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Nella notte tra il 26 ed il 27 maggio 1993, libero dal servizio, vengo chiamato per andare a documentare un'esplosione di gas. Quando arrivo in caserma quasi tutti i veicoli di soccorso sono usciti, io vengo inviato verso Piazza della Signoria e all’arrivo in via de’ Georgofili, illuminata dalle nostre fotoelettriche, sulla sinistra vedo un enorme cumulo di macerie, sulla destra una casa sventrata da cui esce fumo con, all’interno, ancora le fiamme. Nell'aria c'è un silenzio surreale, molto strano, gli effetti di quest’esplosione non sono consueti.

“Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. 

A trent’anni dalla notte diventata una ferita indelebile per Firenze un simbolo della lotta alla mafia, ma anche della strategia attraverso la quale cosa nostra cercò di sovvertire i rapporti con la politica e il futuro dello Stato, il ricordo più vivo è il tappeto di vetri e di detriti sul quale si era costretti a camminare al buio nel piazzale degli Uffizi. Chi scrive fu svegliato poco prima delle due dalla telefonata di un collega.