Musei d'arte sacra
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Museo della Basilica di S. Maria delle Grazie a S. Giovanni Valdarno

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Rossella Tarchi

Il Museo di San Giovanni Valdarno, ha sede nei locali adiacenti la Basilica di Santa Maria delle Grazie e si articola in tre sale espositive. L'istituzione, presso l'Oratorio di Santa Maria delle Grazie (eretto in Basilica solo nel 1929), risale al 1864, allorquando Vincenzo Mannozzi Torini, notabile sangiovannese, si fece promotore di un'iniziativa tesa a raccogliere presso la sacrestia dell'Oratorio i dipinti più importanti delle chiese cittadine. Il gruppo di opere raccolte in quell'anno comprendeva quasi tutti i dipinti ancora oggi visibili nel Museo. Dopo la seconda guerra mondiale, a seguito della distruzione sotto i bombardamenti della Cappella della Basilica, il Museo fu provvisoriamente trasferito in un piccolo palazzo adiacente l'Oratorio. E solo dopo il ripristino e il restauro della Basilica fu nuovamente riallestito negli attuali locali. Riordinato nel 1959 a cura di Luciano Berti, che ne pubblicava anche il primo catalogo, il Museo è stato riaperto al pubblico nel 1990 dopo le ristrutturazioni operate dalla Soprintendenza ai Beni ambientali, architettonici, artistici e storici di Arezzo. Di recente si è ipotizzato un suo ampliamento con l'apertura di alcune sale da adibire all'esposizione del tesoro della Basilica, consistente in oreficerie e paramenti sacri.

Il Museo di San Giovanni Valdarno offre una piccola, ma significativa raccolta di dipinti appartenenti per lo più alla civiltà artistica del Quattrocento fiorentino a testimonianza dello stretto legame, nell'ambito figurativo, che Firenze ebbe con il centro valdarnese. Quest'ultimo, a sua volta, diede un contributo importante allo sviluppo dell'arte fiorentina, soprattutto come patria di Masaccio, ma anche dello Scheggia, di Mariotto di Cristofano, e qualche secolo dopo, alle soglie del Seicento, di Giovanni Mannozzi, meglio conosciuto come Giovanni da San Giovanni.

La devozione al Santuario della Madonna delle Grazie è particolarmente sentita e diffusa in tutto il Valdarno. La sua nascita è legata alla vicenda, avvenuta nel 1479, di un'anziana donna, Monna Tancia, alla quale la peste, che aveva colpito il Valdarno a seguito della guerra tra Firenze e il Papa, aveva portato via il figlio e la nuora, lasciandola sola con il nipotino Lorenzo di appena tre mesi. Disperata Monna Tancia pregò l'immagine della Madonna con il Bambino, che era affrescata sopra la porta San Lorenzo, perché salvasse il nipote. Avvenne così il miracolo: l'ormai settantacinquenne Tancia nutrì il piccolo Lorenzo con il latte miracolosamente sgorgato dal suo anziano seno. La Comunità di San Giovanni, constatato il miracolo, decise così di edificare, nel 1484, un Oratorio, il cui patronato fu concesso al Comune di San Giovanni. Data la particolare collocazione dell'immagine miracolosa, l'edificio fu costruito al di sopra di una volta sopraelevata rispetto al piano stradale, al fine di mantenere agibile l'accesso attraverso la porta San Lorenzo. In seguito il passaggio fu chiuso e trasformato in “Cappella del Miracolo” dove sono tutt'oggi visibili l'antico selciato di pietra, la volta e i cardini della porta. L'evento miracoloso fu affrescato all'interno della Basilica, nel 1510, da Luberto da Montevarchi, al tempo del vicariato di Giannozzo Salviati, e la miracolosa immagine della Madonna delle Grazie, opera di ignoto fiorentino del XIV secolo, fu incorniciata da una tavola del tardo Cinquecento raffigurante una Gloria di angeli e veduta di San Giovanni Valdarno (probabile opera di Cosimo Gamberucci).

L'accesso al Museo avviene direttamente dalla Basilica, al lato destro dell'altare maggiore. Appena entrati bella tavola con l'Annunciazione di Jacopo del Sellajo, datata 1472, proveniente dall'antica chiesa di S. Lorenzo. Nella predella l'Adorazione del Bambino e i santi Giuliano (raffigurato nelle consuete vesti cavalleresche) e Sebastiano e lo stemma del committente. L'Annunciazione è raffigurata secondo un'iconografia assai diffusa in ambito fiorentino nella seconda metà del Quattrocento, con la Madonna seduta a destra, la mano portata al petto e il libro poggiato sulle ginocchia; l'arcangelo Gabriele è sulla sinistra con in mano un giglio. La scena è ambientata all'interno di un loggiato tipicamente rinascimentale, chiuso da un parapetto con specchiature di marmo dal quale spuntano tre alberi, mentre in alto a sinistra sono raffigurate le mani di Dio Padre nell'atto di lanciare la colomba dello Spirito Santo.

Nella prima sala sono esposte opere del XV secolo. Proveniente dalla chiesa di S. Lorenzo è la grande tavola raffigurante la Madonna in trono con il Bambino eseguita da Giovanni di ser Giovanni, detto lo Scheggia, fratello di Masaccio. Maria, che tiene in braccio il Bambino benedicente, è seduta su un semplice sedile che poggia su una pedana decorata da un fregio a punte di diamante. Le due figure si stagliano davanti ad un roseto in fiore e sono incorniciate da due tende in broccato d'oro. La tavola si trovava sull'altare del nucleo più antico della chiesa di S. Lorenzo e secondo alcuni studiosi costituiva in origine l'elemento centrale di un grande tabernacolo chiuso da sportelli dipinti. Sempre dello Scheggia il Coro di angeli musicanti: dieci angeli disposti su quattro registri che cantano e suonano una tromba, una zampogna, due liuti e un tamburello.

Seguono due tavole raffiguranti i Santi Biagio, in abiti vescovili con pastorale ed il pettine dentato (suo attributo peculiare) e Ansano, e un'altra tavola con un Coro di angeli musicanti, tutte eseguite da Paolo di Stefano Badaloni detto Paolo Schiavo, (1438-1440), e anch'esse provenienti dalla chiesa di S. Lorenzo. A Mariotto di Cristofano, cognato di Masaccio e ricordato agli inizi del Quattrocento come “dipintore” di una certa fama, sono da ascriversi due tavole: la prima rappresenta il “Christus patiens” tra la Madonna e Santa Lucia, con nella predella i Santi Nicola di Bari, Michele Arcangelo e un altro santo (databile 1420-1425) proveniente dalla piccola chiesa di origini medievali di S. Lucia, detta anche della Misericordia. L'iconografia, di origine nordica, è piuttosto desueta in Italia: è infatti raffigurato il tema dell'intercessione di Maria presso il Figlio risorto, dal cui costato fuoriesce il sangue che viene raccolto nel calice. L'altra tavola di Mariotto di Cristofano, espressione della produzione più tarda e più scadente del pittore sangiovannese, rappresenta la Madonna in trono col Bambino e i santi Lorenzo, Antonio Abate (a sinistra), Giovanni Battista e Jacopo (a destra) e in basso i committenti ritratti in ginocchio; datata 1433 proviene dalla chiesa di S. Lorenzo.

In questa stessa sala, Madonna col Bambino e santi di Domenico di Michelino (1446-1450); il trittico di Mariotto di Nardo con la Trinità tra la Madonna e Maria Maddalena, ai lati i Santi Giovanni Evangelista, Antonio Abate, Giacomo e Giovanni Battista (1400-1405), in passato smembrato in tre parti e proveniente dalla pieve di S. Giovanni Battista; la tavola con L'arcangelo Raffele e Tobiolo (1467-1470 ca.) attribuita a Giovanni Piamonte. L'iconografia dell'arcangelo Raffaele con Tobia, ebbe una certa diffusione nella pittura fiorentina dalla seconda metà del Quattrocento in poi, sia nella raffigurazione - come in questo caso - con solo Raffaele e Tobiolo, sia in quella con gli arcangeli Michele e Gabriele. La scena rappresentata è quella dell'arcangelo Raffele che accompagna Tobiolo nel viaggio di ritorno verso la casa paterna: quest'ultimo reca in mano il pesce da cui verrà estratta la medicina per guarire la cecità del padre Tobia. Raffaello era ritenuto protettore della salute e dei viaggiatori e questo soggetto era in genere commissionato dalle compagnie dedicate all'Arcangelo o da privati cittadini, soprattutto mercanti, che affidavano a Raffaello la protezione dei figli in viaggio d'affari, e, come buon auspicio, facevano raffigurare il proprio figlio nelle sembianze di Tobiolo. Al centro della sala, su un banco di sacrestia, Busto di San Lorenzo di Nanni di Bartolo detto il Rosso (not. 1419-1423).

Dalla sala d'ingresso si accede a sinistra a una piccola sala dove troviamo le opere seicentesche. Due tele di Gregorio Pagani raffiguranti i Santi Lorenzo (di grande effetto la dalmatica in broccato d'oro) e Giovanni Battista, (datate 1600) uniche opere provenienti dalla Basilica delle Grazie, ancora con le belle cornici originali; e una tela di Giovanni da San Giovanni con la Decollazione del Battista (datata 1620), dalla compagnia di San Giovanni Decollato nella chiesa di S. Lorenzo. L'opera si ispira alla grande tela che Caravaggio realizzò, nel 1608, per la cattedrale della Valletta a Malta: quasi fedele citazione caravaggesca è la finestra con grata dalla quale si affacciano due carcerati. L'esecuzione del Battista avviene all'aperto, nel cortile o all'esterno del carcere, in uno spazio contenuto che contribuisce a dare evidenza alle figure. Colpisce la quasi totale assenza di drammaticità nel rappresentare un evento così tragico e violento: l'ancella porge con naturalezza il vassoio su cui viene adagiata la testa recisa del Battista, la guardia appare come estranea al fatto, solo il carnefice, dai tratti fisiognomici accentuati, quasi brutali, sembra partecipare alla decapitazione.

Emblema del Museo è la splendida Annunciazione del Beato Angelico (databile 1430-1432 ca.), proveniente dal convento di S. Francesco di Montecarlo, nei dintorni di San Giovanni Valdarno, e collocata in una piccola sala alla destra di quella d'ingresso. Nella predella sono rappresentate storie della Madonna, da sinistra a destra, lo Sposalizio della Vergine, la Visitazione, l'Adorazione dei Magi, la Presentazione di Gesù al Tempio e i Funerali della Vergine. Durante i rifacimenti dell'altare della chiesa di Montecarlo, avvenuti nel 1630, la tavola fu ampiamente manomessa con pesanti ridipinture e il taglio delle parti laterali per meglio adattarla al nuovo altare. Solo agli inizi del nostro secolo fu in parte ripristinata riaggiungendo nuovamente le due sezioni laterali mancanti e inquadrandola in una cornice che richiama nella forma, quella dell'Annunciazione, sempre dell'Angelico, di Cortona.

Nella tavola di San Giovanni spiccano quei caratteri di sottile eleganza e delicatezza che contraddistinguono tutta l'opera dell'Angelico. La scena si svolge sotto un loggiato dal quale si intravede, a sinistra, un giardino fiorito e in alto Adamo ed Eva cacciati dal Paradiso: bellissima l'espressione di contrizione di Eva con le mani giunte e di Adamo che si porta le mani al viso in un gesto di totale disperazione. L'interno è estremamente semplice con pareti e pavimento marmorizzati, soffitto decorato da piccole stelle e sullo sfondo la camera di Maria, con una piccola finestra chiusa da una grata e una panca di legno toccata da un raggio di luce. Maria è raffigurata con delicatezza, l'espressione stupita per la straordinaria apparizione dell'angelo e nel contempo pienamente consapevole che diverrà la Madre di Colui il cui “regno non avrà mai fine”. Con le sue Annunciazioni l'Angelico sottolinea l'idea che la storia del genere umano ha avuto la sua svolta con l'Annunziata: la speranza del futuro dell'uomo inizia con Maria.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: piazza Masaccio, 9 - San Giovanni Valdarno (Ar)
ORARIO: 11-13, 15-17; domenica mattina e lunedì chiuso
INFORMAZIONI: tel. 055/9122445

Museo della Basilica di S. Maria delle Grazie a S. Giovanni Valdarno
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