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Governo Prodi rinviato alle Camere

Al termine di due giorni di consultazioni e di una notte, utilizzata "per riordinare le idee", il presidente Giorgio Napoliano ha respinto le dimissioni presentate mercoledì sera da Romano Prodi, rinviando l'esecutivo alle Camere, per un voto di fiducia, da ottenere "in tempi brevssimi". "Al più presto andremo alle Camere con slancio rinnovato" ha detto Romano Prodi, uscendo dall'incontro con il presidente della Repubblica.

Governo Prodi rinviato alle Camere

24 febbraio. Al termine di due giorni di consultazioni e di una notte, utilizzata "per riordinare le idee", il presidente Giorgio Napoliano (nella foto) ha respinto le dimissioni presentate mercoledì sera da Romano Prodi, rinviando l'esecutivo alle Camere, per un voto di fiducia, da ottenere "in tempi brevssimi". Ha anche spiegato (testo completo che non c'erano alternative e che le dimissioni si erano rese "necessarie per chiarezza politica e non per obblighi costituzionali". "Al più presto andremo alle Camere con slancio rinnovato" ha detto Romano Prodi, uscendo dall'incontro con il presidente della Repubblica.

Prodi al Quirinale
24 febbraio. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha convocato per le 11 al Quirinale Romano Prodi. Ieri sera, attorno alle 20,10, al termine delle consultazioni, il presidente aveva annunciato di volersi prendere una nottata di riflessione.
"Cercherò di riordinare gli argomenti e le idee, e in mattinata comunicherò la decisione che mi è sembrato opportuno adottare. Mi riservo anche di motivare la mia decisione", aveva detto Napolitano, salutando i giornalisti.

Sembra che il presidente della Repubblica abbia chiesto a Prodi di garantire l'esistenza di una maggioranza al Senato, a prescindere dal voto dei sette senatori a vita. In un'intervista al Corriere dela Sera, Marco Follini si è detto pronto a sostenere il governo Prodi. "Mi propongo - ha affermato l'ex leader dell'Udc, che ha dato vita all'"Italia di mezzo" - di partecipare, se ci riesco, alla costruzione di un nuovo centrosinistra, e di ancorare questa costruzione più vicino al centro". "Votare con Diliberto - ha aggiunto, dicendo di non essere interessato a posti da ministro - non mi imbarazza, non più di quanto mi abbia imbarazzato votare con Calderoli".

In 12 punti le condizioni di Prodi
23 febbraio. Romano Prodi ha posto le sue condizioni per il proseguimento dell'attività governativa. Dodici punti «prioritari e non negoziabili» sui quali ha ottenuto l'ok dei segretari di tutti i partiti della maggioranza, in un vertice tenuto ieri sera. Spariscono dalle priorità i «Dico», affidati alla sola iniziativa parlamentare e fa la sua comparsa (pur con una formula ancora un po' vaga) il riordino del sistema pensionistico, tema sul quale le diversità di vedute tra le varie forze di centrosinistra erano piuttosto marcate. Il più importante, però, è il dodicesimo punto: Romano Prodi chiede di avere sempre l'ultima parola in caso di contrasti.

«Il governo - esordisce il premier nel suo documento - in nove mesi di attività ha raggiunto obiettivi e risultati molto importanti per il paese, completamente coerenti con il suo programma elettorale. Tuttavia, contemporaneamente, questi risultati e questi obiettivi non hanno avuto modo di essere percepiti dall'opinione pubblica in tutta la loro novità e di esplicare tutti i loro effetti perché il loro comportamento e le azioni dei singoli, ministri e forze politiche, hanno costantemente provocato una litigiosità e una strisciante contrapposizione di posizioni che ha oggettivamente logorato tutto il governo». «Per queste ragioni - prosegue Prodi - la ripresa dell'attività del governo dovrà essere fondata su un patto e su comportamenti basati sui seguenti punti che, nell'ambito della complessiva attuazione del programma dell'Unione, ritengo prioritari e non negoziabili». Seguono quindi i dodici punti posti da Prodi ai partiti dell'Unione:

1. «Rispetto degli impegni internazionali e di pace. Sostegno costante alle iniziative di politica estera e di difesa stabilite in ambito Onu ed ai nostri impegni internazionali, derivanti dall'appartenenza all'Unione Europea e all'Alleanza Atlantica, con riferimento anche al nostro attuale impegno nella missione in Afghanistan. Una incisiva azione per il sostegno e la valorizzazione del patrimonio rappresentato dalle comunità italiane all'estero».

2. «Impegno forte per la cultura, scuola, università, ricerca e innovazione».

3. «Rapida attuazione del piano infrastrutturale e in particolare ai corridoi europei (compresa la Torino-Lione). Impegno sulla mobilità sostenibile».

4. «Programma per l'efficienza e la diversificazione delle fonti energetiche: fonti rinnovabili e localizzazione e realizzazione rigassificatori».

5. «Prosecuzione dell'azione di liberalizzazioni e di tutela del cittadino consumatore nell'ambito dei servizi e delle professioni».

6. «Attenzione permanente e impegno concreto a favore del Mezzogiorno, a partire dalla sicurezza».

7. «Azione concreta e immediata di riduzione significativa della spesa pubblica e della spesa legata alle attività politiche e istituzionali (costi della politica)».

8. «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa attraverso anche l'unificazione degli enti previdenziali».

9. «Rilancio delle politiche a sostegno della famiglia attraverso l'estensione universale di assegni familiari più corposi e un piano concreto di aumento significativo degli asili nido».

10. «Rapida soluzione della incompatibilità tra incarichi, di governo e parlamentari, secondo le modalità già concordate».

11. «Il portavoce del presidente, al fine di dare maggiore coerenza alla comunicazione, assume il ruolo di portavoce dell'esecutivo».

12. «In coerenza con tale principio, per assicurare piena efficacia all'azione di governo, al presidente del Consiglio è riconosciuta l'autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo stesso in caso di contrasto».

Al via le consultazioni
22 febbraio. Sono iniziate stamani, giovedì 22 febbraio, le consultazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (che ieri ha dovuto interrompere la visita a Bologna per far subito ritorno nella capitale) per sciogliere la crisi, apertasi ieri sera, dopo la bocciatura della relazione del ministro degli esteri Massimo D'alema sulla politica del governo.

«Vista la particolare complessità della situazione venutasi a determinare con le dimissioni del governo Prodi - si sottolinea in in comunicato del Quirinale - il presidente della Repubblica ha deciso di consentire ai presidenti dei gruppi parlamentari di associare alle consultazioni i leader dei rispettivi partiti». I primi ad essere ascoltati i due presidenti delle Camere, Franco Marini e Fausto Bertinotti. Gli ultimi ad essere sentiti, nel tardo pomeriggio di venerdì 23 febbraio, gli ex presidenti della Repubblica, Cossiga, Scalfaro e Ciampi.

281 giorni di vita pericolosa
E' durato 281 giorni il governo Prodi II (nella foto, dopo il giuramento), da Pentecoste al Mercoledì delle Ceneri, come ha osservato qualcuno. Otto mesi di guerra a bassa intensità con le ali estreme: Mastella e Di Pietro da una parte, la sinistra radicale dei Verdi, Rifondazione e Comunisti italiani dall'altra. Con in mezzo le inquietudini di Margherita e Ds per il passaggio al partito Democratico. Che la sopravvivenza al Senato sarebbe stata difficile si era visto subito.

Una legge elettorale sciagurata aveva consegnato a Prodi una maggioranza solida alla Camera (a fronte di una vittoria per soli 25 mila voti) e una esigua a Palazzo Madama (grazie ai premi di maggioranza regionali, e al voto all'estero, perché nel computo dei voti totali il centrosinistra aveva perso), maggioranza che avrebbe potuto tenere solo con il sostegno dei senatori a vita.

L'incarico a formare un governo Prodi lo aveva ricevuto da Napolitano il 16 maggio 2006. Il giorno dopo Prodi scioglie la riserva, presenta la lista dei 25 ministri e giura. Il 18 sono nominati i sottosegretari. Il 19 maggio il Senato vota la fiducia (165 sì, 155 no), la Camera il 23. Il 1° giugno la nomina dei vice ministri. In questi otto mesi 11 sono stati i voti di fiducia richiesti, a partire dal 28 giugno sul decreto proroga per gli atti parlamentari.

Superata indenne l'approvazione della Finanziaria 2007, le fibrillazioni degli ultimi giorni hanno riguardato l'ampliamento della base Usa di Vicenza collegata alla questione della nostra presenza nel contingente Nato in Afghanistan e la presentazione del disegno di legge del govenro sui Dico (Dichiarazioni di convivenza) che proprio in questi giorni avrebbe dovuto iniziare il suo iter al Senato, pur non potendo contare sulla carta su una maggioranza sicura.

Due voti sotto il quorum
Questa volta i senatori a vita, bersagliati nei mesi scorsi dalle critiche dell'opposizione per il sostegno dato finora all'esecutivo, sono stati decisivi per la caduta del governo.

Inutile il pressing su alcuni dissidenti, che in extremis hanno votato sì, sia pure obtorto collo: il verde Mauro Bulgarelli, che si è autosospeso dal partito, il leader della minoranza di Rifondazione Comunista Claudio Grassi, la senatrice dell'Italia dei Valori Franca Rame. Alla maggioranza di centro-sinistra sono mancati i voti di due “irriducibili”, Franco Turigliato, di Rifondazione Comunista e Ferdinando Rossi, ex-Comunisti Italiani, che non hanno partecipato al voto. E' mancato anche quello del presidente della commissione Difesa Sergio De Gregorio, eletto per l'Italia dei Valori, ma ormai transfuga da tempo.

Ma soprattutto sono mancati i voti dei senatori a vita, dati per certi fino all'ultimo e che avrebbero potuto salvare il governo Prodi sul filo di lana, a quota 160 voti, anche perché mancava un senatore dell'Udc, Trematerra. Sicuri erano i sì di Rita Levi Montalcini, Carlo Azeglio Ciampi e di Emilio Colombo. Francesco Cossiga aveva annunciato da tempo il suo voto contrario. L'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, il cui sì era scontato, era assente per un'influenza. Restavano Sergio Pininfarina e Giulio Andreotti che inaspettatamente (Pininfarina era stato mandato a prendere dalla stessa maggioranza e Andreotti aveva annunciato il suo sì alla politica estera di Prodi) hanno deciso di astenersi (e al Senato equivale ad un voto contrario), facendo così fermare la mozione di appoggio alle comunicazioni del ministro degli esteri Massimo D'Alema a quota 158, due sotto il quorum richiesto (136 i no, e 24 gli astenuti).

Le ipotesi sul tappeto
Adesso il Capo dello stato ha davanti a sé varie possibilità previste dalla Costituzione e dalla prassi costituzionale.

La prima è quella di rinviare alle Camere il governo Prodi perché ottenga un voto di fiducia. La seconda è che dia un nuovo incarico a Prodi per la formazione di un nuovo esecutivo, magari con il rafforzamento della maggioranza al Senato grazie al sì di qualche senatore (ad esempio Marco Follini).

Potrebbe anche dare l'incarico a un altro esponente della coalizione (come capitò dopo la caduta del primo governo Prodi), ma questa ipotesi è per il momento lontana e sicuramente subordinata ad un fallimento di un reincarico a Prodi.

C'è poi una quarta possibilità che è quella di conferire l'incarico ad una personalità istituzionale (come il presidente del Senato, Franco Marini) o ad un “tecnico” per un “governo del presidente” con compiti definiti (ad esempio varare una nuova legge elettorale) in vista delle elezioni. Ma Napolitano potrebbe anche sciogliere solo il Senato e indire elezioni per il suo rinnovo. Lo prevede infatti l'art. 88 della Costituzione proprio per casi come questo in cui in una delle due Camere non vi sia una maggioranza congruente con quella dell'altra. Ma con questa legge elettorale (che, ricordiamo, prevede premi di maggioranza regione per regione) è utopistico pensare che anche con un nuovo voto si possa arrivare ad una maggioranza stabile.

Infine, sesta possibilità, il presidente della Repubblica potrebbe sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Ma anche questa ipotesi, sulla carta anche la più ovvia, sembra davvero improbabile, perché deputati e senatori alla loro prima legislatura non hanno ancora maturato il diritto alla pensione. Difficile pensare che ci rinuncino a cuor leggero.

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