Musei d'arte sacra
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Museo di Pittura murale Mostra “I tesori della città»

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Claudio Cerretelli

Il restauro del prezioso ciclo di affreschi di Paolo Uccello nella cappella dell'Assunta in Cattedrale comportò lo “strappo” di alcune scene e delle relative sinopie (il disegno preparatorio su muro), che con altri affreschi staccati in quegli anni vennero esposte in una mostra, nel 1969. Il successo dell'iniziativa e il problema della collocazione definitiva di alcune opere esposte fecero nascere l'idea, concretizzata nel 1974, di un museo specificamente dedicato alla pittura murale – il primo esempio di questa tipologia – realizzato su iniziativa dell'Azienda Autonoma di Turismo nei locali concessi dalla comunità francescana di S. Domenico. Dopo la formazione del Sistema Museale pratese, nel 1990, tra i Musei Diocesani è stato inserito anche quello di Pittura murale.

Dal 1998 l'ordinamento della raccolta è stato profondamente modificato per allestire la mostra “I Tesori della città”, consentendo la godibilità di diversi capolavori, provenienti soprattutto dal Museo Civico in Palazzo Pretorio, anche durante i lavori di ristrutturazione di quel palazzo. A conclusione di questi interventi – presumibilmente nel 2002 – il Museo di Pittura murale tornerà al precedente allestimento; per questo motivo dopo la descrizione della mostra “I Tesori della città”, si sono riportati cenni sull'ordinamento tradizionale.

Il convento di S. Domenico, costruito dal 1283 al 1316 insieme alla splendida chiesa gotica e passato nel 1783 ai Francescani, si sviluppa intorno all'arioso chiostro rinascimentale su colonne ioniche (1478-1480), lungo il quale sono lapidi e monumenti funebri, soprattutto del XIX secolo. Sul fondo del lato orientale, oltre il cappellone del Capitolo (con resti di Storie di San Domenico, probabilmente affrescate nel 1425-1430 da Arrigo di Niccolò), si accede al Museo di Pittura murale, sede della mostra “I Tesori della città”.

Le opere più significative dipinte per Prato fra il 1335 e il primo Cinquecento – artisticamente il periodo più felice e originale per la città – intessono il racconto della mostra, ponendosi – al di là di una lettura puramente estetica – come preziosi frammenti capaci di far trasparire un articolato quadro socio-culturale, base della storia stessa della città.

Nel periodo considerato Prato visse una profonda crisi a livello economico, demografico e politico. Dopo la conquista fiorentina (1351) scese, in poco più di un secolo, da circa 13.000 a 3.000 abitanti, avviando solo a fine Quattrocento una lenta ripresa che fu però stroncata nell'agosto 1512 dal tragico “Sacco di Prato” ad opera delle truppe mercenarie spagnole filomedicee. Eppure questi tragici eventi coincisero con l'epoca più innovativa per l'arte pratese, fino alla sua “stagione internazionale” che vide la presenza di Donatello, Filippo Lippi, Giuliano da Sangallo. Furono soprattutto una forte religiosità (strettamente legata alla venerazione mariana) e l'azione degli attivi Enti Pii cittadini a consentire questa notevole e originale fioritura artistica.

Difficoltà e problemi quotidiani favorirono a livello popolare una religiosità confortante, “materna”, come la devozione mariana incentrata sulla umanissima reliquia della cintura della Vergine, vero “palladio” della città. Il culto della Cintola portò alla creazione di veri capolavori che impreziosirono l'intera pieve di S. Stefano (l'attuale Duomo), grande scrigno della reliquia, segnando il rinnovamento in senso umanistico dell'arte e della cultura locale. Ciò avvenne anche grazie a due colti proposti – Niccolò Milanesi e Geminiano Inghirami – di origine pratese, che coinvolsero nell'impresa decorativa della chiesa artisti primari quali Donatello, Paolo Uccello o Filippo Lippi.

Tra i Luoghi Pii il più attivo fu certamente il Ceppo Nuovo, fondato nel 1410 col notevole patrimonio lasciato dal celebre mercante Francesco Datini. Oltre alla basilare funzione assistenziale, il Ceppo sosteneva con generosità restauri e acquisti di arredi in chiese e conventi, ma non furono da meno gli altri Enti Pii cittadini. Così, a supplicare la protezione della Vergine, il Ceppo commissionò a Filippo Lippi una splendida pala, dimostrando la stessa aggiornata sensibilità che nel Trecento aveva spinto il potente spedale della Misericordia a collocare nelle grandi corsie, luogo di sofferenza e di morte, i preziosi polittici di Bernardo Daddi e Giovanni da Milano, quasi una prefigurazione del Paradiso, spirituale conforto al dolore. Né furono da meno i ricchi conventi e monasteri per i quali operarono Lorenzo Monaco, Filippo Lippi, e perfino Giotto, la cui unica opera pratese – già in S. Domenico – è purtroppo da inserire tra i tesori dispersi della città.

All'ingresso della mostra è posta una delle opere più significative: la predella con la Storia della Cintola (1338), unico resto del grande polittico dipinto per la pieve di S. Stefano da Bernardo Daddi, allievo di Giotto. Una raffinata, minuziosa eleganza e inflessioni gotiche di gusto senese unite a una piaceve vena narrativa caratterizzano la predella, che ricollega antichissime tradizioni (il dono della Cintola dalla Vergine a San Tommaso durante l'Assunzione) a quella pratese. Le prime scene mostrano gli apostoli intorno al sepolcro vuoto della Vergine, poi mentre consegnano la sacra Cintola a un sacerdote. Quindi, con un salto temporale di circa undici secoli, viene narrato il matrimonio segreto di Maria, discendente del sacerdote, con Michele da Prato, al quale viene donata, in un canestrino, la reliquia. Le tre scene finali mostrano il ritorno per nave in patria, due angeli che spostano Michele, addormentato sulla cassa che contiene la reliquia, e Michele che in punto di morte (1172), consegna la Cintola al proposto della Pieve.

Col Daddi iniziano a diffondersi in Prato i primi articolati polittici da altare, vere e proprie architetture fantastiche ricche di cuspidi e pinnacoli, preziose di colori e del luccichio dell'oro. In quello dipinto dall'artista intorno al 1335 per lo spedale della Misericordia – la Madonna col Bambino tra i santi Francesco, Bartolomeo, Barnaba e Caterina – l'originale figura di scorcio di San Francesco, in posizione orante, è un probabile ritratto del committente, lo “spedalingo” Francesco di Tieri. Lo stesso rettore commissionò un altro polittico per l'ente pio, che costituì un evento straordinario per l'arte pratese: la Madonna col Bambino tra i santi Caterina, Bernardo, Bartolomeo e Barnaba, con Storie della vita dei santi e Episodi della vita di Cristo nella doppia predella. La tavola, firmata dal celebre Giovanni da Milano (1353-1363), è esempio altissimo della complessa cultura dell'artista, con richiami al gotico lombardo e a Maso di Banco, e costituisce quasi una grande pagina miniata con particolari di prezioso, classico realismo (come nelle scene della doppia predella), e con spunti di grazia profana.

Dopo oltre cinquanta anni la struttura di questo polittico fu riproposta da Pietro di Miniato (pittore fiorentino che col fratello Antonio si trasferì a Prato, ottenendo numerose commissioni) nel polittico dipinto (1413) per il monastero di S. Matteo: la Incoronazione della Vergine e i santi Matteo e Mattia.Ad un artista ben più celebre e dotato, Lorenzo Monaco (circa 1370-1423), si era rivolto negli stessi anni il monastero olivetano delle Sacca per il raffinato, intenso polittico con la Madonna, il Bambino e angeli, tra i santi Caterina, Benedetto, Giovanni Gualberto e Agata, dipinto forse con l'aiuto dell'allievo Francesco d'Antonio. L'intenso chiaroscuro di Lorenzo si addolcisce qui in forme morbide e luminose, delineate da linee sinuose, di grafica eleganza.

Sempre per la chiesa olivetana delle Sacca fu realizzato l'articolato polittico dipinto nel 1435 dall'eclettico Andrea di Giusto Manzini (notizie dal 1420 al 1450): la Madonna col Bambino e angeli tra i santi Bartolomeo, Giovanni Battista, Benedetto e Margherita, che pur riproponendo nella parte centrale il noto polittico di Lorenzo Monaco per Monteoliveto (ora agli Uffizi), cita direttamente l'Angelico (Imposizione del nome al Battista) nella predella, ricca di ulteriori spunti rinascimentali. Il Manzini, che era stato collaboratore di Masaccio a Pisa, completò nel 1436 gli affreschi della Cappella dell'Assunta, lasciati interrotti da Paolo Uccello probabilmente per eseguire l'affresco col Monumento equestre a Giovanni Acuto in S. Maria del Fiore, nel 1436.

Del ciclo pratese, con scene animate da una fiabesca, stravagante fantasia, ricche di spunti architettonici brunelleschiani e di eleganti ritratti, sono presenti in mostra il vigoroso Jacopone da Todi e alcune sinopie. L'ascetico Beato Jacopone da Todi (riscoperto e staccato nel 1871 dalla parete di fianco al finestrone della cappella) richiamava probabilmente alla spiritualità di San Bernardino da Siena e alla sua veemente predicazione pratese, nel 1433. Intensamente caratterizzata, la figura mostra interessanti soluzioni prospettiche presenti anche in altre opere dell'artista (come il raddrizzamento della veduta di sotto in su tra la parte inferiore e il busto del santo, procedimento adottato anche nel Monumento all'Acuto in S. Maria del Fiore).

La prima sinopia – la lunetta con la Disputa di Santo Stefano – è condotta con pochi tratti sicuri che caratterizzano i personaggi; tra questi non vennero dipinte le figure inginocchiate, a sinistra, probabilmente i committenti. La scena sottostante, con la Lapidazione di Santo Stefano, venne solo iniziata da Paolo Uccello, che non realizzò una sinopia, limitandosi a quadrettare l'arriccio – il muro sul quale si stende l'intonaco – per riportare poi sull'intonaco un suo disegno su carta. Quando lasciò il cantiere la storia venne completata dal più modesto Andrea di Giusto che, in mancanza di un disegno preparatorio, ridisegnò nella zona inferiore una sinopia, con tratto meno potente ed espressivo. La terza scena è la lunetta con la Natività della Vergine, dipinta parallelamente alla Disputa, adottando quindi ancora la sinopia, ed ha a fianco un interessante “pentimento”: l'inizio dell'affresco con una bambina, che per la posizione troppo marginale venne poi eliminato.

Nella prima saletta è richiamata la “grande stagione dell'affresco”, il tardo Trecento, che vide a Prato la presenza dei maggiori artisti fiorentini. Ad Agnolo Gaddi (1350-1396) si deve una consunta Madonna col Bambino, dal disegno delicatissimo e dal colore luminoso, staccata dai locali di fianco al Palazzo Pretorio, dove sorgeva la chiesa di S. Donato. Lo stesso artista, negli anni in cui affrescava la Cappella della Cintola (1393-1395), dipinse con la sua bottega l'imponente Tabernacolo di Figline (quasi 20 metri quadrati), di cui sono esposte le sinopie. Queste caratterizzano con pochi tratti le figure, costruite in base a precisi rapporti geometrici; nella nicchia centrale è lo statuario gruppo con Sant'Anna “metterza”, la Vergine e il Bambino; sui lati della nicchia si dispone l'Annunciazione, fiancheggiata da Santi.

Il neogiottesco Niccolò Gerini (not. 1368-1416) dipinse nel 1391 il tabernacolo del Ceppo, commissionato da Francesco Datini per l'angolo del proprio giardino in città; l'opera, di notevole qualità, si ispira alla Maestà di Ognissanti di Giotto, e raffigura la Madonna in trono col Bambino, e quattro angeli. Collocata di fianco al tabernacolo è la sinopia nella quale sono più evidenti le forme piramidali della composizione. Nella saletta sono inoltre un compasso affrescato con il busto di Sant'Innocenzo V (1380 ca.), dal convento di S. Domenico, opera dell'orcagnesco Francesco di Michele, e una Madonna col Bambino di Pietro di Miniato, dal monastero di S. Niccolò.

La seconda parte della Galleria, dedicata a “L'esaltante stagione del Lippi”, presenta il momento più fecondo e originale nella pittura pratese, legato all'opera del celebre artista e della sua bottega.

Nel 1453 il Lippi (1406-1469 ca.) dipinse per il Ceppo la splendida Madonna col Bambino fra i santi Stefano e Giovanni Battista, con Francesco Datini e i Buonomini del Ceppo. Le figure principali, monumentali ma di armoniosa spiritualità, sono inserite in un'atmosfera luminosa e dilatata, alla quale conferisce profondità prospettica il drappo dietro il trono, che sembra impregnarsi dell'oro del fondo. Vivaci i ritratti di Francesco Datini, in ricca veste rossa e inanellato, e dei rettori del Ceppo, da lui presentati al Bambino.

La nota abilità del Lippi nel ritratto – che secondo il Vasari gli consentì di riscattarsi dalla schiavitù a Costantinopoli – trova nei dipinti pratesi vivaci conferme, come nella pala con l'Assunta che dà la Cintola a San Tommaso, i santi Margherita, Gregorio, Agostino, Raffaele con Tobiolo. L'opera, assai consunta, venne probabilmente commissionata al Lippi intorno al 1456 dalla badessa del monastero di S. Margherita – raffigurata nel dipinto – e conclusa dalla bottega negli anni seguenti, dopo che l'artista era fuggito dal convento con la monaca Lucrezia Buti: dalla loro unione nacque nel 1457 Filippino (che seguirà l'arte paterna). Probabilmente il piccolo è ritratto insieme alla bellissima madre nella Natività coi santi Giorgio e Vincenzo Ferrer (1457-1460), dipinta per S. Domenico, che ha brani di altissima qualità nel gruppo centrale e nel San Vincenzo. L'intervento dei collaboratori (forse Fra Diamante) negli angioletti e nel pesante San Giorgio non toglie efficacia alla composizione, immersa in un piacevole paesaggio.

Tra le altre opere della bottega del Lippi è la predella di una pala con la Natività (oggi al Louvre), proveniente da S. Margherita, e dipinta intorno al 1470. Secondo alcuni critici la predella mostra il primo importante saggio artistico del giovanissimo Filippino Lippi nell'Adorazione dei Magi.

Ricca di opere notevoli è la seconda saletta, con vari dipinti di piccolo formato del XIV-XV secolo realizzati per la devozione privata. Tra questi un altarolo con la Madonna e santi (1360 circa) attribuito al Maestro dell'Infanzia di Cristo e una tavoletta col Vir Dolorum, della fine del Trecento, vicina al Maestro della Madonna Straus. Più antico e prestigioso, con particolari di estrema raffinatezza, è un San Domenico (circa 1340), resto di un polittico della chiesa di S. Domenico. Attribuito autorevolmente al grande Taddeo Gaddi, ricorda però nella resa nervosa delle mani e nei tratti del volto le opere mature di un altro notevole seguace di Giotto, Bernardo Daddi.

Quasi contemporaneo è il consunto rilievo in marmo bianco e serpentino di una delle arche sepolcrali sul fianco di S. Domenico, con l'Annunciazione (1338-1340), uno degli esempi più belli di scultura senese del Trecento, opera di Giovanni d'Agostino. Il rilievo mostra un plasticismo pittorico e un raffinato senso della linea che rimandano direttamente a Simone Martini, in particolare all'Annunciazione dipinta nel 1333 con Lippo Memmi per il Duomo di Siena, ora agli Uffizi.

Tre tavolette con richiami all'Angelico e a Paolo Uccello, attribuite a Domenico di Michelino (San Girolamo, Dormitio Virginis, Stimmate di San Francesco), costituivano la predella dell'Assunta della National Gallery di Dublino (1440-1445), recentemente identificata come la pala che ornava la Cappella dell'Assunta in Duomo.

Di poco più tarda, già memore delle novità lippesche è la preziosa Madonna col Bambino del Maestro di Pratovecchio, a fondo oro, con figure tornite dal morbido chiaroscuro, mentre una piccola, deliziosa tavola da devozione privata, con l'Annunciazione e San Giuliano, è forse autografa del Lippi (una versione più modesta è nel Museo dell'Opera).

Nella sala sono infine due pregevoli esempi di oreficeria trecentesca: un calice in rame dorato e smalti, da Narnali, e una croce astìle con bracci lobati, in rame dorato con incisioni, del convento di S. Domenico.

La terza sezione: “Tra sacro e profano: il tardo Quattrocento”, documenta un periodo cruciale della storia e dell'arte fiorentina, drammatico e ricco di contrasti. Nella seconda metà del XV secolo, mentre la scultura vive a Prato un momento eccezionale, per la pittura sono rare le commissioni importanti; per S. Francesco fu dipinta la preziosa pala di Francesco Botticini (1446-1498) con la Madonna che allatta il Bambino, tra i santi Girolamo, Francesco, Antonio da Padova e Ludovico (1483 circa), caratterizzata dall'accentuato grafismo e dall'accurata resa dei particolari preziosi, fino all'arcaizzante fondo oro.

Il gusto umanistico per l'allegoria e la cultura “antiquaria” dell'epoca del Magnifico sono invece testimoniati dai resti di un rarissimo ciclo di graffiti figurati su muro (1480-1490), eseguito nel giardino di Palazzo Vaj dal pratese Girolamo Ristori, che con ricchezza di particolari ripropone i temi di una complessa festa primaverile, una scena mitologica (Endimione dormiente e Diana-Luna) e teste di Imperatori romani.

Sullo scorcio del Quattrocento riprende il contatto con la grande pittura, e anche Filippino Lippi (1457-1504) dipinge una pala per il convento del Palco (ora nell'Alte Pinakothek di Monaco) e affresca un tabernacolo sul Mercatale; pochi anni dopo l'artista, pratese di nascita, per lasciare un ricordo di sé “hic natus iustus”, esegue la pala per l'Udienza del Comune con la Madonna e il Bambino tra i santi Stefano e Giovanni Battista (1503), immersa in un'atmosfera drammatica, sospesa, un paesaggio con rovine, e figure sintetiche ed estenuate, che sembrano partecipare al clima di drammatica religiosità savonaroliana di quegli anni. Le opere pratesi dell'artista esercitarono un notevole influsso su Tommaso di Piero, come mostrano la sua complessa pala con la Madonna in trono e santi, e un Cristo in pietà (1526) nella terza saletta.

La fine del primato fiorentino – anche in campo artistico – si scorge nei due tondi cinquecenteschi che concludono la sezione. Notevole è la Madonna col Bambino di Raffaellino de' Carli (1466-1524), per l'accattivante bellezza delle figure, ispirate a Lorenzo di Credi e al Perugino, al quale richiama anche il dilatato, brumoso paesaggio. La Madonna col Bambino e santi, dalla raffinata cornice scolpita, è opera matura di Luca Signorelli (1441-1523 ca.) eseguita soprattutto dalla bottega, ma che propone in primo piano un originale cartiglio prospettico – un cerchio di Möbius – probabile simbolo di eternità e del continuo fluire del tempo. La terza saletta documenta, oltre all'opera dei pittori locali, la diffusione di tavole da devozione privata eseguite da botteghe fiorentine nella seconda metà del XV secolo, come la delicatissima Madonna col Bambino (1465-1475) del raffinato Maestro di San Miniato, o – più tarde – una piacevole tavoletta centinata con la Crocifissione, con un gustoso paesaggio nordico e richiami all'Angelico, vicina al Maestro dell'Epifania di Fiesole, e un'Annunciazione accostata al Maestro di Marradi.

Tra gli affreschi di pittori pratesi l'arcaizzante lunetta con Cristo benedicente (1480 ca.), attribuibile a Girolamo Ristori, e la Madonna col Bambino tra i santi Domenico e Pietro martire (1503), di ispirazione lippesca, dipinto dal poliedrico Michele Guizzelmi (fu anche intagliatore, musico, ceraiolo), ucciso – come il Ristori – durante il Sacco del 1512.

Nell'allestimento tradizionale del Museo di Pittura Murale, puntato sul “ricovero attivo” di affreschi staccati, sinopie e graffiti non ricollocabili – o scarsamente visibili – nei luoghi di provenienza, l'atrio di ingresso mostra una serie di insegne sepolcrali e frammenti della fine del Trecento-inizi del Quattrocento recuperati dal chiostro domenicano, tra i quali una Madonna col Bambino e quadrilobi con Virtù attribuibili a Pietro di Miniato (1415 ca.) e una Deposizione, del primo Quattrocento. Sul ripiano delle scale è il tondo con Sant'Innocenzo V (1375-1380), attribuibile a Francesco di Michele, già descritto nella mostra insieme alle principali opere pittoriche esposte nella Galleria al primo piano: il Tabernacolo del Ceppo (1391) di Niccolò Gerini, la delicata Madonna col Bambino di Agnolo Gaddi, e le sinopie degli affreschi di Paolo Uccello in Cattedrale. Queste ultime sono precedute da un affresco staccato che imita un polittico con predella (Madonna col Bambino tra i santi Niccolò e Lorenzo), dipinto da Pietro e Antonio di Miniato nel 1411.

L'opera più tarda esposta nella Galleria è il grande, splendido affresco staccato con Cristo servito dagli angeli, proveniente dal convento fiorentino di S. Teresa (oggi adibito a carcere). Il dipinto, datato 1650 e siglato da Baldassarre Franceschini detto il Volterrano (1611-1689), si mostra aggiornato sulle novità diffuse da Pietro da Cortona, e costituisce una delle opere più felici e originali dell'artista per l'equilibrata, ariosa composizione, la vivacità narrativa dei freschi spunti naturalistici e delle figure in pose armoniose, il colore terso e trasparente. Vicino a questo è un imponente, pacato Crocifisso ligneo policromato di alta qualità, dei primi del XVI secolo.

Anche nell'ordinamento tradizionale la prima delle salette minori è occupata dalle sinopie del tabernacolo di Figline, di Agnolo Gaddi e bottega, già descritte in mostra come il rilievo con l'Annunciazione e la tavoletta con San Domenico, posti nella stanza successiva. Qui sono in più raccolte varie opere di pertinenza del convento domenicano. In una vetrina sono vari calici, ampolline e pissidi in argento del XVII-XVIII secolo, e due croci astìli: oltre a quella trecentesca presente anche in mostra, raffinatissima è l'altra, della prima metà del Seicento, in argento lavorato a sbalzo e fusione. La croce presenta su un lato il Crocifisso, fiancheggiato da rilievi con Santi francescani nei terminali, e all'opposto una Madonna della Cintola (omaggio al culto pratese più sentito) e sante francescane.

Su una parete sono collocati due interessanti rilievi in legno dorato (Natività, Circoncisione) della II metà del Cinquecento, e diciassette ex voto seicenteschi del venerabile Benedetto Bacci, recuperati nella sua sepoltura, espressioni fresche e vivaci di arte popolare.

Alcuni dipinti completano la sala, tra i quali una interessante pala – dalla cappella Casotti in S. Domenico – con Santa Rosa da Lima e San Ludovico Bertrando, dipinta nel 1680 da Francesco Sacconi, allievo del Pignoni.

Nell'ultima saletta sono esposti alcuni paramenti e arredi sacri del convento, trai quali una croce-reliquiario settecentesca rivestita di madreperla incisa, lavoro tipico della manifattura francescana di Gerusalemme, un bel leggio pieghevole da coro, in legno intagliato e dorato (1763), e due grandi reliquiari lignei settecenteschi ad ostensorio, alti 130 centimetri. Dopo la saletta, nella Galleria sono due affreschi esposti anche nella mostra: la Madonna col Bambino e santi (1503) di Michele Guizzelmi, e una lunetta col Cristo benedicente, di Girolamo Ristori, probabile autore anche dei già descritti graffiti rinascimentali. È in fase di catalogazione e sarà presto esposta in una saletta del Museo una scelta di reperti ceramici che documentano l'intera produzione da mensa, cucina, dispensa e trasporto realizzata nelle botteghe pratesi degli inizi del Trecento (presenti anche alcuni boccali in maiolica arcaica). Il nucleo di oggetti trecenteschi – il più importante e completo in Toscana – ci è giunto quasi integro perché era stato usato come riempimento leggero delle volte del coro di S. Domenico, secondo un'antichissima tecnica edilizia.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: chiostro di S. Domenico - piazza S. Domenico, 8 - Prato

ORARIO: da lunedì a domenica 9.00-13.00, venerdì e sabato anche 15.00-18.00; festivi: 9.00-13.00; chiuso il martedì e nei seguenti festivi: Natale, Pasqua, 1 Gennaio, 1 Maggio, 15 Agost

INGRESSO: Intero euro 5,00; ridotto euro 3,00 biglietto cumulativo con Museo dell'Opera del Duomo e Castello dell'Imperatore: intero euro 8,00 ridotto euro 5,00

INFORMAZIONI: tel. 0574/440501- email: musei.diocesani@diocesiprato.it - http://www.po-net.prato.it/musei/

 

Museo di Pittura murale Mostra “I tesori della città»
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