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Famiglia, la Regione cambi marcia

La Toscana ha bisogno di una welfare review in chiave familiare. Nella nostra regione infatti la famiglia mostra evidenti segni di crisi, nonostante ottime leggi, un welfare regionale tradizionalmente robusto e uno dei più alti livelli di compartecipazione economica da parte dei cittadini. Per questo vanno messe a punto nuove strategie di supporto, con una ricalibratura del sistema, oggi troppo concentrato sull’individuo, verso la famiglia, aprendolo anche ad una maggiore sussidiarietà con il volontariato ed il privato sociale.

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Famiglia, la Regione cambi marcia

È il quadro che emerge da una ricerca, promossa da Cisl e Cisl Pensionati, presentata la scorsa settimana a Firenze in un convegno a cui hanno preso parte anche il presidente della regione, Enrico Rossi, il responsabile dell’Ufficio pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Firenze, don Giovanni Momigli e il segretario generale della Fnp-Cisl nazionale, Ermenegildo Bonfanti. L’indagine, realizzata con la società Aretés di Modena e illustrata dal professore Giampietro Cavazza, ha esplorato, in un’ottica di confronto, il grado di orientamento alla famiglia di otto sistemi regionali: Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania e Sicilia.

Per confrontare gli otto sistemi di welfare, è stato utilizzato l’Indice sul Grado di familiarità dei territori e delle politiche (IGF) che utilizza sedici indicatori (ad esempio il tasso di fecondità delle donne, il numero di figli per giovani coppie, la percentuale di «under 34» che già vivono da soli). Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna presentano un elevato orientamento alla famiglia, mentre la Toscana appartiene al gruppo di regioni no family (con Friuli Venezia Giulia, Lazio, Campania e Sicilia) pur se di poco sotto alla media nazionale. Nel dettaglio, per investimenti in politiche sociali la Toscana si colloca al terzo posto (assieme al Veneto e dopo il Friuli Venezia Giulia e l’Emilia Romagna) grazie in primo luogo al finanziamento sostenuto dai comuni e dalle aziende sanitarie nella costruzione e nella gestione della rete dei servizi: in Toscana vengono investiti 155 euro per abitante, mentre la media nazionale si ferma a 140 euro pro capite.

Alta anche la «compartecipazione al costo del servizi» da parte degli utenti: con i suoi 22 euro per abitante la nostra regione è al terzo posto, dopo Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Il finanziamento dei servizi da parte dei privati è ancora esiguo (2,1 euro per abitante), ma tra i più alti: fa meglio solo l’Emilia Romagna con 5 euro pro capite.

In fatto di leggi poi la Toscana si colloca al primo posto, con una normativa positiva in materia di politica familiare. Quattro interventi su cinque (79,4%) vengono definiti come abbastanza familiari e la normativa regionale è ben organizzata dal punto di vista della politica familiare, inquadrando perfettamente gli interventi e gli attori previsti dalla governance dentro ad una prospettiva di attenzione alla famiglia e alla relazionalità familiare. Un punto debole del quadro normativo riguarda la necessità di definire in modo più efficace il sistema familiare come destinatario degli interventi.

Le note dolenti vengono però soprattutto dagli indicatori connessi alla morfologia familiare (fare famiglia, fare figli, attivare il mutuo aiuto e garantire equilibrio generazionale). La Toscana è l’unica regione, assieme al Friuli Venezia Giulia, a posizionare sotto la media nazionale i valori di tutti e quatto gli indicatori. Superiore alla media nazionale il dato relativo ai 25-34enni che vivono ancora all’interno della famiglia d’origine (in Toscana la percentuale si attesta al 44,2% rispetto al 37,1% della Lombardia e 31,9% dell’Emilia Romagna), evidenziando la difficoltà delle nuove generazione a costruirsi una propria autonomia e nel riuscire a «fare famiglia». Tra i peggiori a livello nazionale il tasso di fecondità, a dimostrazione della fatica delle giovani coppie toscane a «fare figli» (il 39,3% in Toscana, contro il 44,1% in Lombardia, il 43,1% in Emilia e il 42,2% in Veneto). Significativamente sbilanciato il rapporto tra minori e anziani. Negativo anche il rapporto tra popolazione attiva e inattiva (l’indice di ricambio della popolazione si ferma in Toscana al 54,3%, rispetto al 70,5% della Lombardia e al 71,5% del Veneto).

In Toscana, dunque, la famiglia mostra evidenti segni di crisi. Secondo la Cisl i dati sulle dinamiche e sulle relazioni familiari richiedono una riflessione profonda sulle cause di questa crisi e confermano la necessità di cercare nuove strategie di supporto alle famiglie, sostenendo soprattutto quelle sovraccaricate funzionalmente e impegnate ad affrontare, spesso da sole, i problemi connessi alla complessità del mondo del lavoro, allo sbilanciamento generazionale e allo sbilanciamento tra popolazione attiva e inattiva.

«L’indagine – ha detto il segretario generale della Fnp toscana, Mauro Scotti – conferma che il sistema toscano è uno dei più attenti al welfare, ma è centrato sull’individuo, più che sulla famiglia». «Non ci dobbiamo dimenticare – ha aggiunto Scotti – che il nostro sistema di welfare si fonda anche sui pensionati, che sono il primo e più efficace ammortizzatore sociale del Paese (con pensioni che in Toscana si attestano, mediamente, a 1.000 euro al mese): contribuiscono in maniera decisiva all’economia, con i loro consumi e i trasferimenti monetari alle giovani generazioni. E contribuiscono al funzionamento del sistema di welfare sia all’interno delle famiglia (occupandosi dei bambini e degli anziani non autosufficienti) e sempre più attraverso il volontariato. Per questo, occorre sostenere i pensionati e le loro famiglie».

«Benissimo la spending review lanciata dal Governatore Rossi – ha detto il segretario generale della Cisl toscana, Riccardo Cerza – perché anche in questo campo occorre spendere meglio e rendere gli investimenti più produttivi. Ci vuole poi anche una welfare review, ovvero una revisione delle politiche in chiave familiare, perché solo mettendo in campo tutte le risorse della nostra società possiamo far fronte alla crisi. Per la Cisl pubblico non significa che un servizio è erogato dallo Stato o dalla Regione, ma che siamo in grado di offrire ai cittadini un servizio efficiente al più basso costo accessibile a tutti i cittadini in maniera universale, ma selettivo nella compartecipazione».

Da parte sua il presidente della regione Enrico Rossi ha riconosciuto che «c’è bisogno invece di lavorare di più sul tema delle politiche per agevolare la formazione della famiglie e soprattutto per aiutare quelle che hanno deciso di avere uno o più figli». «Ricordo benissimo – ha ammesso il governatore – di aver preso un impegno in campagna elettorale: prevedere un assegno per le famiglie con figli piccoli e redditi bassi, in modo da sostenere la scelta della natalità. Purtroppo da allora molte cose sono cambiate e in peggio. Quando prendemmo questo impegno la Regione aveva una disponibilità di 500 milioni di euro in più all’anno, ben il 25% in più di disponibilità. Il nostro bilancio è stato falcidiato dai tagli. Ma quell’impegno ce lo ricordiamo bene. Il fatto è che in questi anni siamo dovuti intervenire per sopperire ai tagli fatti all’assistenza agli anziani non autosufficienti, alla scuola a partire dagli asili nido fino alla scuola dell’obbligo, ai servizi per i disabili e al trasporto locale».

S. M.

Un rapporto «oscurato» dalle polemiche

Sempre più famiglie – siamo a 23 milioni – ma sempre più piccole. Cresce il numero degli anziani soli e diminuisce quello delle coppie con figli, anche se restano diversità a livello regionale. È questa la sintesi del rapporto biennale su «La famiglia in Italia», curato da Pierpaolo Donati per l’Osservatorio nazionale sulla famiglia, presentato martedì 15 maggio, presso la presidenza del Consiglio in occasione della giornata internazionale della famiglia. All’incontro hanno partecipato, oltre a Donati e ad altri ricercatori, anche il ministro per l’integrazione con delega per la famiglia, Andrea Riccardi, il presidente del Forum delle famiglie, Francesco Belletti, il presidente della Camera, Gianfranco Fini e i ministri Elsa Fornero (welfare e pari opportunità) e Fabrizio Barca (coesione territoriale).

È stato in questa occasione di «festa» per la famiglia, che il ministro Fornero è «scivolato» sulle «coppie gay». «La famiglia tradizionale? Rischia di diventare un’eccezione, non una regola», ha detto il ministro – «Oggi le famiglie si fanno e si disfano e le famiglie tradizionali neppure si formano. Le coppie di fatto chiedono di essere considerate famiglie». E soprattutto ha aggiunto: «Ci sono coabitazioni di persone dello stesso sesso che chiedono di essere riconosciute come famiglie. Lo so e non lo posso dimenticare: io sono ministro anche delle Pari opportunità». Dichiarazioni che hanno spinto il presidente del Forum delle Famiglie a indirizzarle una «lettera aperta». «Il ministro – scrive tra l’altro Belletti – ha mancato di ascolto nei confronti del lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia che nel suo Rapporto biennale aveva tracciato una fotografia della famiglia italiana che in due minuti è stata ridotta a carta straccia. Ma le famiglie, quelle autentiche ritratte dall’Osservatorio e non quelle molto più fantasiose del ministro, sono ormai all’angolo, grazie alle stangate e ad un regime fiscale che da troppo tempo penalizza proprio le famiglie e le famiglie con figli». Domenica 20 maggio il ministro ha fatto marcia indietro in una lettera al direttore di «Avvenire», sostenendo di essere stata fraintesa e di aver solo parlato del «rischio» del superamento «della famiglia tradizionale». «Parole meditate e utili», le ha definite nella sua risposta Marco Tarquinio.

La polemica innescata dalle dichiarazioni della Fornero ha fatto passare in secondo piano il rapporto che traccia le linee di tendenza e prefigura gli scenari in Italia nel prossimo ventennio. Rispetto al 2010, nel 2030 la popolazione residente dovrebbe passare da 59,9 milioni a 61,8. Parallelamente, il numero delle famiglie dovrebbe crescere da 23,4 milioni a 25,6 ma il numero dei componenti familiari dovrebbe scendere in media da 2,6 a 2,4 individui, con un picco negativo in Liguria, Basilicata e Molise mentre al polo opposto della classifica si troveranno Marche, Trentino e Veneto.

Sempre tra il 2010 e il 2030, le persone che vivono sole è previsto che aumentino dell’1,68% e un incremento dell’1,18% dovrebbe riguardare le coppie senza figli mentre quelle con prole dovrebbero diminuire dello 0,98%. Quanto agli ultra 65enni che vivono soli, che al censimento del 1971 risultavano essere il 9% fra il maschi e il 22% fra le femmine dovrebbero salire nel 2030 al 16% degli uomini e al 37% delle donne, con percentuali più alte rispetto alla media in Liguria e in Sardegna e più basse in Campania e in Lombardia.

Spostando l’attenzione sul fronte delle famiglie di immigrati in Italia, si registra una forte crescita generale e in particolare una tendenza all’aumento dell’immigrazione familiare rispetto a quella da lavoro: si registrano infatti più ricongiungimenti familiari, più permessi di soggiorno e maggiore presenza di minori stranieri nelle scuole. Quanto al numero medio di figli, se resta al di sopra della media delle famiglie italiane è comunque anch’esso in calo, essendo passato da 2,5 nel 2006 al 2,31 nel 2008, 2,13 nel 2010 e a 2,07 nel 2011, anche perché, come nota il Rapporto, «con i figli aumenta la povertà familiare: vale per le famiglie italiane ma in maniera ancor più consistente per le famiglie di immigrati».

Claudio Turrini

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