Toscana
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Dal n. 7 del 17 febbraio 2002

Delitti e informazione/5: stampa e magistratura sul banco degli imputati

Giro di opinioni tra gli abbonati a TOSCANAoggi: ogni volta che se ne parla è come uccidere di nuovo il piccolo Samuele. I lettori: «C'è un'ipotesi alla quale non vogliamo credere».
DI ELISABETTA CASELLI

Delitti e informazione/5: stampa e magistratura sul banco degli imputati

DI ELISABETTA CASELLI
Il momento di impatto con la tragedia è stato tremendo e il senso di sgomento così forte che nessuna parola lo può esprimere. Sembriamo una società avanzata e invece continuiamo a prendercela con i più deboli, a sfogare su di loro le paure, i problemi in un atto di vigliaccheria estrema. Ogni volta che ne parlano è come se questo bambino venisse ucciso di nuovo, è come se gli eventi avvenissero mille volte, per questo l'informazione dovrebbe essere più limitata e meno accanita». Sono parole della signora Rossella Gentili di Pitigliano che trovano d'accordo altri nostri lettori con i quali abbiamo parlato della tragedia di Cogne. C'è una invadente, eccessiva, maniacale, inutile informazione.

«L'ossessione sul dettaglio va al di là del diritto all'informazione – dice Daniela Bassi di Livorno – e il paese di Cogne ha dato una lezione di dignità: è inutile chiedere cose che non si sanno, l'opinione di strada può andar bene su altri argomenti ma non su queste tragedie. È giusto indagare sulla madre perché c'è un altro bambino e anche il marito, ma non va bene che i mass media velatamente la accusino anche se ultimamente sono molto più pacati».
Per Michele Malquori di Montaione (provincia di Firenze, ma diocesi di Volterra) si è fatto un battage di stampa che non ha nulla a che vedere con l'informazione e la formazione: «Basta la notizia, poi se ne riparla quando si è arrivati alla verità. Non puoi attrarre l'attenzione del lettore o di chi guarda la televisione per dieci e più giorni su un fatto del genere perché all'atto pratico sono centinaia i bambini che muoiono ogni giorno e che subiscono violenze. Ci danno delle informazioni che generano delle aspettative e delle convinzioni che non sono suffragate da nulla».

Carla Paoli di Prato riconduce questa vicenda in un clima generalizzato di violenza e ritiene che certa informazione vada a ledere i diritti della famiglia: «Si sente una accusa velata alla madre e non è giusto finché non ci saranno delle prove precise. Spesso si scava per creare spettacolo, sensazionalismo, attenzione, fare audience».

Gianna Feri di Firenze dice: «Lotto per cercare di non pensare che sia stata la madre perché mi sembra una cosa tremenda, ma da quello che fanno vedere o che scrivono sui giornali, anche se in maniera velata, sembrerebbe la più probabile indiziata».

Ha avuto la stessa sensazione anche Maria Caccavale di Livorno che però dice: «L'informazione è l'insieme di visioni soggettive che non danno mai l'oggettività assoluta. Credo che sia impossibile che una madre abbia compiuto un gesto simile. Oggi dovrebbe calare il silenzio sui genitori per essere lasciati con il loro dolore, vicino a persone che li possano aiutare».

C'è fra i nostri lettori chi rifiuta l'informazione televisiva perché ne ha un giudizio pessimo in generale e chi ritiene che si dovrebbe parlar meno di certi fatti che creano una curiosità morbosa e influenzare altre menti malate. «Sono una persona atipica – dice Paolo Mascellani di Pisa – guardo raramente la tv e su questo fatto non ho visto nessun servizio. È una cosa che colpisce e quindi è naturale la curiosità, ma non serve a niente e in compenso è molto indiscreta nei confronti della famiglia di Cogne».

Anche Andrea Bartelloni, sempre di Pisa, guarda poco la televisione perché «la memoria è corta, si sente dire tante cose e spesso non siamo in grado di verificarle quando avvengono le sentenze. Si vive in un mondo in cui la libertà è sovrana, si può dire quello che si vuole, ma anche come medico dico: va bene la libertà ma finché non danneggia quella degli altri».

Umberto Boaretti di Peccioli (provincia di Pisa e diocesi di Volterra) vede nel servizio informativo solo linciaggio e non solo in questo caso. «C'è una sovraesposizione di fatti che è anomala. Oggi è meglio apparire che essere e allora si parla male di qualcuno, si raccontano le storie, c'è l'abbandono della riservatezza a tutto tondo e tutto ciò è distante dai valori della famiglia, dai valori essenziali della vita».
A.F.
IL COMMENTO:
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