Musei d'arte sacra
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Museo della Badia di S. Salvatore a Vaiano

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Claudio Cerretelli

La verde conca di Vaiano, lungo il fiume Bisenzio, fu sede di insediamenti rurali almeno dal periodo romano, ma il primo nucleo abitato sorse in epoca altomedievale, nell'area vicina a quella poi occupata dalla Badia. Intorno a questa sullo scorcio del X secolo si sviluppò il borgo, legato alle innumerevoli attività del monastero, la cui importanza crebbe rapidamente. Dal XII secolo Vaiano divenne “popolo” di confine del distretto pratese, dotato di mura e porte. L'energia idraulica del Bisenzio, sfruttata fin dal medioevo con mulini, gualchiere e magli, favorì alla fine dell'Ottocento lo sviluppo industriale dell'area, con opifici tessili di notevoli dimensioni.

Nella zona settentrionale dell'attuale abitato sorge la Badia di S. Salvatore, eretta nel X secolo dai benedettini cassinesi e ricostruita – o ristrutturata profondamente – nel XII secolo dopo il passaggio ai Vallombrosani (1075 circa). L'abbazia esercitò un'azione considerevole sul territorio: gestì alcuni Spedali per poveri e viandanti (uno vicino alla porta superiore del borgo), ebbe il controllo delle acque, mantenne la viabilità, sviluppò agricoltura e silvicoltura nei suoi vasti possedimenti, ed ebbe il patronato delle chiese di Schignano, Migliana, Cantagallo, e della pieve di Usella.

Con la soppressione del convento e la vendita di tutti i suoi beni, nel 1808, la chiesa divenne parrocchia retta dal clero secolare, subendo vari restauri, e un radicale ripristino completato nel 1929 per l'interno (molto rimaneggiato, conserva però richiami al romanico benedettino nella distribuzione planimetrica a tre navate su pilastri, con presbiterio rialzato su cripta), e nel 1939 per la facciata, col rifacimento del portale e della bifora soprastante.

Importante, ben conservato esempio di romanico pratese è invece il campanile a torre in alberese con ricorsi in serpentino, forato da due ordini di bifore, che fu costruito intorno al 1260 su una preesistente struttura e completato nel tardo Trecento col coronamento merlato in aggetto.

L'abbazia si sviluppa a destra della chiesa, intorno al chiostro rinascimentale a doppio ordine, di gusto michelozziano, che fu forse realizzato per conto di Carlo dei Medici nel 1460-1470, e ristrutturato, tamponandolo, nel Settecento. Vari ambienti circostanti – come la bella sala del Capitolo – conservano volte rinascimentali lunettate o decorazioni del Sette-Ottocento; nell'ala meridionale si è riaperto nel 1999 il Museo della Badia, prima tappa del recupero dell'intero, imponente complesso vallombrosano.

Il nuovo allestimento del Museo si caratterizza per una suggestiva riproposizione di atmosfere e ambienti, con uso di manichini e ricostruzioni evocative, e si basa su un mio progetto, nato dal concreto impegno di un gruppo di lavoro in rappresentanza di Diocesi, Comune, Soprintendenze e Associazione Pro Museo.

Il percorso museale, articolato in sezioni, si snoda su linee parallele in modo da valorizzare sia gli ambienti restaurati (salotto, refettorio e appartamento dell'abate), sia una serie di oggetti di arte sacra che illustrano temi legati alla vita e alla religiosità della Badia e del suo territorio. L'antico “salotto” che dà accesso al Museo è ornato di piacevoli vedute tardo settecentesche di gusto popolare che sembrano narrare la storia di un naufragio (le dipinse forse lo sconosciuto Baldanzi, operante nel 1796 per la Badia). La prima sala – la più vasta – è parte dell'antico refettorio monastico (come indica l'iscrizione sopra la porta) che fu diviso in due ambienti dopo la soppressione del 1808, e conserva un bel soffitto ligneo cinquecentesco e i resti di una garbata decorazione parietale con lesene e composizioni vegetali, del II-IV decennio dell'Ottocento. La sala, che presenta su un lato alcuni pannelli che illustrano le vicende storiche della Badia e del territorio circostante, è destinata ad accogliere parte del ricco materiale di scavo recuperato con i recenti lavori: sotto la chiesa e il chiostro sono infatti venute alla luce strutture e sepolture longobarde e altomedievali, precedenti alla costruzione dell'abbazia benedettina.

Attualmente nella sala sono esposti in una vetrina alcuni reperti frutto dello scavo stratigrafico di un ambiente contiguo al campanile, effettuato nel 1975 (R. Francovich e G. Vannini): ceramica acroma da cucina (XII-XIII sec.), un boccale in maiolica arcaica blu, chiodi e materiale ferroso legato alla presenza di una bottega di fabbro (XIV sec.), ceramica ingobbiata e maiolica. Un'altra vetrina presenta oggetti di varia provenienza: maioliche quattrocentesche recuperate dal riempimento delle volte del chiostro, una piccola lucerna in ferro del XV secolo, monete, e un pugnale con fodero (XV-XVI sec.), dal vecchio borgo. Una pila di fontana in pietra arenaria, rinvenuta nella piazza davanti alla Badia, ha un'iscrizione che la collega al monastero e la data: 1236.

La sala seguente, già parte del refettorio, fu controsoffittata nell'Ottocento e ornata con sovrapporte dipinte. Qui inizia un percorso che richiama ai ritmi della solenne liturgia monastica, riproponendo un altare con ricco corredo sei-settecentesco: un paliotto in damasco rosso del tardo ‘600, e sui gradini, di lato a un Crocifisso ligneo del XVII secolo, i sei grandi, originali candelieri in legno scolpito e meccato con fusto costituito da un nodo di foglie (prima metà del XVIII sec.), intervallati da reliquiari a ostensorio in legno argentato (1750-1770). Di lato all'altare è un raffinatissimo Ciborio in arenaria, con tracce di doratura (nella lunetta è la Pietà, mentre due Angeli affiancano lo sportellino). Databile intorno al 1470, è opera vicina ad Antonio del Rossellino (punti di contatto si rilevano anche con Francesco Ferrucci, operante a Prato in quegli anni).

Nelle vetrine altri oggetti richiamano alla cerimonia del pontificale dell'abate (una mitria e un'alzata da pontificale, settecentesche), o alla “uffiziatura corale” (due grandi Graduali stampati a Roma nel 1614). Necessario corredo delle cerimonie monastiche erano i calici (uno in argento, con patena, del 1630), un notevole ostensorio in argento della metà del ‘700, pissidi (del Sei-Settecento), navicella (circa 1720) e turibolo, reliquiari, candelieri e una elegante pianeta rosacea di manifattura francese del primo Settecento, in lampasso liseré broccato. Sarà collocato nel Museo anche un interessante ma frammentario paliotto in marmo, del 1699, dalla Badia.

Il piccolo ambiente successivo – il salotto dell'abate – ha volta rinascimentale e resti di decorazioni settecentesche. Qui è ricreata la compagnia del SS. Sacramento: l'altare è predisposto per l'esposizione solenne, con perette, candelieri e una fastosa “residenza” settecentesca in legno scolpito, laccato e dorato, sormontata da un ostensorio. Un confratello, che indossa la cappa bianca e il cappuccio, o “buffa”, affianca il bel Crocifisso processionale (in legno policromato, del primo ‘700), con gabbia e mantellina in seta. Completano l'ambiente mazze, lanternoni, e oggetti usati nelle cerimonie delle varie compagnie e congreghe: i Capitoli (1792), le borse in cuoio per estrarre gli eletti alle varie cariche, un raffinato calice in argento del 1843, reliquiari settecenteschi.

La sala successiva ha struttura rinascimentale e porte dipinte settecentesche. L'ambiente – già camera dell'abate – è in fase di riallestimento, insieme all'ultima sala del Museo, per ospitare suppellettile sacra e dipinti provenienti da chiese del territorio, in particolare da quelle della diocesi fiorentina (a sinistra del Bisenzio). Di Faltugnano sono un calice quattrocentesco in rame dorato, con castoni in argento nel nodo, un altro calice e una pisside in ottone argentato, del 1599. Da Fabio proviene un'interessante croce astìle in rame dorato del XIV-XV secolo, con incisioni e Crocifisso di fusione, una pisside della fine del ‘500 e un'ampollina in vetro seicentesca; da Sofignano un calice e una croce astìle del XVII-XVIII secolo.

Sempre da Sofignano, dalla Compagnia della Croce, proviene l'originalissimo Commiato di Cristo dalla Vergine, raro esempio di purismo e classicismo di ascendenza romana (con richiami a Poussin e al Romanelli), opera probabile del pistoiese Giacinto Gimignani (1606-1681). Bella è anche l'accurata tavola, firmata e datata 1594, dipinta dal fiorentino Vincenzo Dori per la chiesa di Savignano: una Madonna del Rosario e Santi, che mostra influssi del Vasari e dello Stradano. Tra i dipinti, infine, è una piacevole copia della Madonna di San Girolamo del Correggio (dalla Villa Spranger a Meretto) eseguita da Carolina Tacchinardi nel 1825.

Nella sala saranno inoltre esposti a rotazione paramenti sacri del XVII-XVIII secolo, e un bel ciborio a tempietto in pietra serena (dono Conti), datato 1474, con lesene scanalate concluse da lunetta con acroteri, e peduccio con stemma.

Alla sala si collegano due piccoli, preziosi ambienti. La cappellina, esistente dal 1756, ebbe un nuovo soffitto e fu ridecorata venti anni dopo con prospettive architettoniche e cornici in stucco intorno alle tele: una modesta Madonna col Bambino e un piacevole San Giovanni Gualberto, che si ispira al Meucci e al Soderini. L'altare ligneo, ripristinato sulle tracce esistenti, è parato con calice, patena, candelieri e reliquiari settecenteschi, per la messa che l'abate, con camice e pianeta verde broccata, settecentesca, sta celebrando.

Nel contiguo “studiolo”, dipinto nel 1782 dal fiorentino Pier Giovanni Poli con vedutine sulle pareti e un gradevole “sfondato” sul soffitto a padiglione, è sommariamente ricreato l'arredo, con lo scrittoio e uno scaffale che espone documenti del monastero e alcune edizioni cinquecentesche di opere di Agnolo Firenzuola (1493-1543), che fu abate commendatario di Vaiano (le Prose del 1548 e La Trinutia, del 1593).

Nell'ultima sala, con volta unghiata rinascimentale, è stato lasciato in vista sotto il pavimento un antico “luogo di comodo”. L'ambiente è dedicato a processioni, viatico e religiosità popolare. Alla tradizionale processione vaianese per la Madonna del Rosario si ricollega l'imponente macchina processionale ottocentesca in legno argentato e dorato, con Viti in legno, preceduta dalla “badessa” (estratta a sorte tra le spose dell'anno) in ricca veste nera di seta, velluto e tulle (1949). Una vetrina espone oggetti usati per portare il viatico ai moribondi (un tabernacolo portatile, l'altarolo settecentesco col Crocifisso, il secchiello e il lanternone), mentre un'altra presenta oggetti di religiosità popolare (reliquie, medaglie e statuette vestite, in cera).

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: piazza Firenzuola, 1 - Vaiano (Po)

ORARIO: sabato 16-19; domenica 10-12 e 16-19

INGRESSO: gratuito

INFORMAZIONI: tel. 0574/989296-989022

 

Museo della Badia di S. Salvatore a Vaiano
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