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I voti a medici e ospedali: ecco promossi e bocciati

Tredici cittadini toscani su cento che si sono rivolti ad un pronto soccorso nel loro territorio ne sono usciti delusi. I motivi principali: la lunga e scomoda attesa, spesso vissuta senza un minimo di privacy. Chi ha provato l'esperienza del ricovero, in genere, racconta di medici cortesi e disponibili, di infermiere premurose, di cure soddisfacenti; insomma, di esser stato considerato una persona e non un numero. Sono solo alcuni degli aspetti che emergono nel report 2006 sulla performance della sanità toscana che il laboratorio management e sanità, nato per iniziativa della Regione Toscana e della Scuola Superiore Sant'Anna, ha realizzato nei mesi scorsi, incrociando una miriade di dati.
DI ANDREA BERNARDINI

Parole chiave: liste d'attesa (10), sanità (77), asl (52), medici (25)
I voti a medici e ospedali: ecco promossi e bocciati

di Andrea Bernardini

Tredici cittadini toscani su cento che si sono rivolti ad un pronto soccorso nel loro territorio ne sono usciti delusi. I motivi principali: la lunga e scomoda attesa, spesso vissuta senza un minimo di privacy. Chi ha provato l'esperienza del ricovero, in genere, racconta di medici cortesi e disponibili, di infermiere premurose, di cure soddisfacenti; insomma, di esser stato considerato una persona e non un numero. Ma quasi 23 pazienti su cento, ad esempio, dichiarano di non essere mai (o quasi mai) stati informati sui rischi cui andavano incontro sottoponendosi ai trattamenti; e 22 su cento dicono di non essere mai stati coinvolti – o solo in alcuni casi – quando si trattava di prendere decisioni su quale cura adottare. Sono solo alcuni degli aspetti che emergono nel report 2006 sulla performance della sanità toscana che il laboratorio management e sanità, nato per iniziativa della Regione Toscana e della Scuola Superiore Sant'Anna, ha realizzato nei mesi scorsi, incrociando una miriade di dati.

Un report che indaga sulla qualità dei servizi erogati da ospedali, studi dei medici di famiglia, uffici di medicina legale o del lavoro, centri medici sportivi e poi pediatri, ambulatori, consultori, Sert, e ovunque si prende in cura un uomo o un animale. Non per dare un voto al management e alle aziende che governano questi servizi – osserva l'assessore regionale Enrico Rossi – ma per far crescere il sistema, per valorizzare ciò che è eccellente e per migliorare ciò che non lo è. «Il nostro lavoro di ricerca – spiega la professoressa Sabina Nuti, direttore del laboratorio management e sanità della Scuola Sant'Anna di Pisa – utilizza 130 indicatori di valutazione. Gli obiettivi che stanno particolarmente a cuore al committente? La capacità di un'azienda sanitaria di avviare campagne di vaccinazione, o programmi di screening oncologici o di ridurre al minimo i tempi di attesa per le visite specialistiche o diagnostiche, insomma servizi efficienti e una gestione sana ed equilibrata delle risorse messe a disposizione dalla comunità». Il report, oltre ai dati forniti dalle aziende, raccoglie il punto di vista di campioni statisticamente significativi degli utenti e dei dipendenti aziendali. L'immagine del bersaglio rende bene l'idea dei punti di forza e di quelli di debolezza del sistema. Ogni voce può finire nella fascia rossa (la più lontana, indica una performance molto scarsa), arancione (scarsa), gialla (media), verde chiaro (buona) o verde (la più vicina al centro, ottima). Si scopre, così, ad esempio, che in Toscana muoiono, in media, 3,6 bambini ogni mille nati vivi: un ottimo risultato, tra i migliori al mondo. Muoiono 333 persone ogni 100mila abitanti per tumore e 457 ogni 100mila abitanti per malattie cardiocircolatorie. In 86 casi su cento il tempo di attesa per una visita specialistica in ambulatorio è inferiore ai 15 giorni (un tempo giudicato buono): si attende, in genere, meno per una visita ginecologica che per farsi visitare in neurologia, otorinolaringoiatria, oculistica od ortopedia. Il 91,35% dei bambini potenzialmente vaccinabili, nel 2007, è stato vaccinato (l'obiettivo era del 90%). Il 69,43% dei destinatari della campagna ha ricevuto il vaccino antinfluenzale nella stagione 2006/2007 (obiettivo non centrato, del 75%).

Un salto al pronto soccorso. In media su dieci codici assegnati, sette sono di colore verde, due bianchi ed uno giallo o rosso. Ma evidentemente al triage (sistema di selezione delle urgenze) la comunicazione tra operatori e paziente non è sufficiente, se solo in due aziende sanitarie più della metà degli intervistati ha dimostrato di conoscere il codice colore assegnato. Al ricovero ospedaliero ordinario si può accedere o con appuntamento o direttamente dal pronto soccorso. Il report dimostra come all'aumentare del titolo di studio aumenta la percentuale di coloro che hanno ricevuto un ricovero programmato, quindi con alle spalle una diagnosi, l'occhio vigile di uno specialista, un'assistenza tempestiva ed accurata… Verrebbe da chiedere: perché?

Ma a cosa può servire uno studio di questo tipo? «Uno strumento di questo tipo – dice Sabina Nuti – è utilissimo per incoraggiare le aziende sanitarie a superare l'autoreferenzialità: lavorare confrontandosi con gli standard raggiunti dalle Ausl vicine permette di individuare quali margini di miglioramento sono praticabili». Ed in effetti, mostra la prof, dopo due anni di studi, i parametri delle aziende sanitarie sono cresciute. Forse anche per un altro motivo: alla capacità di miglioramento della performance di una Ausl o di un ospedale è associato un incentivo per il suo direttore: fino ad un 20% dello stipendio medio.

Ma il controllo esterno alle aziende non piace all'associazione sindacale dei medici dirigenti Anaao: «Gli indicatori scelti non hanno nessuna consistenza clinica – spiega il segretario regionale Carlo Palermo. I medici, dal punto di vista tecnico e professionale, devono essere valutati dai medici. Così, del resto, avviene da dieci anni: il nostro contratto nazionale prevede un doppio sistema di controllo all'interno delle aziende».

 

Se prevenire non è meglio che curare:
come non funziona il sistema sanitario
Siamo abituati a pensare che per vivere una vita lunga e sana dovremmo abitare in campagna, lontani da traffico e inquinamento, tenere sotto controllo tutti gli innumerevoli fattori di rischio per la nostra salute (fumo, grassi, zuccheri, ma anche vita sedentaria, stress, onde elettromagnetiche) e controllare periodicamente (meglio spesso che di rado) lo stato del nostro corpo con esami vari, visite specialistiche e check up completi.

Siamo abituati a pensare così perché da decenni i medici ripetono incessantemente che prevenire è meglio che curare. Ecco allora gli screening di massa per il tumore al seno e al collo dell'utero, ecco il sorgere come funghi di ambulatori per gli esami diagnostici, ecco la continua rassicurazione che la vita media si allunga grazie alla vigile attività preventiva di medici, ricercatori, sistema sanitario. E se non fosse vero?

Roberto Volpi, da statistico impertinente e senza timori reverenziali, ha esaminato i risultati di decenni di medicina preventiva, e ha scoperto alcune cose sconvolgenti: la mortalità causata dai tumori, pur dopo decenni di ricerca e prevenzione, non fa che aumentare; le grandi campagne di screening sono praticamente inutili per la prevenzione sulla popolazione, mentre causano enormi stress e sofferenze psicologiche nei (frequentissimi) casi di prime diagnosi sbagliate; gli ospedali sono frequentati molto più da persone perfettamente sane che da ammalati, e infatti più della metà degli esami, delle visite, del lavoro del sistema sanitario nazionale (il cui costo pesa sulle spalle dei contribuenti come un macigno) sono effettuati su persone del tutto sane; si vive più a lungo e più felici nelle nostre inquinate città che in alcune zone della meravigliosa campagna toscana.

Questi e molti altri fatti, documentati da cifre di fonti ufficiali e pubbliche, compongono un quadro dell'efficacia della sanità e della medicina italiana molto diverso da quello che siamo abituati a vedere sui media e sconosciuto persino agli addetti ai lavori, che non hanno mai voluto bere fino in fondo l'«amara medicina» che consisterebbe nell'esaminare con attenzione i risultati delle loro azioni.

In un volume fresco di stampa, dal titolo appunto L'amara medicina (Mondadori, pp. 210, euro 17), Roberto Volpi ci racconta, numeri alla mano, come è stato possibile che tutto il sistema medico-sanitario italiano, e dietro a lui i media e noi stessi, abbia cominciato a occuparsi molto di più di non far ammalare i sani che di curare gli ammalati: un intento nobile, che, però, non è mai stato raggiunto e che richiede risorse sempre più ingenti, provoca paure sempre più ingiustificate e ignora bellamente i dati, numerosi e innegabili, che dimostrano il fallimento del «sistema» della prevenzione.

Roberto Volpi è stato responsabile dell'Ufficio di statistica dell'Ospedale provinciale di Pontedera e del Gruppo di lavoro delle statistiche socio-sanitarie della Regione Toscana, oltre che membro dell'Osservatorio epidemiologico della stessa Regione. Ha tenuto corsi di formazione nelle principali Asl della Toscana e fuori della Toscana. Ha progettato il Centro nazionale di documentazione e analisi per l'infanzia e l'adolescenza del ministero del Welfare, ha realizzato l'Ufficio di programmazione socio-sanitaria del Comune di Firenze e ha diretto il Gruppo tecnico per la redazione del Piano strategico della città di Pisa. È autore, fra l'altro, di Storia della popolazione italiana dall'Unità ai giorni nostri (1989), I bambini inventati (2001), Liberiamo i bambini (2004) e La fine della famiglia (2007). (A.F.)

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