Toscana
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Dal n. 3 del 19 gennaio 2003

Dal carcere «la poesia delle bambole»

L'hanno chiamata «La poesia delle bambole». È un «percorso di vita nella dignità del lavoro» all'interno del carcere. «Da piccola – racconta Silvia – non ci giocavo anche se ne avevo tante di bambole, le vestivo con gli abiti cuciti con gli avanzi delle stoffe che mia madre usava per fare i nostri abiti. Mi piace cucire, amo i lavori manuali». È per questo che Silvia, una delle ragazze della sezione femminile di Sollicciano, ha aderito subito al progetto del laboratorio di bambole in stoffe.

Il carcere aspetta un gesto di clemenza

Dal carcere «la poesia delle bambole»

L'hanno chiamata «La poesia delle bambole». È un «percorso di vita nella dignità del lavoro» all'interno del carcere. «Da piccola – racconta Silvia – non ci giocavo anche se ne avevo tante di bambole, le vestivo con gli abiti cuciti con gli avanzi delle stoffe che mia madre usava per fare i nostri abiti. Mi piace cucire, amo i lavori manuali». È per questo che Silvia, una delle ragazze della sezione femminile di Sollicciano, ha aderito subito al progetto del laboratorio di bambole in stoffe. «Le crei dal nulla – spiega Silvia –: prima un gomitolo di lana e poi su, vedi crescere una cosina che prende le sembianze di un bambino.... Sono contenta di quello che faccio e lo faccio con il cuore».

«Già prima di entrare in carcere – racconta Maria – sapevo usare la macchina da cucire e sapevo ricamare. Mi sono affezionata a queste ore di corso».

«L'anno scorso al femminile di Sollicciano ci è stato proposto di fare delle bambole, cosa che ho accettato con piacere – dice Peppina –. Considero questa iniziativa una reale terapia per smaltire il nervoso accumulato e un serbatoio di speranza per un uscita più umana».
Silvia, Maria e Peppina sono tra le detenute, le ex detenute e le detenute in misura alternativa che producono le «Ninette», bambole-cuscino.

Il progetto ha preso il via un anno fa con un corso di formazione all'interno delle sezioni femminili del carcere di Sollicciano, coinvolgendo diciotto detenute di cui cinque della casa di cura e custodia (detenute con problemi psichici) e le altre delle sezioni penale e giudiziaria.
«Nel primo anno – come si legge nel resoconto che appare sull'ultimo numero di Ragazze fuori, il periodico della Casa femminile a custodia attenuata di Empoli – si è svolto soprattutto un lavoro di formazione con l'intervento di operatrici esterne che hanno insegnato, con cadenza quindicinale, a creare prima la bambola cuscino o Ninetta e poi la bambola ad abito fisso. In primavera il laboratorio ha preso il via con due incontri settimanali, nel tentativo di preparare un numero più elevato di bambole per diffonderle e poter così far conoscere il progetto. L'esperienza si è mostrata valida – spiega ancora il periodico dell'istituto empolese –, le ragazze sono contente e i lavori si sono mostrati di ottimo livello».

A promuovere «La poesia delle bambole» sono state tre associazioni che da tempo si occupano dei problemi del carcere, due fiorentine e una milanese: la «Pantagruel» di Giuliano Capecchi, il «Ramo in fiore» di Maria Cristina Bimbi e «La strada». A questi primi promotori del progetto si è aggiunto direttamente il carcere fiorentino di Sollicciano, che ha chiesto e ottenuto dal Ministero di grazia e giustizia un finanziamento di oltre 8 mila euro. È stato inoltre individuato un laboratorio esterno per le detenute in misura alternativa e per il quale il Comune di Firenze ha destinato altri 5 mila euro.

Il progetto insegna a creare bambole di diversa fattezza, di varia dimensione, «ma facciamo anche – raccontano le ragazze di Sollicciano – gnomi e angeli e presto personaggi del presepe e delle fiabe».
A.F.

Il carcere aspetta un gesto di clemenza

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