Musei d'arte sacra
stampa

San Martino dei Buonomini

Parole chiave: musei d'arte sacra (92)

di Timothy Verdon

“Dentro dalla cerchia antica”, davanti al grande monastero fondato nel 978 — la Badia Fiorentina — sorge una chiesina nata nel medesimo periodo: San Martino al Vescovo, parrocchia degli Alighieri e dei Donati; la “casa di Dante” si trova infatti ad appena venti passi più a est. La tradizione colloca proprio in questa chiesa il matrimonio di Dante con Gemma Donati.

Le trasformazioni che Firenze subì tra il XII e il XIV secolo — la rapidissima crescita demografica e la conseguente espansione urbanistica — portarono a una ridefinizione dell'assetto ecclesiastico del centro, con la graduale soppressione di piccole parrocchie quali San Martino. È così che, cessata la funzione parrocchiale, nel Quattrocento la chiesa diventa oratorio di una confraternita di recente fondazione, i “Buonomini”, che nel 1479 trasformeranno completamente l'edificio, invertendone l'orientamento, con il nuovo ingresso posto là dove — nella chiesa del X secolo — c'era l'altare.

I “Buonomini di San Martino” (come saranno poi conosciuti) nacquero tra il 1432-1442, quando l'allora priore del Convento di San Marco e futuro Vescovo di Firenze, Sant'Antonino Pierozzi, propose a una piccola compagnia di penitenti che si riunivano vicino a San Marco, nello Spedale di Lemmo, un impegno caritativo concreto e molto specifico: l'assistenza ai “poveri vergognosi”, ossia a persone che, umiliate dalle avversità, si trovavano privi dei mezzi che prima avevano, e si vergognavano di mendicare il pane. Tale proposta mirata, di una carità “categoriale”, rientrava in un processo di differenziazione e specializzazione che troviamo un po' ovunque nel Quattrocento, e di cui Sant'Antonino, diventato Vescovo, si sarebbe fatto promotore. Nell'interesse di una maggiore organicità ed efficacia degli interventi, i compiti caritativi che, nel XIV secolo erano ancora svolti indistintamente da enti plurivalenti —“spedali” e confraternite che s'interessavano di tutto — già nel XV secolo vengono separati in strutture diversificate: ricoveri per anziani, ospedali per malati, elargizioni particolareggiate ai poveri, orfanotrofi. Lo Spedale degli Innocenti è l'esempio più celebre di questa “razionalizzazione della solidarietà” che rappresenta uno dei frutti più belli dell'umanesimo cristiano del rinascimento.

La serietà con cui i Buonomini s'impegnarono nel compito loro assegnato suscitò il rispetto e, si può dire, la sincera ammirazione della città. Papa Eugenio IV li chiamerà gli “Angeli di Firenze”, e — alla fine del secolo — il Savonarola farà devolvere alla Compagnia la somma notevolissima di 3.000 fiorini, desunti dalla tassa pagata alla Repubblica dal clero diocesano. I Buonomini erano diventati, nell'arco di pochi decenni, figure emblematiche di uno “stile” tipicamente fiorentino di praticare la carità: disinteressato, discreto, attento e concreto.È in questo clima che la Compagnia provvede all'abbellimento della propria sede con una serie di affreschi illustranti Le opere di misericordia, eseguiti dalla maggiore bottega degli ultimi anni del Quattrocento a Firenze, quella di Domenico Ghirlandaio. Il tenore “celebrativo” e civico che troviamo in altri cicli pittorici del Ghirlandaio — nella Cappella Sassetti, in Santa Trinita, nella Cappella Tornabuoni in Santa Maria Novella, e nella Sala dei Gigli in Palazzo della Signoria — veniva ora applicato al tema caritativo, e l'estro narrativo per cui il Ghirlandaio era conosciuto ora celebrava un prestigio, non di questa o quell'altra famiglia influente, o dello Stato, ma della ricchezza a servizio dei poveri, in uno Stato che sapeva organizzare intelligentemente l'assistenza ai bisognosi.

Gli affreschi, nelle otto lunette della volta dell'ambiente rettangolare, hanno (come tutte le opere del Ghirlandaio e della sua cerchia) grandissimo interesse sociologico e storico, oltre che artistico. I costumi e le usanze, l'abbigliamento, la suppellettile domestica: tutto è documentato con precisione quasi fotografica. Nella Assistenza a una puerpera, ad esempio (in una delle lunette della parete meridionale), vediamo il fiasco di vino e il pollo bello e grosso affidati a una serva, mentre due Buonomini mostrano alla donna, a letto col suo neonato, un panno di stoffa e il filo che hanno portato per fare vestiti per il bambino. Sulla parete in fondo all'angusta camera (quasi completamente occupata dal letto), vediamo in una nicchia una caraffa di vino, una forma di formaggio e un arancio. Accanto al modesto ripostiglio, poi, e sopra i Buonomini e il letto, un piccolo quadro raffigurante Cristo in croce dà la chiave “teologica” della scena, desunta dal Nuovo Testamento: “Se uno dicesse ‘io amo Dio', e odiasse il suo fratello, è mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1 Giovanni 4, 20-21). L'attenzione dei Buonomini alle necessità reali della donna è l'espressione di questo amore dell'invisibile Dio nel prossimo, che Cristo ha insegnato offrendosi in croce.

Nelle due lunette principali, sopra l'altare, troviamo infine le storie del santo patrono della chiesa e della Compagnia, Martino di Tours. L'affresco a sinistra raffigura l'episodio da tutti conosciuto, la storia del mantello diviso: il giovane soldato romano, Martino, vedendo un povero che trema nel freddo invernale, con la spada taglia in due il proprio mantello di lana per darne la metà al “fratello”. Nella lunetta a destra poi vediamo il seguito: quella stessa notte, mentre dorme, Martino sogna Cristo che gli viene incontro nudo, coperto solo dal mantello dato poche ore prima al povero. È quanto Gesù dice nel Vangelo: “io ho avuto fame, e mi avete dato da mangiare... ero nudo, e mi avete vestito... ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me” (Matteo 25, 35-40).

Il corpo nudo di Cristo, vestito dalla carità di San Martino, si trova sopra l'altare eucaristico, e questo abbinamento — certo non casuale — aiuta a cogliere la spiritualità dei Buonomini, per cui la “reale presenza” del corpo di Cristo si manifesta nel povero come nell'Eucaristia. Tra le affermazioni rinascimentali della dignità dell'uomo, nell'arte e nella vita fiorentina, questa è forse la più bella.

La Compagnia dei Buonomini di San Martino esiste ancora e serve ancora Cristo nei poveri.

© TOSCANAoggi 2000

INDIRIZZO: piazza S. Martino - Firenze
ORARIO: 10-12 e 15-17; chiuso festivi e venerdì pomeriggio
INGRESSO: gratuito

San Martino dei Buonomini
  • Attualmente 0 su 5 Stelle.
  • 1
  • 2
  • 3
  • 4
  • 5
Votazione: 0/5 (0 somma dei voti)

Grazie per il tuo voto!

Hai già votato per questa pagina, puoi votarla solo una volta!

Il tuo voto è cambiato, grazie mille!

Log in o crea un account per votare questa pagina.

Non sei abilitato all'invio del commento.

Effettua il Login per poter inviare un commento