Toscana
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Dal n. 3 del 19 gennaio 2003

Giorgio Rumi: sulla guerra doveroso il richiamo del Papa agli Usa

«Io non mi scandalizzo che Giovanni Paolo II prevalentemente si rivolga agli Stati Uniti, perché sono quelli più carichi di responsabilità». Lo afferma lo storico Giorgio Rumi al quale abbiamo chiesto di replicare alle accuse che si sono levate da più parti di un certo «strabismo» di Giovanni Paolo II. «Il Papa - continua Rumi - è più severo con gli americani perché dagli americani ci si aspetta di più e anche perché sono più accessibili, più vicini alla nostra cultura.
DI ANDREA FAGIOLI

Giorgio Rumi: sulla guerra doveroso il richiamo del Papa agli Usa

di Andrea Fagioli
Ha da poco finito di commentare per L'Osservatore Romano il «discorso forte e impegnativo» del Papa al Corpo diplomatico quando lo raggiungiamo al telefono. E lui, Giorgio Rumi, storico insigne e lettore attento delle vicende mondiali attuali, si presta volentieri anche alle nostre domande.

Professore, com'è cambiata, se è cambiata, negli ultimi cento anni la posizione della Chiesa sulla guerra?

«All'inizio del Novecento la posizione della Chiesa sulla guerra era di tipo tradizionale, classico, morale: ovvero s'intendeva la guerra come castigo per i peccati del mondo. La svolta avvenne con Benedetto XV e la sua Nota alle potenze belligeranti del 1° agosto 1917 in cui si ritrovano elementi tradizionali, ma soprattutto l'idea nuova della guerra come mostro incontrollabile: guerre totali che creano guasti irreparabili e quindi non più ammissibili. In quella circostanza, il Papa elencò alcune regole a partire dal bisogno di sostituire alla forza delle armi la forza del diritto. Quella, per l'epoca, fu una grossa novità anche se non si parlava di pace ad ogni costo, ma di pace e di giustizia».

Da Benedetto XV a Giovanni Paolo II cosa succede?

«C'è un lungo tratto che passa innanzitutto per Pio XII, che nella guerra si è trovato anche lui, cercando di sostenere l'idea della organizzazione internazionale, prefigurando di fatto le Nazioni Unite e avendo per base non un pacifismo indistinto bensì il principio della giustizia e della equità: il diritto di nazionalità, il diritto dei popoli a crescere liberamente, l'accesso ai beni della terra, alle materie prime.... Poi c'è la Pacem in Terris di Giovanni XXIII, che è un manifesto di giustizia internazionale, e poi si arriva a questo Papa, Giovanni Paolo II, per certi aspetti davvero un profeta».

Eppure c'è chi, come Ernesto Galli Della Loggia, contesta a Giovanni Paolo II di non considerare tutte le guerre allo stesso modo.

«Io non mi scandalizzo che Giovanni Paolo II prevalentemente si rivolga agli Stati Uniti, perché sono quelli più carichi di responsabilità. Il Papa è più severo con gli americani perché dagli americani ci si aspetta di più e anche perché sono più accessibili, più vicini alla nostra cultura. È lo stesso problema di cui si fece carico Pacelli: parlare o non parlare? E quali sono gli strumenti più idonei? Il parlare è sempre utile anche di fronte a dittatori feroci appartati in qualche angolo del mondo o è più adatto in una civiltà della comunicazione? Se io parlo, New York forse risponde, ma se faccio un rimprovero alla Cina ha molta probabilità di cadere nel vuoto. Non a caso anche le organizzazioni contro la pena di morte si rivolgono soprattutto agli Stati Uniti più che alla Cina dove si registrano mille esecuzioni ogni anno. C'è dunque nel richiamo agli Stati Uniti una specie di ragione di opportunità profonda che va considerata».

Il «no alla guerra» pronunciato da Giovanni Paolo II nel discorso al Corpo diplomatico è un «no alla guerra» su tutti i fronti?

«Non è un no assoluto, ma dice che la guerra è un'estrema ratio tenendo conto che è un rimedio che può fare più male che bene. Se mi trovo un serpente in casa e gli sparo una cannonata, rischio di far venire giù la casa. È un ragionamento arduo, ma questo è un Papa che non ha paura delle situazioni ardue e quindi dosa il parlare e la diplomazia senza preoccupazioni propagandistiche».

Il «no» alla guerra preventiva contro l'Iraq è però un «no» deciso?

«È un no deciso perché una cosa è il regime iracheno e una cosa è il popolo iracheno, che per quanto umanamente possibile bisogna cercare di tutelare. È un cammino molto arduo, però è anche una lezione di civiltà. La coscienza nostra non accetterebbe mai lo sterminio di mezzo popolo per quanto gravi siano le commistioni con un regime».

Dunque, non c'entra niente il fatto che in Iraq la presenza dei cattolici sia piuttosto significativa e che il Paese, tra quelli musulmani, sia tra i più tolleranti?

«No, non si tratta assolutamente di opportunismo, bensì di una coerenza saggia, che tiene conto dello stato reale delle cose».

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