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Dalla Siria a Siena, "come Mustafà tanti altri bambini"

Una gara di solidarietà senza precedenti ha condotto Munzir, la moglie Zeynep e i figli Mustafa Sajida e Nura, ad arrivare fino a Siena dalla Siria per ridare loro una nuova vita, ma soprattutto la speranza. Li abbiamo incontrati nell’appartamento di Arbia messo a disposizione della famiglia siriana dalla Caritas dell’arcidiocesi di Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino

Munzir e Mustafà con Gabriele Romaldo

Mustafa è sdraiato sopra uno skateboard che corre in su e in giù nel cortile davanti al suo nuovo appartamento del Centro Caritas di Arbia (Siena). Nonostante le sue difficoltà riesce a spingersi e quell’inconfondibile risata contribuisce a colorare un grigio pomeriggio di fine gennaio. Mustafa ha una forza innaturale che lo rende unico: proprio mentre parliamo nel divano con suo padre Munzir, lui riesce contemporaneamente a bere il tè da una tazza e a usare lo smartphone del mediatore linguistico. La sorella più piccola, Nura invece ci offre una «tazza di caffè» con il servito della sua nuova cucina giocattolo: «Sono molto ospitali – spiega l’interprete – per loro avere una casa è già molto. Sentono il bisogno di condividere quel poco che hanno con chi va a trovarli. Questo è il loro modo di ringraziare». La notizia dell’esito negativo dei tamponi è appena arrivata e decreta finalmente il termine della loro quarantena.
Munzir innanzitutto come stai?
«Sto bene e ringrazio tutti per l’accoglienza che ci è stata riservata. Le persone che finora abbiamo incontrato sono state carinissime. Questi giorni li abbiamo trascorsi con qualche difficoltà perché non siamo abituati a rimanere chiusi in una casa. Ora che siamo negativi, Mustafa e le sue sorelle non vedono l’ora di incontrare altri bambini e di imparare l’italiano. Le lezioni che abbiamo cominciato con la nostra interprete stanno procedendo bene».
La quarantena è finalmente terminata. Adesso cosa farete?
«Prima di tutto ci concentreremo sulla cure mediche per Mustafa: vorremmo incontrare prima possibile i medici del Centro protesi Vigorso dell’Inail a Budrio. Poi continueremo tutti a studiare; mi piacerebbe che i bambini si inserissero presto in una scuola, loro non ne hanno mai frequentata una; uno dei sogni di Mustafa è quello di andare in piscina. Abbiamo voglia di imparare».
Conoscevate l’Italia prima d’ora?
«No, in Siria non avevamo elettricità, per cui eravamo lontani dal resto del mondo. Quando poi ci siamo spostati in Turchia, il nostro impegno principale era quello di trovare le cure per Mustafa. Purtroppo non abbiamo mai ricevuto un’assistenza adeguata. Poi, essendo mutilato, io non potevo lavorare».
Prima che accadesse quel brutto incidente di cosa ti occupavi in Siria?
«La mia città era molto lontana dalla scuola, per cui studiavo a casa e poi mi recavo all’istituto per dare gli esami. In estate facevo il contadino e il muratore. Nella mia famiglia eravamo sette fratelli; ogni famiglia aveva a disposizione venti ettari di terra per sopravvivere».
E poi la guerra...
«Ricordo che a un certo punto iniziarono varie manifestazioni che sfociarono in un conflitto. Non riuscivamo a capire chi fosse il nemico: “lo stato è contro di noi?”. Non riuscivamo a capire cosa stesse accadendo; ogni giorno tante persone morivano per le bombe a gas sganciate dalle truppe del presidente Assad. Bambini come Mustafa purtroppo ce ne sono tanti in Siria».
Siete riusciti a mettervi in contatto con i vostri familiari che sono rimasti in Siria?
«Sì, li abbiamo sentiti. Appena siamo arrivati a Siena ci siamo messi in contatto con loro per tranquillizzarli. Ci hanno detto che vorrebbero provare a fare un video per ringraziare l’Italia dell’accoglienza che ci è stata riservata. Tutta la nostra famiglia ha messo la foto della bandiera italiana nel profilo di Whatsapp».
La guerra ha colpito anche loro?
«Purtroppo due miei fratelli sono morti a causa della guerra. Uno di loro aveva una figlia, l’altro aveva tre figli maschi e una femmina. Non esiste una sola famiglia in Siria che non abbia una persona deceduta a causa della guerra. Mia mamma non riesce ancora a convincersi che due dei suoi figli non ci sono più: ha cinquantadue anni, ma purtroppo sembra una donna anziana, non è più così cosciente».
Poi dalla Siria siete riusciti a trasferirvi in Turchia dove avete vissuto per quasi tre anni. Perché poi avete scelto l’Italia?
«Quando siamo partiti dalla Siria per andare in Turchia, Mustafa era molto piccolo e la sua sorellina, la nostra seconda figlia, aveva appena un mese. I turchi ci fecero viaggiare con un pullman che ci condusse in un loro ospedale dove alcuni medici visitarono Mustafa. Questa visita durò un’ora, poi il nulla. Il governo turco non ci ha offerto più niente; ci arrivavano appena 75 dollari al mese che non bastavano nemmeno per comprare latte e pannolini. Per due notti abbiamo dormito fuori in un giardino e poi ci siamo riparati in un garage dove in una sola stanza avevamo un bagno e i letti per dormire. Dallo stato turco non abbiamo ricevuto altri aiuti».
E proprio in quel periodo è stata scattata quella foto per il Siena International Photo Awards...
«Quello scatto in un solo giorno ha fatto il giro del mondo. Appena quella foto è divenuta celebre, la Turchia ci ha proposto la cittadinanza e mi ha offerto uno stipendio. Mi sono detto: “sono qui da tre anni e non mi avete mai assistito. Perché dovrei rimanere qui?”. Gli italiani sono stati i primi che ci hanno ascoltato e così ho deciso che con mia moglie e i bambini saremmo partiti per l’Italia; sapevo che i turchi non avrebbero mantenuto le loro promesse».
Posso chiederti come vi siete conosciuti tu e tua moglie Zeynep?
«La conosco fin da quando eravamo bambini. Lei è più giovane di me di sette anni: io quest’anno farò trentatré anni, mentre lei ne compirà ventisei. Quando era piccola mi prendevo cura di lei, la alzavo sulle spalle e la portavo a scuola. Ci siamo sposati giovani: il mio sogno in Siria era quello di avere dieci bambini. Oggi vorrei dare a Mustafa altri fratelli affinché possano prendersi cura di lui».
In questi giorni hai assaggiato il cibo italiano. Come ti sembra?
«Perfetto, non posso lamentarmi di niente perché prima avevo sempre fame e facevo mangiare i bambini. Mi manca solo il pane siriano: è come una piadina, ma un po’ più alta. Però mi piace molto anche il vostro “ciaccino”».
Non possiamo salutarci e andare via senza prima aver mangiato uno dei biscotti che ci hanno gentilmente offerto, perché ciò che colpisce il cuore è che Munzir e la sua famiglia si fanno loro stessi promotori dell’accoglienza e dell’ospitalità. Domani sarà un nuovo giorno. I nostri migliori auguri per ogni loro ambizione.

Fonte: Tog
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