazzo vescovile. Nella zona superiore (scavi nella Cattedrale) sono alcune lastre sepolcrali in terracotta con volute impresse a crudo e tre macine in pietra (forse precedenti al X secolo); frammenti del pavimento musivo dell'antica pieve (XI-XII sec.), e alcuni catini in terracotta (fine XV-inizi XVI sec.) recuperati dalla vicina cappella di S. Stefano nelle “Volte”. Nella zona inferiore sono frammenti architettonici del chiostrino, tra i quali i resti di uno dei capitelli originali del Maestro di Cabestany, parti di colonnine, una tarsia ricavata in un frammento di sarcofago romano con puttino; altri resti sono pertinenti alla Cattedrale o a monumenti sepolcrali.

Il corridoio prosegue sboccando nelle “Volte”, ampio ambiente coperto da crociere realizzato nel primo quarto del Trecento come parte basamentale delle cinque cappelle del transetto della Cattedrale, e utilizzato dal 1326 alla fine del Settecento per sepolture, delle quali restano numerosi stemmi in pietra o dipinti, e insegne sepolcrali affrescate.

All'ingresso, la parete sulla sinistra ha in alto un affresco con la Pietà, databile alla metà del Trecento, tagliato da una porta che immette in un oratorio sottostante la sacrestia della Cattedrale, utilizzato dalla Compagnia dei Battuti di S. Stefano, sorta dopo la “peste nera” del 1348. La cappella, coperta da volte a crociera ribassate, è dotata di un originale vespaio formato da circa cento ciotoloni e coli in terracotta rovesciati, della fine del XV-inizi del XVI secolo, lasciato parzialmente in vista nell'angolo nord-ovest. La zona inferiore delle pareti reca tracce della prima decorazione (metà del Trecento) ad arcatelle e tondi con busti, rovinata dall'umidità, che prosegue sotto gli affreschi attualmente visibili. Le crociere furono dipinte con tecnica mista da un rapido artista della fine del Trecento-inizi del Quattrocento con gli Evangelisti e Santi, mentre il Dio Padre al centro della sala è stato incongruamente danneggiato per far riemergere un precedente, mediocre Agnus Dei. Lo stesso artista iniziò anche la decorazione delle pareti (con un'Ascensione, frammentaria, a sinistra dell'ingresso), che fu però completata intorno al 1420-1425 da altri pittori. Probabilmente Antonio di Miniato (1387-1466 ca.) e un collaboratore affrescarono i modesti monocromi a verdaccio nelle lunette, con l'Ultima Cena; l'Orazione nell'orto degli ulivi; la Flagellazione, e due Profeti, mentre al più abile Pietro di Miniato (circa 1366-1430), in collaborazione col fratello, è attribuibile il finto trittico con la Madonna e il Bambino in trono fra i santi Stefano e Lorenzo (sotto la Madonna sono dipinti due confratelli della compagnia, con la “buffa” sulla testa). La contigua Lapidazione di Santo Stefano, di altra mano, richiama ad opere di Arrigo di Niccolò.

Nella cappella troveranno posto importanti reliquiari: quello della Santa Croce, in forma di tempietto con cupola a scaglie, opera dell'argentiere fiorentino Egidio Leggi (1590), conserva un frammento della Croce proveniente da Costantinopoli, donato nel 1405 alla città insieme alle reliquie di Sant'Anna; quello di San Lorenzo, con base del Leggi (1591) e teca ampliata nel primo Settecento; un secondo reliquiario della Santa Croce, settecentesco, in filigrana d'argento e cristallo di rocca e quello, di grandi dimensioni, di Santo Stefano, realizzato per la Cattedrale in elaborate forme neogotiche dal pratese Mario Silvestri nel 1887, su disegno di Alessandro Franchi.

Tornati nel corridoio delle “Volte”, ornato da stemmi, nella zona centrale è un affresco col Sepolcro di Filippo di Domenico (vicario, e pievano di Sofignano) e la sottostante Sepoltura dei Canonici, dipinti nel 1417 da Antonio di Miniato; nel nicchione che fronteggia questa zona sono state rimesse in luce le tracce dell'abside della pieve del primo Duecento, mentre sul fondo è la sepoltura cinquecentesca dei Capitolari.

Il lato destro della nicchia seguente è ornato da un notevole affresco del V decennio del Trecento, opera di Bonaccorso di Cino, che risente della spazialità di Maso di Banco. L'artista, operante a Pistoia e a Prato, ricrea un ambiente porticato nel quale si inseriscono le vigorose figure di Cristo nel sepolcro tra la Vergine e San Giovanni, e la sottostante finta statua marmorea del defunto. Dopo l'insegna neomedievale col Ritratto di Convenevole da Prato (letterato, maestro del Petrarca ad Avignone), invenzione ottocentesca, l'ultima campata delle “Volte” è occupata dalla cappella sepolcrale dei Guizzelmi, voluta dal giurista pratese Giuliano. Una prima serie di affreschi vi furono eseguiti nel 1508 dal pratese Girolamo Ristori e da un collaboratore – forse il fiorentino Piero d'Antonio – al quale si deve il bel ritratto di impronta ghirlandaiesca di Giuliano Guizzelmi. Il giurista è inginocchiato, in compiaciuta contemplazione della Crocifissione, affrescata dal Ristori nella testata delle “Volte” (ispirandosi alla stessa scena dipinta da Pietro Perugino in S. Maria Maddalena de' Pazzi a Firenze). Nel 1510 il Guizzelmi commissionò ad un altro pittore pratese, Tommaso di Piero, gli affreschi del lato opposto: una Resurrezione (rifatta la parte inferiore), e un Noli me tangere, di gusto provinciale ma con un piacevole paesaggio sul fondo. A destra della cappella Guizzelmi un basso corridoio conduce fin sotto il campanile, dal quale si esce nella piazzetta sul fianco della Cattedrale.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: piazza del Duomo, 49 - Prato

ORARIO: da lunedì a sabato 10.00-13.00 e 15-18,30; festivi: 10.00-13.00; chiuso il martedì e nei seguenti festivi: Natale, Pasqua, 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agosto

INGRESSO: Intero euro 5,00; ridotto euro 3,00; biglietto cumulativo con Museo di Pittura Murale e Castello dell'Imperatore: intero euro 8,00 ridotto euro 5,00

INFORMAZIONI: tel. 0574/29339; fax 0574-445084 - email: musei.diocesani@diocesiprato.it  -  www.po-net.prato.it/musei/opera/home.htm

 

Museo dell'Opera del Duomo di Prato
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