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FORUM SOCIALE EUROPEO: CONFLITTI DIMENTICATI E MEDIA, LA RICETTA DELLA CARITAS

Percorsi: Mondo

Un abbraccio tra una vedova albanese e una serba in Kosovo, tra donne musulmane e cristiane in Bosnia. Un piccolo gesto con grande significato, esempio del lavoro di riconciliazione che le realtà Caritas portano avanti nelle zone di conflitto, dove le guerre - terminate e oramai drammaticamente dimenticate - hanno lasciato “ferite non rimarginate” che rischiano di provocare nuove tensioni. Sono alcune delle storie e testimonianze raccontate dagli operatori delle Caritas locali (Serbia-Montenegro, Bosnia, Macedonia, Croazia, Albania, intervenuti oggi pomeriggio al seminario sui “Conflitti dimenticati ma non risolti: l'esempio dei Balcani”, organizzato da Caritas italiana, Caritas Francia-Secours catholique e Movimento per la pace nell'ambito del Forum sociale europeo in corso da oggi fino al 7 maggio ad Atene, con oltre 600 eventi interni e la partecipazione di circa 20.000 persone appartenenti a movimenti sociali che si interrogano su pace, diritti umani, povertà, migrazioni in Europa e nel mondo. Il Forum si svolge in una atmosfera tranquilla ma quasi irreale, tra il vento che agita striscioni colorati contro la guerra e le ingiustizie e il brulicare di giovani che si aggirano tra centinaia di stand e stanze dei padiglioni in cerca del seminario giusto.

La Caritas italiana partecipa da tempo ai Forum sociali (ma è la prima volta che organizza degli incontri) “con una presenza che non vuole essere episodica - spiega al Sir Paolo Beccegato, responsabile dell'area internazionale di Caritas italiana -, ma diventare invece un percorso di condivisione e confronto con le altre realtà della società civile europea e mondiale. Perché l''incontro con identità diverse è motivo di ricchezza”. Il seminario di oggi nasce “dalla consapevolezza che l'Europa è luogo di conflitti dimenticati non risolti o che possono esplodere di nuovo”, come in Kosovo, Cecenia, Ossezia. A questo proposito Caritas Caucaso, Kosovo e Bosnia svolgono da tempo - in collaborazione con Caritas italiana - un lavoro che coinvolge centinaia di vittime dei conflitti, soprattutto vedove, orfani e anziani delle diverse etnie. Oltre all'aiuto economico, ai gruppi di mutuo-aiuto e sostegno psicologico, si cerca di mettere in relazione i parenti delle vittime di entrambe le parti in conflitto. ”Il risultato è “fantastico”, come confermano gli abbracci tra donne serbe e albanesi o tra anziani. “Sono microesperienze che funzionano e per questo devono essere condivise con altri soggetti - commenta Beccegato - per non creare una pace 'dimenticata' ma radicata invece nelle coscienze e nelle istituzioni”. Dimenticata come la guerra in Bosnia, avvenuta nel cuore dell'Europa solo 11 anni fa.

“Purtroppo la comunità internazionale e i mass media sono sempre più attratti da logiche di spettacolarizzazione - continua Beccegato - per cui l'interesse e la solidarietà vanno solo verso le emergenze. Non si parte mai dai bisogni concreti della gente o dai danni provocati dalle guerre. Gli interventi solidaristici sono sempre più motivo di propaganda politica o elettorale”. Quale può essere l'antidoto? A suo avviso “il lavoro di riconciliazione dal basso attraverso una società civile più unita ed interagente, il dialogo tra le religioni e la proposta di una informazione alternativa, sostenendo le reti di giornalisti che cercano di dare voce a tutte le opzioni alternative alla guerra”. Anche perché, ha ricordato citando una recente indagine Caritas, il 77% dell'opinione pubblica italiana chiede un approccio non violento ai conflitti. A questo proposito “l'informazione - conclude - ha un ruolo fondamentale se non appoggia le manovre dei governi a sostegno delle operazioni militari”.
Sir

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