Toscana
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Dal n. 24 del 25 giugno 2006

Carceri, la Toscana scoppia

Sovraffollamento delle carceri e alta percentuale di detenuti stranieri. Questi i dati più significativi contenuti nel rapporto sugli istituti penitenziari della Toscana realizzato dalla Fondazione Michelucci in collaborazione con la Regione ed il Provveditorato regionale all'amministrazione penitenziaria. Il dato riguardante il sovraffollamento è quello più allarmante: a fronte di una capienza regolamentare degli istituti toscani pari a 2707 unità e ad una «capienza tollerabile» di 3765 unità, in realtà sono 4102 le persone recluse.

Se la detenzione diventa umanamente indegna

Carceri, la Toscana scoppia

Sovraffollamento delle carceri e alta percentuale di detenuti stranieri. Questi i dati più significativi contenuti nel rapporto sugli istituti penitenziari della Toscana realizzato dalla Fondazione Michelucci in collaborazione con la Regione ed il Provveditorato regionale all'amministrazione penitenziaria. Il dato riguardante il sovraffollamento è quello più allarmante: a fronte di una capienza regolamentare degli istituti toscani pari a 2707 unità e ad una «capienza tollerabile» di 3765 unità, in realtà sono 4102 le persone recluse. Rispetto al 2000 (3940) il dato resta più o meno stabile. In realtà è proprio il concetto di «capienza tollerabile», che il precedente governo ha elevato a più riprese, ad aver camuffato il problema.

Il caso più eclatante in Toscana è rappresentato dal carcere di Sollicciano, a Firenze: 447 la capienza regolamentare, 765 quella «tollerabile», 995 i presenti. Un altro dato che emerge riguarda il numero dei cittadini con cittadinanza non italiana ospitati nel sistema penitenziario toscano: al 31 dicembre 2005 sono ben 1628, il 41% del totale. Il «record» spetta ancora a Sollicciano dove su 1052 reclusi oltre la metà, 611, sono stranieri. Resta bassa la presenza femminile nelle carceri toscane, 189 donne, seppur in aumento rispetto al 2000, 143. I detenuti con problemi di tossicodipendenza reclusi sono 1226 (1155 dei quali di sesso maschile), in sensibile aumento rispetto al 2000, quando erano 776.

Il convegno
Rapporto sui penitenziari della regione
Aprire una discussione col governo, entro tempi brevissimi, per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri in Italia. È questo l'appello lanciato il 16 giugno scorso dall'assessore regionale alle politiche sociali Gianni Salvadori intervenuto alla presentazione del rapporto sugli istituti penitenziari della Toscana presentato nella foresteria della Giunta regionale a Palazzo Bastogi a Firenze. Il rapporto, realizzato dalla Fondazione Michelucci in collaborazione con la Regione ed il Provveditorato regionale all'amministrazione penitenziaria, analizza nel dettaglio il panorama carcerario toscano fornendo dati molto interessanti riguardo ad una situazione che, in alcuni casi, permane estremamente complicata.

Il dramma del sovraffollamento
Il dramma del sovraffolamento delle carceri – ha aggiunto l'assessore Salvadori – merita una soluzione urgente. Non è un problema che si può risolvere con le proposte del governo precedente, che auspicava la costruzione di nuovi istituti. Un'amnistia? Ripeto, occorre una decisione in tempi brevissimi perché in alcuni casi la situazione è allarmante e le condizioni di vita delle persone recluse sono vergognose. Credo che il governo attuale abbia la sensibilità giusta per affrontare questa situazione. Da parte nostra sosterremo tutte le iniziative che consentano di migliorare le condizioni di vita ed un reale percorso di reinserimento sociale dei detenuti, come i progetti di formazione universitaria che sono uno strumento importantissimo».

Il coraggio di cambiare
Severo anche il giudizio del presidente della Fondazione Michelucci, Alessandro Margara, nei confronti della situazione carceraria attuale, in Toscana e in Italia. «Il carcere deve avere una dimensione gestibile, e in questo momento non ce l'ha. Ci troviamo ad un bivio: o facciamo una scelta completamente diversa di politica penitenziaria oppure rischiamo di trovarci in una situazione preoccupante. Non posso dire se, come sostengono in molti, le carceri stiano per esplodere. È certo che le condizioni di vita al loro interno sono degradanti e disumane. Occorre il coraggio per cambiare politica, e ritengo che questo governo abbia questa capacità».

Indispensabile l'amnistia
Infine, secondo Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti, sono necessarie alcune misure organiche e strutturate. «Innanzitutto è indispensabile un provvedimento di amnistia, l'ultimo risale al '90, che permetta di ridurre il numero della popolazione carceraria allo scopo di intervenire sulle strutture, per adeguarle, per renderle più vivibili. Il passo successivo è un intervento strutturato che dapprima elimini le leggi criminogene attualmente vigenti, come la Bossi-Fini e la legge sulle droghe, poi occorre la riforma dell'ordinamento penitenziario, così come proposta da Margara, finendo con il codice Rocco che risale a 75 anni fa. Pensate che su circa 85 mila ingressi in carcere in Italia nel 2005, circa 40 mila dipendono dalle leggi sull'immigrazione e sulla droga. Una situazione imbarazzante. Questo lavoro di riforma – ha concluso Corleone – spero possa essere attuato da questo governo anche se la mia paura è che venga realizzato in modo non organico. Credo sarebbe opportuna, come avviene per la legge finanziaria, una sessione speciale in parlamento».

L'intervista
Margara: dietro le sbarre la «non vita»
di Simone Pitossi
Sovraffollamento, condizioni disumane, scarsa assistenza. «La domanda che ci dobbiamo fare oggi è: dove va la galera, dove va la pena?». Così Alessandro Margara aggredisce il problema delle carceri toscane e di quelle italiane. La risposta, secondo il magistrato, sta in una «scelta»: «O scegliamo una politica che dando risposte penali a criticità sociali porterà all'esplosione della situazione, o andiamo verso una legislazione che prevede una forza diversa all'intervento sociale che farà tornare le carceri al livello di governabilità». Margara ha dedicato la sua vita di magistrato ai penitenziari italiani. Per molti anni è stato presidente della sezione di sorveglianza e magistrato di sorveglianza di Bologna e Firenze e in seguito direttore generale del dipartimento della amministrazione penitenziaria. Oggi, come presidente della Fondazione Michelucci, si occupa della situazione delle carceri toscane e dei problemi che le affliggono.

Margara, qual è lo stato di salute del sistema penitenziario?

«Parliamo di numeri: nel 1990 i detenuti italiani erano 30.000 e le misure alternative erano 6.300. Oggi i detenuti sono 60 mila e le misure 50 mila. E, soprattutto, ci sono in attesa di decisioni circa 70 mila richieste di misure alternative. L'area della penalità, in 16 anni, è passata dunque dalle 36.300 del 1990 alle circa 180 mila unità di oggi. E per il gruppo di 60 mila detenuti, la popolazione penitenziaria è rappresentata per i due terzi da quella che possiamo chiamare detenzione sociale, ovvero detenzione che fa riferimento a fenomeni sociali trattati penalmente».

Chi sono precisamente questi due terzi?

«Sono in gran parte tossicodipendenti e immigrati. Poi ci sono tutte le altre criticità: dalle persone con problemi psichiatrici alle persone con problemi di abbandono sociale. In totale rappresentano 40 mila persone su 60 mila. Insisto su questo perché riguarda ciò che sinteticamente potremmo chiamare “l'esplosione del penale” che si è moltiplicato in 16 anni di 5 volte tanto. Tutto ciò accade in conseguenza di una certa politica potremmo sintetizzare con l'espressione “dal sociale al penale”».

Che cosa va cambiato e dove nella legislazione attuale?

«Per l'immigrazione serve una legge diversa dalla Bossi-Fini che comprenda che gli stranieri rappresentano una risorsa per il paese e non sono un pericolo. Per quanto riguarda i tossicodipendenti, nella maggior parte dei casi la risposta non può essere il carcere: devono essere invece affidati al sociale e curati. L'attuale legge Fini-Giovanardi che punisce il consumo e lo spaccio in modo preventivo non fa che peggiorare la situazione. E la cosiddetta “Cirielli” deve essere rivista nella parte che prevede l'inasprimento della pena in caso di “recidiva”».

Quanto è difficile oggi la gestione delle carceri toscane?

«Le carceri sono congestionate e difficili da gestire perché sono molto più affollate di quanto possano accogliere. Inevitabilmente la gestione diventa più difficile, ogni servizio diventa più complicato ed è ancor più difficile quando per molte di queste persone si aggiungono problemi di carattere sociale e di disagio. Per la collettività interna è un problema difficile da affrontare: c'è una grossa fetta del carcere che soffre particolarmente e che non ha risposte adeguate. Durante questo periodo, nonostante l'aumento della popolazione interna, le risorse d'aiuto a queste persone sono diminuite».

Ma i problemi non finiscono qui…

«Il problema in cui ci si imbatte è quello del “non vivere” in carcere. La non vita che il carcere dà in molte strutture in cui non ci sono risorse di lavoro, dove la vita si trascina in una cella tutt'altro che vuota ma sovraffollata. Con poche ore d'aria che sono l'unica risposta che viene data, con scarsi interventi di carattere generale e scarse possibilità. Questa è la situazione che interessa una parte notevole della popolazione penitenziaria. Ecco questa “non vita” è il fondo su cui ci si muove, è la patologia di fondo che sarebbe necessario curare. Per questo bisognerebbe che ci si interessasse effettivamente di cambiare le cose, che ci fosse da lavorare, da muoversi, da vivere fuori dalla cella. Queste dovrebbero essere risposte fondamentali».

L'appello
E le «Piazze» chiesero l'amnistia
In carcere: quello di Arezzo. Una trasmissione in diretta: quella di RadioTre Rai. Un ospite illustre: il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio per la giustizia e la pace. Un messaggio che ha fatto il giro dell'Italia, è rimbalzato nelle aule del Parlamento e ha riaperto una questione dimenticata: quella sull'amnistia ai detenuti.

Se c'è un appello che ha tenuto banco dopo le «Piazze di maggio», l'evento nazionale ospitato dalla diocesi idi Arezzo che ha scandito il cammino sulla cittadinanza verso il Convegno ecclesiale di Verona, è stato quello lanciato oltre le sbarre dal cardinale Martino nella casa circondariale «San Benedetto». «Giovanni Paolo II aveva chiesto un gesto di clemenza per i detenuti – ha detto Martino nel carcere aretino – La Chiesa e tutti gli operatori impegnati nelle carceri non hanno perduto la speranza». Il cardinale non ha parlato di amnistia, ma ha premuto per un passo concreto. «Ancora oggi preghiamo perché un atto di clemenza in qualsiasi forma i legislatori decideranno di farlo si possa attuare nel nostro Paese». Di fronte a lui c'era un nutrito gruppo di detenuti, illuminati dai raggi che filtravano nella piccola chiesa sotto la vetrata che raffigura, miracoli delle coincidenze, la Basilica di San Pietro. Vicino al cardinale anche il vicedirettore della Caritas nazionale Giancarlo Perego, il Vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Gualtiero Bassetti e il Presidente di Rondine Cittadella della Pace Franco Vaccari. Diocesi e Rondine che si sono impegnate ad entrare in una delle piazze più difficili: quella del carcere. «I diritti umani di tanti detenuti - ha spiegato Martino - sono calpestati e abusati. E quando una persona finisce in carcere, la società tira un sospiro di sollievo dicendo: “Giustizia è fatta”. E poi si disinteressa di chi sta dietro le sbarre. E questo non deve accadere». Le parole del cardinale hanno permesso che tornasse nell'agenda politica italiana il tema dell'amnistia e hanno aperto un ampio dibattito.

E l'intervento di Martino farà parte del «compendio» delle «Piazze di Maggio» che sarà presentato venerdì 30 giugno, alle 18, nella cittadella della pace di Rondine, alle porte di Arezzo. Due i lavori realizzati a tempo di record: un video che sarà una carrellata di immagini e di emozioni sull'evento aretino, dalle tende della Cittadella alle piazze aperte in città, dalla camminata nel bosco di Camaldoli al dialogo ecumenico tra Kasper e Luzzatto; e poi un libro che sarà un rapporto iniziale sui passaggi principali di questa avventura. La presentazione coinciderà con il debutto della kermesse «VolArondine 2006», la stagione di spettacoli, stage e appuntamenti all'insegna della pace che si dipana da giugno a settembre nel borgo di Rondine.
Giacomo Gambassi

Le sperimentazioni
Gli istituti a trattamento avanzato
Sono state avviate in Toscana, grazie al finanziamento della Regione, attività di sperimentazione in istituti definiti a «trattamento avanzato». Si tratta della casa circondariale femminile a custodia attenuata di Empoli e di quella maschile di Massa Marittima dove è stato attivato un servizio di tutorato con lo scopo di accompagnare il detenuto nel percorso di reinserimento e di sostenere gli operatori nella implementazione di programmi personalizzati di trattamento.

I Poli universitari e l'istruzione
Sono in fase di realizzazione in varie sezioni. Nella casa circondariale di Prato funziona da 5 anni. Sorgeranno a Pisa, San Gimignano e Sollicciano. A Prato, in virtù dell'accordo tra Università di Firenze, Amministrazione penitenziaria centrale e periferica e Regione, è stato possibile realizzare l'esperienza in una sezione apposita di 23 celle occupate ciascuna da una sola persona. Con l'aumento del numero degli utenti saranno realizzati spazi appositi. Esistono anche una saletta con pc e biblioteca e stanze per i colloqui con i docenti. In fase di realizzazione un'attività di lavoro a distanza. È anche prevista la possibilità di ottenere un'istruzione a partire dalla scuola elementare.

Tossicodipendenza e custodia attenuata
La casa circondariale di Firenze M. Gozzini, o Solliccianino, è stata il primo istituto a prevederla. Sono poi seguite la casa circondariale femminile di Empoli e quella per uomini di Massa Marittima, anche se quest'ultima si è allontanata da questo modello.

Il teatro: laboratori, scene, musica e costumi
In almeno 11 dei 18 istituti attivi in regione esistono laboratori teatrali gestiti da insegnanti o associazioni del settore e si svolgono corsi di formazione teatrale (scenografia, musica, costumi). Oltre all'attività svolta nella casa di reclusione di Volterra, assurta alle cronache nazionali ed internazionali a partire dal 1988, vanno menzionate quelle sviluppate all'interno degli istituti, e fuori da questi, come nelle case circondariali a custodia attenuata di Empoli, Solliccianino e nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo. Altre esperienze sono state realizzate ad Arezzo, Sollicciano, Livorno, Massa, Pisa e San Gimignano.

Accordo di programma Regione-Ministero
E' in fase di stesura allo scopo di definire strategie comuni finalizzate a promuovere e realizzare azioni di trattamento e reinserimento socio-lavorativo più efficaci. Progetto di Riforma dell'Ordinamento penitenziario La Fondazione Michelucci ha contribuito alla sua elaborazione. Un gruppo consistente di deputati dell'Unione lo hanno assunto trasformandolo in proposta di legge.

I dati
In Toscana esistono
al momento:

12 Case circondariali
Arezzo, Empoli, Firenze Sollicciano, Firenze «Mario Gozzini», Grosseto, Livorno, Lucca, Pisa, Pistoia, Prato, Siena e Massa Marittima
La «Mario Gozzini» a Firenze, l'istituto di Massa Marittima e la struttura di Empoli sono case a custodia attenuata

5 Case di reclusione
Gorgona, Massa, Porto Azzurro, San Gimignano e Volterra

1 Ospedale psichiatrico giudiziario
Montelupo Fiorentino

1 casa mandamentale
Pitigliano
Dipende dalla direzione di Grosseto e ospita detenuti in regime di semilibertà

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