Toscana
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Dal n. 11 del 17 marzo 2002

«Io, penitente del Duemila»

Hanno ancora senso le mortificazioni, l'astinenza e il digiuno? Rispondono alcuni laici «impegnati»: Rodolfo Doni, Anna Mitrano, Giancarlo Polenghi, Luciano Martini e Cecilia Giannini

«L'edonismo trionfa, la cultura attuale è pervasa di egoismo e di materialismo, per cui – si chiede lo scrittore Rodolfo Doni – come può esserci ancora posto per la penitenza? Forse – dice –, siamo ancora disposti a fare sacrifici per i figli, per la famiglia, almeno spero, ma per il resto la penitenza è lettera morta». E per i cristiani? «Per loro – risponde Doni – restano le forme tradizionali di digiuno, magari allargato alla televisione. Molto è però lasciato alla responsabilità propria. È la coscienza che dev'essere avvertita. E questo può anche essere positivo. Forse è già qualcosa sforzarsi di pensare ad una forma di penitenza possibile».

«Nella nostra società c'è ancora posto per la penitenza, anzi ci deve essere», afferma Anna Mitrano, presidente dell'Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze. «Lo sforzo da fare, soprattutto in questo periodo quaresimale, dovrebbe essere quello di riconoscere i propri limiti, porsi come obiettivo la moderazione, l'apertura verso il prossimo, la disponibilità ad ascoltare gli altri, la pacatezza di toni. Tutti principi che dovrebbero in primo luogo essere applicati in famiglia e da qui essere portati all'esterno. Personalmente – aggiunge Anna Mitrano – durante la Quaresima cerco di portare avanti anche una riflessione su temi spirituali, che portino ad una maggiore serenità. Questo mi aiuta a non perdermi in tanti pensieri ed a rifare il punto, ogni giorno».

Ma quali sono le forme di penitenza oggi possibili? «Non arrabbiarsi sul lavoro, saper smettere di lavorare al momento giusto per tornare a casa, non perdere tempo in Internet o alla televisione, perderlo invece con i figli o con i parenti, gli anziani o i malati – risponde a botta il giornalista Giancarlo Polenghi, dell'Opus Dei –. E poi ciascuno può identificare la forma di penitenza più appropriata. Oggi rispetto a prima le possibilità, contrariamente a quanto si possa pensare, si sono moltiplicate. Ma ci vuole più volontà».

La penitenza deve essere un po' come la ginnastica – dice Luciano Martini, storico della Chiesa –: si corre per correre sempre meglio e di più. Pertanto – spiega – più che la penitenza una tantum è importante il cambiamento di vita legato alla conversione, alla conquista di un equilibrio superiore. La penitenza, comunque, ha sempre un suo valore, per cui ci possono essere momenti nei quali una persona o anche una comunità si impegnano nell'astenersi da alcuni beni del mondo. Ma anche la penitenza realizzata in tempi forti deve intendersi come esercizio rivolto e finalizzato ad un processo di conversione».

A proposito di tempi forti, «della Quaresima, certo, fa parte anche la penitenza – afferma Cecilia Giannini, della Comunità di Gesù –. Ma questo nostro andare verso la Pasqua è più grande della penitenza: è un tempo di cammino, di deserto, di attesa e di conoscenza, un tempo in cui, senza allontanarci dalle nostre giornate né da tutti coloro che ne fanno parte, più profondamente collaboriamo con Colui che ci trasforma. È un tempo per lasciarsi amare ed imparare ad amare senza paura e senza riserve, per entrare nel mistero della Sua morte e della Sua resurrezione in sintonia piena con la Sua volontà. Penitenza segreta, penitenza gioiosa, dunque, che consiste essenzialmente nel “far posto” in noi ai Suoi desideri».

S.M

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